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Agriturismo e turismo rurale in Abruzzo

Itinerari d’Abruzzo

Gole di Celano

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Gole di celano

Le Gole di Celano compongono uno dei canyon più importanti d’Italia, il più grande e suggestivo dell’Appennino Centrale.

Situata a 950 metri d’altezza nell’area comunale di Celano, in provincia de L’Aquila, questa profonda valle è scavata per oltre quattro chilometri dal torrente La Foce e separa il monte Sirente dal monte Tino, denominato anche Serra del Celano.

L’intera area delle Gole appartiene al Parco Regionale Naturale del Sirente Velino e offre scorci naturali di rara bellezza.

Non è raro, ad esempio, incontrare lungo il tracciato faggi e salici che crescono sospesi nell’aria, abbarbicati a rocce verticali, o ancora piante e fiori particolari come l’ Asparagus Acutifolius e l’ Orobanche hederae Duby.

Grifoni nella Serra del Celano

Grifoni nella Serra del Celano

Durante il giorno è inltre possibile avvistare le diverse specie di animali che popolano l’area e che pascolano indisturbati, o ancora rapaci come l’Aquila Reale, il Nibbio e il Grifone che nidificano nei pressi del vallone per ristorarsi con le fresche acque de ruscello. Per questa e molte altre ragioni la zona è una delle mete più apprezzate da turisti ed escursionisti provenienti da tutta Italia e dall’estero.

Le spettacolari pareti di roccia che compongono le Gole vere e proprie sono solo l’ultima parte del cammino e nei punti più alti possono superare i 200 metri d’altezza, a fronte di  un corridoio di camminamento che si stringe sino a un’ampiezza di 3 metri circa. Nell’attraversarle sarà possibile notare numerose marmitte d’erosione sulle pareti, poste ad altezze diverse, a testimonianza dell’eccezionale attività di scavo portata avanti nei secoli dall’acqua.

Per esplorare le Gole di Celano è possibile usufruire di diversi itinerari, tutti abbastanza semplici da percorrere a piedi e ricchi di paesaggi straordinari.

Come arrivare alle Gole di Celano

E’ possibile raggiungere senza problemi la località di Celano con ogni mezzo di trasporto (treno, autobus, automobile). In automobile si consiglia di prendere l’Autostrada a25 (Roma – Pescara) e imboccare l’uscita “Celano“. Se si desidera seguire una strada interna invece è possibile percorrere la SS.5 BIS da Avezzano andando verso il comune di Celano e, poco prima di giungere al paese, si incontreranno segnalazioni ben visibili che guideranno gli escursionisti sino all’imbocco del cammino sterrato (in salita) che porta al canyon.

Per intraprendere invece il più comodo percorso in discesa si può seguire la stessa strada statale SS. 5 Bis da Ovindoli in direzione della Valle D’Arano. Non appena superato il centro di Ovindoli si incontra sulla destra una strada asfaltata che attraversa alcuni maneggi, per poi piegare a Sud e divenire una strada sterrata. A questo punto è necessario lasciare l’automobile e proseguire a piedi in quanto ci si trova davanti ad unabiforcazione in cui vige il divieto di transito per i veicoli. Imboccando a piedi uno dei due camminamenti, si giunge in ogni caso alle Gole, dopo circa 1 km di percorso in discesa immersi nella natura.

L’itinerario Ovindoli – Valle d’Arano

Fonte degli Innamorati

Fonte degli Innamorati

Un ottimo tracciato è quello che inizia nei pressi di Ovindoli e scende fino alla località denominata “La Foce”, partendo dalla Val d’Arano e percorrendo il sentiero sterrato che si sviluppa dietro il Ristoro dell’Ippovia. La pineta che si attraversa nella prima parte del percorso si apre improvvisamente in un punto panoramico mozzafiato, da cui è possibile vedere l’intero cammino che porta alle Gole.

Un viottolo sterrato circondato da fitta vegetazione scende sino alla “Fonte degli Innamorati”, caratterizzata da una piccola cascata che scende dal soffitto dell’omonima grotta. Proseguendo la camminata si inizia a notare un crescente restringimento delle pareti della valle sino al punto più serrato, in cui si nota un’assenza di vegetazione dovuta alla mancanza di luce diretta.
Per attraversare questo punto è necessario camminare sul letto del torrente La Foce, ed è proprio per questo che si consiglia l’escursione nei periodi di secca  del corso d’acqua, generalmente in estate, evitando le giornate particolarmente ventose o quelle immediatamente successive ai giorni di pioggia. Una volta attraversato il suggestivo percorso procedendo sulle rocce del torrente, si giunge al comune di Celano, punto d’arrivo di ogni escursione.

26 novembre 2012 |

Val Fondillo

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Val Fondillo

Situata nel cuore del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise, la Val Fondillo è uno dei luoghi più suggestivi dell’intera riserva, con scorci paesaggistici mozzafiato, flora e fauna di rara bellezza e un’area archeologica testimone di epoche che spaziano dai 35.000 ai 3.500 anni fa.

L’area accoglie ogni anno migliaia di visitatori che rimangono incantati dalla varietà dell’offerta turistica della valle: dalla passeggiata tranquilla alla grigliata all’aperto, passando per sport di alta montagna, escursioni a cavallo e visite culturali, in Val Fondillo è possibile divertirsi e svagarsi in molti modi diversi.

Dal punto di vista archeologico si segnala un’importante parco di reperti antichi, la Necropoli di Opi, straordinaria eredità delle civiltà ancestrali che popolavano la zona.

Attualmente questa località è una delle più apprezzate e visitate dagli amanti del cosiddetto “turismo ecologico” ed apporta un notevole contributo alla definizione dell’intero Abruzzo come “regione verde d’Europa”.

Fonte d'acqua nella Val Fondillo.

Una delle molte fonti d’acqua che sgorgano nella Val Fondillo

Situata nel territorio comunale di Opi, in provincia de L’Aquila, anticamente la valle veniva chiamata “Fontilli”, a causa delle svariate fonti d’acqua purissima che sgorgano al suo interno andando ad alimentare il  torrente Fondillo, che a quote più basse si riversa nel più imponente fiume Sangro.

Le fonti d’acqua principali sono cinque ma lungo il percorso che attraversa l’area se ne contano a decine, alcune delle quali molto piccole, ma tutte portatrici di un’acqua fresca e limpida, ottima da bere e ricca di sali minerali benefici per l’organismo.

Itinerari nella Val Fondillo

La zona è percorribile attraverso diversi tipi di cammino, che spaziano dal fondovalle comodo e accessibile anche con passeggini e carrozzine, agli itinerari di alta quota, meta prediletta degli escursionisti più esperti e degli amanti dello sci di fondo. La Val Fondillo è percorribile anche a dorso di cavallo, asino o mulo, o ancora pedalando in mountain bike, dimostrando una versatilità che è parte integrante della sua stessa unicità.

Dalle aree pianeggianti e attrezzate con punti di ristoro ben forniti, barbecue a disposizione dei visitatori e ampie radure in cui rilassarsi, ai tragitti più impervi e selvaggi che conducono al Passaggio dell’Orso e alle creste del Monte Amaro di Opi, in Val Fondillo il visitatore viene soddisfatto in ogni sua esigenza.

Flora e fauna nella valle

In questa zona sono perfettamente conservate tutte le caratteristiche geologiche e biologiche originarie dell’Appennino Centrale, che per molti aspetti attualmente sopravvivono esclusivamente nel Parco Nazionale di Abruzzo Lazio e Molise e, in modo particolare, nella Val Fondillo.

Orsi marsicani

Orsi Marsicani nella Val Fondillo

In questo luogo incantato gli appassionati di bearwhatching hanno concrete possibilità di avvistare una delle specie animali più preziose per il panorama faunistico nazionale, quell’Orso Marsicano che da tempo rischia l’estinzione e che viene tutelato in queste valli in quanto tesoro inestimabile della fauna italica.

Altre specie protette presenti nella valle sono il Lupo Appenninico, il Cervo, il Capriolo, il Camoscio d’Abruzzo, il Cinghiale, la Donnola la Faina, la Lince e una ricca serie di volatili e rapaci come l’Aquila Reale, il Grifone, la Poiana, il Falco Pellegrino e molti altri. L’area naturale ospita inoltre la più vasta selezione di insetti a livello nazionale, con oltre 6.000 specie diverse, molte delle quali in via d’estinzione.

Anche la flora locale può contare su un patrimonio eccellente: lungo il torrente del Fondillo è consuetudine incontrare fitte faggete con alberi secolari, boschi di salici e conifere.

Come raggiungere la Val Fondillo

Per esplorare la valle si consiglia di passare dal comune di Pescasseroli, raggiungibile sia dall’alta Marsica, imboccando l’uscita “Pescina” dell’Autostrada A25, sia dall’alto Sangro attraverso la strada statale SS 83 Marsicana, che attraversa il territorio del Parco Nazionale da nord a sud-est . Un’altra possibilità di accesso secondario viene da Cocullo (imboccando l’omonima uscita dell’Autostrada A25 e proseguendo sulla strada statale SS 479 Sannite passando attraverso la Valle del Sagittario, Scanno e il Passo Godi. Arrivando dal Lazio invece occorre attraversare il Valico Forca d’Acero e percorre l’omonima strada statale, la SS 509, e passare per il comune di Opi.

Escursione in Val Fondillo

Attraversare la valle è un’attività piacevole e affatto faticosa dato che il percorso, seppur lungo, è molto dolce,  costellato di radure ideali per il ristoro e con dislivelli ben distribuiti e mai troppo accentuati. Venendo in automobile da Pescasseroli in direzione Villetta Barrea si consiglia di imboccare il bivio per Opi e, dopo circa due km, imboccare un nuovo bivio sulla destra e seguire le indicazioni che portano ad una vecchia segheria abbandonata.

Qui si consiglia di lasciare l’auto e proseguire a piedi (o in bicicletta o a cavallo). A quest’altezza si trovano i cancelli d’ingresso ai sentieri del Parco (presso il Centro Foresta) e una zona adibita al campeggio.

Per addentrarsi nella Val Fondillo occorre imboccare il sentiero sterrato chiuso al traffico mediante una sbarra e segnalato con “segnavia F2”. Dopo un primo tratto pianeggiante attraverso i prati, il cammino si addentra in una faggeta (sempre pianeggiante) seguendo il corso del torrente che da il nome alla valle.

Si giunge dopo un po’ ad un bivio sormontato da una prima fonte d’acqua, presso la quale si consiglia di sostare per bere e riempire le borracce. Al bivio bisogna proseguire seguendo la segnaletica F2 (non andando dunque verso il sentiero F5 che è possibile imboccare in quello stesso punto) e camminare lungo lo sterrato che inizia a farsi leggermente più ripido ed attraversa la faggeta.

Cervo Appenninico

Un bellissimo esemplare di Cervo Appenninico

In questo punto è già possibile avvistare i bellissimi cervi dell’Appennino. E’ importante tener presente che nei periodi dell’anno con maggiore affluenza (luglio e agosto) è più difficile riuscire ad osservare la fauna locale, che preferisce tenersi al riparo dalla confusione dei passanti. Il periodo ideale per gli avvistamenti di animali sono senza dubbio la primavera e l’autunno.
Proseguendo lungo il camminamento si giunge ad un bivio che porta alla Grotta delle Fate (che si consiglia di visitare in quanto molto vicina) per poi arrivare al Passo dell’Orso, ad un’altezza di 1672 metri.

Dal valico si scende leggermente seguendo il “segnavia 04” che conduce ad una località chiamata Tre Confini, punto in cui ricomincia la salita attraverso una mulattiera sassosa indicata con il “segnavia 05“.  Continuando la salita si giunge dunque a Forca Resuni, a 1931 metri d’altezza.

A questo punto l’escursione può dirsi conclusa (il percorso di rientro ha una durata di quasi 3 ore), oppure proseguire verso Civitella Alfedena, attraverso la Valle delle Rose, o ancora diramarsi verso la Val Canneto, alla scoperta di nuove bellezze naturali.

26 novembre 2012 |

Forte spagnolo a L’Aquila

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Forte Spagnolo L'Aquila

Il Forte Spagnolo è una delle più straordinarie costruzioni militari cinquecentesche d’Italia.

Chiamato comunemente anche “Castello Cinquecentesco” o “Castello de L’Aquila“, è in realtà un forte, una macchina da guerra di dimensioni e capacità spropositate, progettata sulla base di calcoli matematici e geometrici ispirati alla cosmologia aristotelica.

Nato per rafforzare militarmente il territorio e per controllare il commercio della lana, il forte non fu mai completato né fu mai utilizzato per scopi bellici.

Attualmente ospita il Museo Nazionale d’Abruzzo, la Soprintendenza ai Beni Architettonici, Artistici e Storici, l’Auditorium della Società Aquilana Concerti “B Barattelli”, l’Istituto Nazionale di Geofisica e una grande e prestigiosa sala congressi.

L’architettura del Forte

La struttura, di pianta quadrata, venne costruita tra il 1534 e il 1567 utilizzando le più avanzate tecniche dell’epoca. Ai quattro angoli del perimetro sono collocati i bastioni con la loro tipica forma di lancia, che a quei tempi era molto utilizzata nelle costruzioni belliche per schivare e deviare le cannonate nemiche. All’interno di queste installazioni vi erano le cosiddette “casematte”, spazi ideati per proteggere sia i soldati che l’artiglieria, da cui si diramava una fitta rete di cunicoli che serviva per disperdere le mine.

Portale Forte Spagnolo a L'Aquila

Portale Forte Spagnolo a L’Aquila.  Fonte: Web.

Il Forte Spagnolo è dotato di una vasta area sotterranea che anticamente venne adibita a carcere e che oggi rappresenta una delle zone più suggestive e affascinanti da visitare. L’intera costruzione è circondata da un ampio fossato e l’accesso alla struttura è garantito da un ponte sopraelevato costruito in muratura. L’ingresso è sormontato da un’insegna con l’effige di Carlo V, Re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero. Di grande impatto visivo è l’enorme portale bianco, incorniciato ai lati da lesene d’ordine dorico e sovrastato da un’aquila bicipite, opera d’arte di grande valore che simboleggia la casa d’Austria.

Il Museo Nazionale d’Abruzzo

L’attrattiva principale del Forte Spagnolo de L’Aquila è senz’altro il Museo Nazionale d’Abruzzo, istituito nei primi anni Cinquanta per valorizzare il patrimonio artistico abruzzese, esaltato dalla magnificenza monumentale del Forte. Le opere, provenienti dal Museo Civico e dal Museo Diocesano della città, testimoniano la cultura del territorio sin dal Medioevo, con pregiate icone e sculture lignee dell’epoca. La collezione comprende inoltre straordinarie opere rinascimentali come la croce processionale del Duomo de L’Aquila e la scultura a tutto tondo del San Sebastiano.

Successivamente il patrimonio museale fu arricchito con una serie di opere risalenti al periodo storico che va dal XVI al XVIII secolo.

mammuth

Il Mammuth conservato nel Museo Nazionale d’Abruzzo. Fonte: Web

La sezione archeologica del museo vanta una vasta selezione di preziose testimonianze di epoche ancestrali, su cui spicca l’imponente scheletro perfettamente conservato del “Mammuthus meridionalis vestinus”, comunemente chiamato Mammuth.

Ad reprimendam audaciam aquilanorum

La storia del Forte Spagnolo de L’Aquila è molto complessa in quanto la struttura nasce all’interno della lotta tra spagnoli e francesi per assicurarsi l’egemonia in Europa nel Cinquecento.
I cittadini aquilani tentarono, senza riuscirci, di ribellarsi all’oppressione spagnola. Proprio per questo i dominatori iberici, imposero la costruzione di un imponente forte a totale spese degli aquilani, “ad reprimendam audaciam aquilanorum” (per reprimere la temerarietà degli aquilani).

La realizzazione dell’opera impoverì notevolmente il popolo, che in quegli anni visse il suo periodo storico più drammatico. Mai completato e mai utilizzato in guerra, il forte ospitò dapprima residenza dal governatore spagnolo nel 1600 e successivamente, in seguito all’invasione francese, fu utilizzato come alloggio per le truppe transalpine. Notevolmente danneggiato durante la Seconda Guerra Mondiale, fu utilizzato dai tedeschi come prigione e come base per il commando militare assegnato alla zona.

Nel dopoguerra la struttura venne affidata all’amministrazione della Pubblica Istruzione e, nel 1951, interamente ristrutturata dalla Soprintendenza ai Monumenti e Gallerie d’Abruzzo e Molise, che riqualificò l’area e suddivise gli interni nel modo che tutti oggi conosciamo.

Il sisma del 2009

Il sisma che ha colpito l’Aquila il 6 aprile 2009 ha gravemente danneggiato la struttura che è stata chiusa al pubblico.
Dal maggio 2012 è iniziata l’opera di restauro dell’asse sud-est del Forte, quello in cui sono allocati il colonnato e il Museo Nazionale, che è anche la parte maggiormente danneggiata dal terremoto. La prima opera di intervento punta a contrastare il fenomeno che vede il colonnato spostarsi in avanti e torcersi, con un’inclinazione raggiunta attualmente di ben 15 cm. Una volta assicurata la struttura con delle catene che ne impediranno lo smottamento, procedura molto delicata che durerà circa due anni e mezzo, si potrà procedere con il restauro vero e proprio della costruzione.

Attualmente si sta lavorando anche alla riqualificazione di un edificio in pieno centro cittadino, l’Ex Mattatoio, che diventerà un importante nodo nella rete museale cittadina ed ospiterà le opere del Museo Nazionale in attesa che il Forte venga ripristinato.

Come arrivare al Forte Spagnolo

Il Forte o Castello Spagnolo è facilmente raggiungibile in automobile percorrendo l’Autostrada A24 e imboccando l’uscita L’Aquila, seguendo poi le indicazioni lungo la strada. Venendo da Napoli invece si consiglia di percorrere l’Autostrada A1 e imboccare l’uscita Caianello, per poi seguire le indicazioni per Roccaraso/ Sulmona, L’Aquila.

26 novembre 2012 |

Castello Orsini-Colonna

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Castello Orsini-Colonna Avezzano

La regione Abruzzo è nota per la straordinaria presenza di antichi castelli, che con le loro mura monumentali delimitano borghi suggestivi tutt’oggi perfettamente conservati.

Il Castello Orsini-Colonna, sito nel centro storico (per la precisione in piazza Orsini) della località di Avezzano (AQ), è senza dubbio una delle più imponenti manifestazioni di questo tipo di architettura dalle origini antichissime.

La struttura è stata distrutta e restaurata in diversi momenti storici, ma conserva comunque inalterata tutta la sua bellezza.

Ricostruita in seguito al terribile sisma del 1915, sopravvissuta ai bombardamenti bellici sulla regione del 1944 e ancora al tragico sisma del 2009 la cui ferita ancora lacera l’intera regione, il Castello oggi ospita l’omonimo museo-pinacoteca e una sala allestita per eventi.

La Galleria d’Arte Civica Moderna raccoglie importanti testimonianze dell’evoluzione culturale dal secondo Dopoguerra ad oggi ed è una delle principali attrattive di Avezzano.

Castello Orsini Colonna

Il Castello Orsini Colonna prima del terremoto del 1915

Storia del Castello Orsini-Colonna

L’itinerario storico della struttura si articola in tre fasi costruttive diverse. La prima risale al XII secolo, quando il conte di Manoppello e Signore di Avezzano Gentile Da Palearia fece edificare una torre di vedetta a pianta quadrata, cui fu aggiunto in seguito un recinto difensivo.
Distrutta nel 1361 l’area venne riqualificata un centinaio di anni dopo quando, nel 1481, la famiglia Orsini ereditò il feudo locale. Virginio Orsini, nuovo signore di Avezzano, fece costruire attorno alla torre una fortezza per controllare meglio il territorio, circondando la costruzione con un grande fossato acqueo. La nuova costruzione, di pianta quadrangolare, era dotata di quattro torrioni laterali di forma tondeggiante.

Nel XVI secolo la costruzione subì nuove trasformazioni per volontà di Marcantonio Colonna, che trasformò la rocca in una villa fortificata, sopraelevandola di un piano e costruendo un loggiato sul lato est dell’edificio. Il fossato venne re-interrato e fu costruito, sul prospetto ovest, un elegante portale d’ingresso in stile rinascimentale con un’epigrafe commemorativa.

Il devastante terremoto del 1915 fece crollare l’intero piano rialzato aggiunto nel XVI secolo, mentre i bombardamenti bellici del 1944 distrussero anche la pianta della struttura.

Portale Monumentale Castello Orsini Colonna

Il portale monumentale Castello Orsini Colonna

Il Castello Orsini-Colonna oggi

Restaurato negli anni Sessanta, il Castello Orsini-Colonna è stato reso negli anni un edificio funzionale ed utilizzabile per eventi culturali e manifestazioni di vario tipo, grazie ad una struttura interna autoportante in acciaio e vetro trasparente, che ne ha resi fruibili gli interni.

Della costruzione originale rimangono alcune parti come l‘ingresso monumentale eretto dai Colonna in ricordo della vittoria di Lepanto. Composto da un arco trapezoidale sui cui lati sono scolpiti due orsi che portano una rosa e che guardano in direzione dello stemma della famiglia Colonna, il portale testimonia l’armonia e l’accordo tra le due famiglie che negli anni hanno posseduto il Castello.

Grazie ad una serie di scavi archeologici sono stati inoltre riportate alla luci porzioni importanti delle antiche mura interne e parte dei sotterranei originari. Una caratteristica particolare dell’immobile rimasta inalterata del tempo è la disposizione delle quattro torri alle estremità della pianta centrale, allineate con straordinaria precisione ai quattro punti cardinali del magnetismo terrestre.

Dopo la ricostruzione del dopoguerra, il Castello venne prima concesso come abitazione ad alcune famiglie di zingari per poi essere trasformato in un canile, prima di essere adibito ad edificio polifunzionale a sevizio della città.

Anche il sisma del 2009 ha arrecato danni alla costruzione, ma fortunatamente i segni lasciati da quest’ultimo terremoto non sono stati così gravi da comprometterne l’integrità e oggi la struttura è aperta e funzionante.

Proprio per questo motivo per gli abitanti di Avezzano l’edificio ha un grande valore simbolico oltre che storico e culturale, in quanto simboleggia la forza e la volontà del popolo, capace di superare ogni difficoltà e risorgere sempre dalle proprie ceneri.

Pinacoteca d'Arte Moderna di Avezzano

Alcune opere all’interno della Pinacoteca d’Arte Moderna di Avezzano

La Pinacoteca d’Arte Moderna

Il Castello Orsini Colonna ospita oggi una Sala Polifunzionale in cui vengono organizzate, mostre, proiezioni, rappresentazioni teatrali, manifestazioni turistiche ed eventi culturali di ogni tipo. Fiore all’occhiello della struttura è senza dubbio la Pinacoteca d’Arte Moderna.

Il museo espone opere artistiche di vario genere (prevalentemente sculture, pitture e grafiche) acquisite a partire dal 1949, ano in cui si svolse la prima edizione della “Mostra Marsicana di Pittura“, divenuta poi “Premio Avezzano”. Negli anni la collezione della Galleria si è arricchita di nuove opere e donazioni, scrupolosamente catalogate e analizzate dal punto di vista della loro valenza estetica, semantica e storica.

Il patrimonio artistico-culturale della Galleria è andato crescendo in parallelo con il prestigioso riconoscimento marsicano, quel “Premio Avezzano che dal 1949 al 2001 ha segnato il corso della storia delle arti figurative in italia. Alle 26 edizioni consecutive è succeduto un lungo momento di silenzio, interrotto nel 2008 dall’organizzazione di una mostra commemorativa sulla lunga storia del Premio e dalla pubblicazione, nello stesso anno, di un libro commemorativo, con l’obiettivo di dare nuova linfa alla manifestazione e contribuire alla sua rinascita.

La Pinacoteca d’Arte Moderna di Avezzano resta un’importantissima testimonianza dell’evoluzione culturale, sociale e artistica del territorio nazionale, filtrata attraverso i retaggi culturali degli artisti locali che hanno reinterpretato con sfumature sempre diverse i momenti chiave della modernità.

Informazioni utili per visitare il Castello Orsini-Colonna

Il Castello è facilmente raggiungibile in treno, autobus e automobile. Percorrendo l‘Autostrada A24/A25 Roma Pescara è necessario imboccare l’uscita “Avezzano” e da lì seguire le indicazioni per il Castello. Venendo dalla direzione Napoli invece si consiglia di percorrere il tratto autostradale A1 Napoli-Roma e prendere l’uscita “Caianello“, seguendo poi le indicazioni per Sora – Avezzano.

E’ possibile prenotare visite guidate alla struttura rivolgendosi al Centralino Comunale, rintracciabile al numero: 0863/5011.

26 novembre 2012 |

Pettorano sul Gizio

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Pettorano sul Gizio - Castello Cantelmo

La località di Pettorano sul Gizio, in provincia de L’Aquila, appartiene alla Comunità Montana Peligna ed è iscritta al circolo de “I borghi più belli d’Italia”.

Ad un’altitudine di 625 metri sul livello del mare, la borgata peligna è nota per l’eccezionalità dei suoi paesaggi naturalistici, che appartengono alla Riserva Naturale Monte Genzana Alto Gizio.

Il paese è noto anche per la sua struttura architettonica, che rende l’intera area comunale una meta d’interesse molto apprezzata dai visitatori, che ogni anno giungono da ogni parte d’Italia ma anche dall’estero.

L’origine del nome

L’abitato di Pettorano sul Gizio ha origini antichissime e diverse sono le possibili interpretazioni del suo particolare appellativo. Le più accreditate sono principalmente due:

  • la prima vede il nome del borgo derivare dal latino “petra – ae”, che può riferirsi sia alla composizione del territorio prevalentemente rocciosa, sia al nome di un antico abitato o di un fondo legato a Pictorius, gentilizio di età romana;
  • la seconda invece riconduce l’origine dell’appellativo al termine, anch’esso latino, “pectorale“, che rimanda alla forma “a petto di corazza” assunta nel tempo dal’agglomerato urbano.
Pettorano sul Gizio

Pettorano sul Gizio

Storia di Pettorano Sul Gizio

Le primissime testimonianze storiche della presenza di Pettorano Sul Gizio sono precedenti all’anno Mille, quando con questo nome veniva indicata l’intera vallata che oggi ospita la cittadina.

Nell’anno 1093 invece il toponimo Pectoranum viene nominato per localizzare il Castello Cantelmo, tutt’ora esistente e facente parte di un sistema di fortificazione che comprende i castelli di Popoli, Anversa, Raiano, Pittoritto, Pacentro e Prezza.

Nel XII secolo questa costruzione ospita attorno a sé una realtà già consolidata, tanto che, in seguito all’avvento dei Normanni, viene istituito un feudo che ne porta il nome. Tra il XII e il XVI secolo il feudo di Pettorano viene assegnato a vari Signori appartenenti a dinaste diverse su cui spicca quella dei Cantelmo, discendenti dei Re di Scozia, che giungono in Italia attorno al 1310 seguendo il sovrano Carlo I d’Angiò.

La nobile famiglia terrà saldo il suo dominio su Pettorano per circa quattro secoli, sino al 1750, guidando il territorio durante il suo periodo storico più florido, caratterizzato da una notevole crescita economica ed un’espansione edilizia e architettonica pervenuta sino ai giorni nostri. L’ultima dinastia a dominare il borgo fu quella dei Montemiletto, succeduta ai Cantelmo e insediati nell’area di Pettorano sino all’abolizione del regime feudale nel 1800.

Il ventesimo secolo vede l’intensificarsi del fenomeno dell’ emigrazione degli abruzzesi verso il resto d’Europa e verso l’America, e il comune di Pettorano Sul Gizio perde molti dei suoi abitanti. Attualmente il paese conta circa 1.400 abitanti, che durante l’estate ei periodi di vacanza durante l’anno aumentano notevolmente grazie alla presenza dei turisti.

Pettorano sul Gizio, piazza Zannelli

L’antica fontana di piazza Zannelli a Pettorano sul Gizio

Le bellezze architettoniche di Pettorano Sul Gizio

Il paesaggio urbano del borgo peligno è plasmato da costruzioni di epoca medievale circondate da imponenti mura di cinta e ingentilite all’interno da arzigogoli di epoca rinascimentale e barocca. Le cinque porte d’ingresso che puntellano le mura conservano intatte importanti testimonianze artistiche come l’affresco seicentesco raffigurante Santa Margherita che sorregge il paese con la mano sinistra, visibile sulla porta di San Nicola.

Le altre porte tutt’oggi visibili sono porta San Marco, porta Santa Margherita, porta Cencia e porta del Mulino, attraverso la quale si accede al parco di archeologia industriale che ospita i ruderi degli antichi mulini edificati per volontà dei Cantelmo lungo il fiume Gizio.

Snodo centrale del borgo è il Castello dei Cantelmo (oggi restaurato ma purtroppo non integro) con la sua base pentagonale e la torre a puntone edificata a scopo difensivo.

Il centro storico di Pettorano conserva numerosi edifici antichi, tra cui spicca il Palazzo Ducale, residenza della dinastia Cantelmo, composto da una base quadrata su cui svettano tre volumi diversi. Il cortile interno dell’edificio è oggi piazza Zannelli, ed ospita una bellissima fontana.

La Riserva Naturale Regionale Monte Genzano Alto Gizio

Istituita con un decreto del 1996,la Riserva Naturale dell’Alto Gizio ha una superficie di 3164 metri quadrati e appartiene completamente al territorio di Pettorano. L’area offre una grande varietà biologica, racchiudendo l’intero panorama naturalistico appenninico. Nella riserva si possono ammirare il celebre Orso Marsicano (che ne è anche il simbolo), il Lupo dell’Appennino, la Martora, il Gatto Selvatico e molti cervidi come il Capriolo e il Cervo nobile.
Dal punto di vista della flora invece sono presenti tutte le varietà tipiche dell’Appennino, con bellissime e rare formazioni di Rosa pimpinellifolia.

Come arrivare a Pettorano sul Gizio

Il borgo di Pettorano è raggiungibile comodamente in automobile ma anche in treno e autobus.
Venendo dall’Autostrada A25 Roma  -Pescara si consiglia l’uscita “Sulmona – Pratola Peligna” per poi percorrere i restanti 20 km sulla strada statale SS 17 in direzione Roccaraso.
Venendo da Napoli invece l’uscita da imboccare è quella di “Caianello” per poi proseguire in direzione Venafro – Roccaraso. Una volta raggiunta questa località bisogna proseguire per altri 25 km in direzione Sulmona.
L’aeroporto più vicino a Pettorano sul Gizio è quello di Pescara, seguito dagli aeroporti romani di Ciampino e Fiumicino.

26 novembre 2012 |

Castello di Salle

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Castello di Salle

Sulle montagne pescaresi, nel cuore del Parco Nazionale della Majella, il Castello di Salle è l’unica struttura ancora in funzione del piccolo centro antico di “Salle Vecchia”, distrutto dal terremoto del 1915.

Allocato tra i ruderi del vecchio agglomerato urbano, che fu interamente ricostruito più a valle durante il ventennio fascista, questa straordinaria struttura è sopravvissuta ad una moltitudine di eventi storici ed è oggi perfettamente conservata.

L’edificio, dichiarato ufficialmente “Monumento Nazionale Italiano”, è circondato dallo straordinario panorama della Riserva Naturale Valle dell’Orta ed ospita al suo interno importanti strutture come il Museo Medievale Borbonico,  nel quale sono esposte opere, armature e documenti di eccezionale rilevanza storica.

Struttura del Castello di Salle

L’architettura del castello è composta da una base a pianta quadrangolare ma irregolare che disegna una forma “ad elle”, su cui si innalzano possenti mura costruite in pietra della Majella.
Il fronte principale presenta tre diversi ingressi sui quali è possibile ammirare delle feritoie da cui ancora fuoriescono gli antichi fusti dei cannoni difensivi.

La parte più antica dell’edificio è quella del rivellino, contornato all’estremità dalla merlatura originaria e sormontato dagli stemmi di due delle antiche dinastie di proprietari, i D’Aquino e i Di Genova. Di questi ultimi sono conservate tutt’ora all’interno del castello le stanze di ricevimento e la lussuosa residenza privata, visitabili su richiesta.
Il perimetro, che comprende anche tre torri, è infine circondato da un ampio terrazzo in pietra, cinto a sua volta da una balaustra merlata.

Parte dell’edifico è occupata dalla chiesa intitolata al Beato Roberto di Salle, patrono del paese, le cui reliquie sono conservate proprio all’interno di questo luogo sacro. L’area nord del castello ospita invece il museo civico, il cui ingresso si raggiunge percorrendo un lungo viale alberato, decorato con un tipico giardino all’italiana.

Viale d'ingresso al museo di Salle

Viale d’ingresso del Museo Medievale Borbonico

Storia del Castello di Salle

La struttura originaria risale a un’epoca anteriore all’anno Mille e fu edificata come feudo longobardo dell’Abbazia di San Clemente a Casauria. La prima straordinaria testimonianza della sua esistenza è riportata nel “Chronicon Casauriense”, la celebre raccolta di cronache medievali tutt’ora conservata nell’Abbazia, che ne attesta l’esistenza già nel X secolo d.C. Sul portale in bronzo della badia casauriense è inoltre visibile un’incisione che nomina il castello di Salle tra le varie proprietà del monastero, che costituivano un’imponente rete difensiva di 72 unità.

Il primo utilizzo che venne fatto della struttura fu dunque quello di rocca protettiva, ma con l’avanzare dell’età feudale fu adibito anche a residenza privata. L’avvento dei Normanni e l’annessione della zona al Regno di Sicilia, trasferì l’egemonia di Salle e del suo castello a feudatari laici.
La sua posizione strategica rese il borgo un punto cardine per la difesa dei confini del regno e divenne ancor più popolare durante l’epoca del Beato Roberto, cui andò il merito di diffondere sul territorio l’Ordine dei Celestini.

Nel Quattrocento nacque qui la categoria dei “cordai di budella”, i fabbricatori di corde per i liuti di musici e trovatori, che diede vita alle più recenti industrie romane e napoletane. Ancora oggi l’abilità nella fabbricazione di corde connota il piccolo borgo di Salle, noto a livello nazionale e internazionale proprio per questo tipo di attività artigianale.

Tra il XV e il XVI secolo la struttura fu posseduta dalle famiglie Colonna e D’Aquino e, a causa della dominazione spagnola, fu gettata nell’oblio come molti dei castelli della regione.

Nel 1646 sopraggiunse la dinastia Di Genova, di origine vastese, che innescò un processo di recupero dell’edificio e dell’intero borgo che si protrasse per diversi secoli.
I dissesti strutturali e idrologici del territorio causati soprattutto dagli eventi sismici che hanno interessato l’Abruzzo nel corso della storia, hanno portato a ingenti opere di restauro, che hanno definitivamente trasformato il Castello di Salle in una residenza signorile.

Vista panoramica dal Castello di Salle

Vista panoramica dal Castello di Salle

Il Castello di Salle oggi

Ancora oggi l’edificio è di proprietà dei Di Genova, per la precisione del Barone Mario Di Genova in condivisione con il Cav. Dott. Fabrizio Mechi. Attorno alla residenza è nata una società, di cui il Cavaliere è presidente, che punta al rilancio culturale ed economico dell’area, dotata di un enorme potenziale turistico. La tradizionale ospitalità della nobiltà italiana è oggi combinata con una serie di servizi: in cantiere ci sono una struttura ricettiva ed una alla ristorazione con uso esclusivo dei prodotti alimentari del territorio, di cui già esiste una produzione marchiata per l’appunto “Castello di Salle”.

 

Visitare il Castello

Oggi è possibile visitare gli interni della struttura e in particolar modo il Museo Borbonico Medievale prenotando al numero di telefono 085.92.82.65 o scrivendo all’indirizzo di posta elettronica info@castellodisalle.it, specificando nel messaggio il numero di visitatori (nel caso in cui si tratti di un gruppo e non di un singolo).

Il Castello di Salle è aperto tutti i giorni dalle ore 10.00 alle 13.30 e nel pomeriggio dalle 15.00 alle 19.00.
Il biglietto d’ingresso ha un costo di 4 euro, mentre l’accesso è gratuito per i bambini sotto i 12 anni e per gli over 65.

Per raggiungere la località si consiglia di percorrere l’Autostrada A24/A25 RM-PE e imboccare uscita Torre de’ Passeri/Casauria, per poi proseguire in direzione Tocco da Casauria/ Bolognano/ Salle.
Venendo da Napoli invece si consiglia di percorrere l’autostrada A1 NA-RM, uscire a Caianello e proseguire sulla statale seguiendo le indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso/ Sulmona/.
Sull’Autostrada A25 direzione Pescara è necessario invece imboccare l’uscita Torre de’ Passeri -Casauria/ e proseguire in direzione Tocco da Casauria/ Bolognano/ Salle.

 

26 novembre 2012 |

Forte di Vasto

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Forte di Vasto

Il Forte di Vasto, detto anche Castello Caldoresco o Castello di Caldora, è la più grande ed importante costruzione fortilizia della provincia di Chieti.

Adagiato sulla collina in cui si trova il centro storico, la struttura occupa una posizione privilegiata da cui domina l’intera area comunale offrendo una vista mozzafiato sul golfo vastese.

Il Forte è una testimonianza storica unica nel suo genere in quanto è uno dei più interessanti ed enigmatici esempi di architettura militare medievale giunti ai giorni nostri.

Interpretarne la complessità architettonica risulta ancora oggi molto difficile in quanto la sua storia costruttiva si articola in molteplici passaggi, che hanno visto nel corso dei secoli varie e imponenti aggiunte strutturali che ne hanno modificato la pianta originale.

Il Forte di Vasto

Il Forte di Vasto

Storia del Forte di Vasto

La fortezza vastese è strettamente legata alla figura del condottiero Giacomo Caldora (tanto da portarne il nome), erede dell’omonima dinastia feudale che, nel XV secolo si autoproclamò Signore di Vasto a seguito di un suo intervento per difendere il marchesato dai tentativi di conquista di alcuni signorati esterni.
Nonostante questa curiosa auto-incoronazione, gli abitanti della città in principio lo accolsero positivamente, in quanto personaggio stimato e temuto per la sua belligeranza. L’avere Caldora “dalla propria parte” dunque, avrebbe assicurato a Vasto una protezione durevole dagli attacchi militari extraterritoriali.

L’eccentrico cavaliere di ventura si innamorò della città al punto da prendere possesso di un vecchio forte costruito nel secolo precedente e trasformarlo nella sua residenza invernale.
Le ingenti possibilità economiche della famiglia Caldora permisero la costruzione di un’imponente struttura a pianta quadrata edificata sulla vecchia base originale che ricorda l’architettura militare svevo-angioina, circondata da un bastionato delimitato da tre torri cilindriche (di cui oggi ne restano due) e sormontato al centro da un’altissima torre cilindrica.

Torre di Bassano

Torre di Bassano

La struttura venne danneggiata sul finire dello stesso secolo per mano dei cittadini vastesi in rivolta, che distrussero parte della fortificazione (tra cui la torre centrale che oggi manca all’appello) per recuperare materiale da costruzione.

Sul finire del secolo il forte passò nelle mani dei D’Avalos, che aggiunsero all’architettura esistente delle nuove fabbricazioni, utilizzando materiali simili ma non identici. Proprio per questo ancora oggi è possibile notare una vera e propria linea di demarcazione che separa la parte del palazzo caldoresca sopravvissuta alle rivolte e quella aggiunta successivamente.

Tra gli elementi aggiunti spicca la Torre di Bassano, dalla forma cilindrica, realizzata interamente in mattoni e sormontata da una struttura sporgente mensolata tipica dell’epoca. La torre, così come una porzione delle mura, si affacciano direttamente sulla piazza principale del centro storico.
Recentemente l’intero complesso architettonico è stato sottoposto ad opere di consolidamento e ristrutturazione.

Il Forte di Vasto oggi

Attualmente il Forte di Vasto è utilizzato in parte per scopi commerciali, mentre altre aree sono adibite a residenza privata (periodicamente vengono addirittura messi in vendita appartamenti all’interno del castello). In ogni caso è possibile ammirare la magnificenza della struttura e passeggiare in alcuni dei suoi spazi. Il Forte e la Torre di Bassano oggi cingono piazza Rossetti, cuore pulsante della città vecchia.

Come arrivare al Forte di Vasto

Il Forte di Vasto è facilmente raggiungibile con ogni mezzo di trasporto.

L’aeroporto più vicino è quello di Pescara, che dista circa 77 chilometri dal comune di Vasto.

In autostrada è possibile raggiungere la località abruzzese attraverso la A14 Bologna – Bari, imboccando una delle due uscite che portano alla città: Vasto Nord – Casalbordino oppure Vasto Sud – Montenero di Bisaccia.

In città ci sono due stazioni ferroviarie, rispettivamente quella di Vasto – San Salvo (la più vicina al Forte) e quella di Porto di Vasto (per raggiungere agevolmente la zona della marina).

26 novembre 2012 |

Castello marchesale di Palmoli

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Castello Marchesale di Palmoli

Il Castello Marchesale di Palmoli è una maestosa costruzione situata nella parte più alta dell’omonimo borgo fortificato, per la precisione all’interno del quartiere denominato “Le Coste”. L’area, appartenente alla Comunità Montana del Medio Vastese, in provincia di Chieti, è immersa nel verde ed offre scorci paesaggistici di eccezionale bellezza.

La posizione del maniero è strategica e attentamente studiata nella sua collocazione originaria, in quanto sovrasta il fiume Treste, che anticamente lambiva diversi mulini ad acqua, ed è prossima all’antico santuario di San Michele di Liscia.

La sua struttura complessa e polimorfa lo rendono un’affascinante testimonianza del lungo percorso storico che ha caratterizzato l’evoluzione del territorio attraverso dominazioni straniere, guerre e dinastie signorili, rappresentando con straordinaria fedeltà i mutamenti che hanno segnato l’area chietina e la sua popolazione negli ultimi mille anni.

Scorcio dal Castello di Palmoli

Scorcio dal Castello di Palmoli

Storia e architettura del Castello Marchesale di Palmoli

Come spesso accade per gli edifici storici della zona teatina infatti, anche il Castello Marchesale ha una struttura molto articolata e definita nella sua completezza in epoche storiche diverse tra loro.
Si presuppone che la costruzione originaria fosse una torre d’avvistamento edificata a ridosso dell’anno Mille, successivamente stratificata con nuovi elementi che hanno portato nei secoli alla definizione di un vero e proprio borgo fortificato.

Il castello fu voluto dalla famiglia Pandulfo – Di Sangro dei Conti di Monteodorisio.

Le prime aggiunte edilizie all’antica torre circolare risalgono al XIII secolo, sono proseguite nel XV/XVI secolo e culminate con ulteriori interventi nel XIX secolo, andando di pari passo con l’avvicendarsi delle famiglie feudali e delle dinastie che si installavano sul territorio.

La torre primitiva fu circondata da un torrione dodecagonale composto da una scarpa poligonale nella fascia inferiore e un nucleo cilindrico centrale, sormontato da archetti pensili e merli guelfi.

Accanto a questa struttura furono poi edificati il Palazzo Severini-Longo e la chiesa di San Carlo Borromeo, che fu costruita per volere del marchese Severino Gagliati.

La torre e le altre aree del maniero furono collegate tra loro mediante un passetto, un ambiente costruito per congiungere  l’area residenziale con il torrione.

Il castello marchesale, con pianta ad L irregolare, fu dotato di un giardino interno provvisto di casematte, piccoli locali chiusi all’interno e circondati da protezioni a prova di bomba, utilizzati per la difesa della struttura. L’abitazione nobiliare è cinta da quattro ingressi lunettati ed altre entrate scolpite e impreziosite con elementi architettonici che variano dallo stile medievale al tipico rococò del portale della chiesa di San Carlo Borromeo.

I principali materiali usati per la costruzione sono la pietra calcarea estratta nella zona, la pietra d’Istria (una pietra calcarea più compatta), e il laterizio (un insieme di mattoni e tegole del tipo coppo).

Nel palazzo marchesale sono inoltre visibili elementi architettonici composti di arenaria grigio-verde, rintracciabili soprattutto all’interno della residenza signorile.

Gli interni sono quasi del tutto privi di decorazioni, andate perdute nei secoli, ad eccezione dell’ambiente rettangolare della chiesa, che conserva capitelli, statue e modanature in stucco sui soffitti, restaurate tra il 1947 e il 1950.

Ingresso della chiesa di San Carlo Borromeo

Ingresso della chiesa di San Carlo Borromeo

Il Castello Marchesale di Palmoli oggi

Tra il 1993 e il 1994 il Comune di Palmoli e la soprintendenza ai Beni Culturali hanno compiuto un’importante opera di consolidamento, restauro e valorizzazione del maniero, rendendo nuovamente l’intera struttura agibile e aperta al pubblico.

L’area residenziale signorile ospita attualmente gli uffici del Municipio, mentre la Torre poligonale è sede del Museo Civico della Tradizione Contadina dal 1978. L’esposizione permanente accoglie attrezzi e utensili agricoli, abiti tradizionali e importanti reperti archeologici rinvenuti nella zona.
Da alcuni anni è presente inoltre una sezione Etnografica.

Il museo è visitabile nell periodo estivo (da metà giugno a metà settembre), ogni sabato e domenica dalle ore 9.30 alle 12.30 e nel pomeriggio dalle 16.30 alle 19.30. Durante gli altri periodi dell’anno invece è possibile visitare la struttura dietro prenotazione, chiamando il centralino comunale al numero 0873 955121.

Come arrivare al Castello Marchesale

Il comune di Palmoli e dunque il borgo fortificato del Castello Marchesale sono raggiungibili in automobile percorrendo l’autostrada A24/A1 Roma – Napoli e imboccando l’uscita “San Vittore”, per poi proseguire in direzione Venafro/ Isernia/ Pescolanciano/ Palmoli. Venendo da Napoli invece, si consiglia di procedere lungo il tratto autostradale A1 imboccando l’uscita Caianello, per poi proseguire in direzione Venafro/ Isernia/ Pescolanciano/ Palmoli.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Il nome di Palmoli deriva da Palmula Monteverde, coniato molti secoli orsono quando gli abitanti dei vicus dell’agglomerato urbano originario, si trasferirono sul monte sovrastante, coperto di ulivi silvestri dalle foglie di color verde scuro.

L’evento principale celebrato in città è la festa di San Valentino, patrono del paese, celebrato il 14 febbraio.
Da segnalare inoltre è la tradizionale “sfilata delle Pacchianelle” che si svolge il 27 luglio, con donne e uomini agghindati con abiti tradizionali che sfilano portando vari prodotti in dono alla Madonna delle Grazie. I donativi vengono poi battuti all’asta nel pomeriggio dello stesso giorno in piazza Marconi.

Per quanto riguarda invece le tipicità alimentari della zona, il prodotto più rappresentativo della località frentana è la Visica palmolese, un’ottima ventricina prodotta dai contadini del posto utilizzando carne di suino, peperoncino e aromi naturali, la cui stagionatura dura oltre 100 giorni.

A questo prodotto del territorio è dedicata una sagra, che si svolge il 10 agosto proprio presso il Castello Marchesale.

26 novembre 2012 |

Castello Aragonese di Ortona

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Castello Aragonese Ortona

Il Castello Aragonese di Ortona è una suggestiva struttura risalente al XV secolo, arroccata sul promontorio a picco sul mare “La Pizzuta”, che domina la splendida cittadina di Ortona a Mare, in provincia di Chieti.

La costruzione è uno dei più importanti esempi, presenti sul territorio, di trasformazione di una fortificazione medievale in un “elevato” rinascimentale, oggi perfettamente visibile in tutta la sua magnificenza grazie a un’ingente opera di consolidamento e restauro.

Lo scorcio visivo che offre il Castello permette di abbracciare con lo sguardo un lungo tratto di “Costa dei Trabocchi”, con le sue calette naturali e le antiche palafitte da pesca, tutt’oggi in attività, che puntellano uno dei tratti più affascinanti del Medio – Basso Adriatico.

L' ingresso del Castello Aragonese di Ortona

L’ ingresso del Castello Aragonese di Ortona

Struttura del Castello Aragonese di Ortona

Anche la roccaforte di Ortona è composta da diverse costruzioni sovrapposte tra loro nei secoli. Attualmente il castello è costituito da quattro massicci torrioni dalla punta cilindrica circondati da un fossato e collegarti all’interno da un ampio terrazzo. Le torri nella parte inferiore sono cinte da elementi di consolidamento “a scarpa”e sono raccordate da un ”toro”, una fascia sagomata decorativa dalla forma tondeggiante.

È interessante notare come l’altezza dei quattro torrioni superi a malapena quella delle cortine murarie che le collegano tra loro, in quanto le tecniche militari adottate nel periodo della ricostruzione della struttura differivano da quelle usate in epoca medievale, quando per evitare di danneggiare le catapulte le torri degli antichi forti erano molto più alte rispetto alle mura.

L’aspetto curioso dell’architettura dell’edificio è la sua collocazione all’interno delle mura di cinta del centro antico di Ortona, ubicazione affatto comune per questo tipo di fortificazioni: a separare il Castello dalle case e dai vicoli della città vecchia infatti, c’è solo il fossato e non un’intera cinta muraria come di solito accade.

All’interno del corpo del castello sono presenti infine due torri più piccole, inserite in uno spazio quadrangolare, che si discostano notevolmente nello stile, ricordando epoche di costruzione differenti.

Storia del Castello aragonese di Ortona

La costruzione del fortilizio così come oggi la conosciamo è risalente al periodo che va dal 1450 al 1470 e si basa su edificazioni precedenti di origine medievale. La struttura precedente fu voluta probabilmente dal condottiero Giacomo Caldora, che fece costruire delle imponenti mura per proteggere Ortona dagli attacchi degli aragonesi, che però riuscirono a conquistare la città nel 1452.

La planimetria del palazzo, di forma quadrangolare in pieno stile rinascimentale, fu dunque voluta da Alfonso d’Aragona, che decise di ricostruire la fortificazione a strapiombo sul mare, per proteggere il porto della città.

La città passò nelle mani di Margherita D’Austria nel 1582, che acquistò Ortona per 54.000 ducati, con l’intento di renderlo un abitato moderno ed economicamente florido. L’azione edilizia del nuovo dominatore si concentrò per lo più sul nucleo abitato e lasciò pressoché intatta la roccaforte aragonese.

Nei secoli successivi il borgo fu gestito da amministrazioni locali poco lungimiranti, che innescarono un lungo processo di decadenza. Il porto locale fu spostato verso sud e il forte perse la sua funzione protettiva, scivolando verso il declino al punto che, nel 1779, le truppe napoleoniche lo attraversarono senza alcuna difficoltà per invadere l’intera area.

Nel corso del Novecento il maniero fu notevolmente danneggiato dai bombardamenti del 1943 e da una frana nel 1946.

Il Castello Aragonese oggi

Dopo un lungo periodo di oblio, l’intera struttura è stata ristrutturata negli anni Novanta, tornando a dominare il promontorio ortonese in tutto il suo splendore.

Oggi il Castello Aragonese è divenuto un luogo molto importante per la città in quanto (soprattutto nel periodo estivo) ospita mostre, concerti ed eventi culturali di ogni tipo.

La struttura è aperta al pubblico e può essere visitata gratuitamente nelle seguenti modalità:

  • durante i mesi estivi (giugno, luglio e agosto) il forte è aperto dal lunedì al sabato dalle ore 18.00 alle 24.00;
  • durante il mese di settembre invece il castello sarà aperto dal lunedì al sabato dalle 18.00 alle 23.00
  • da ottobre a maggio infine, l’edificio è aperto dal lunedì alla domenica dalle 9.30 alle 13.30 e dalle 15.00 alle 17.00.
Panoramica della Costa dei Trabocchi

Panoramica della Costa dei Trabocchi

Come arrivare al Castello Aragonese di Ortona

Il maniero aragonese di Ortona è comodamente raggiungibile con ogni mezzo di trasporto.
L’aeroporto più vicino alla città è quello di Pescara, che dista circa 24 chilometri ed è ben collegato con la rete urbana.

Dal porto di Ortona partono inoltre aliscafi e traghetti diretti in diverse località come le Isole Tremiti, la Croazia, la Grecia, il Montenegro e molte altre ancora.

In automobile invece, si consiglia di percorre l’autostrada A14 Bologna – Bari (venendo da nord in direzione di Ancona, mentre da sud bisogna seguire la direzione verso Pescara) e prendere l’uscita “Ortona”, proseguendo (in direzione Ortona) sulla SP 44 e poi sulla SS 538 Marruccina, seguendo infine le indicazioni per il castello.

Venendo da Pescara invece si consiglia di imboccare la SS 16 in direzione di Chieti e prendere da lì la A14 per Ortona.

E’ possibile raggiungere la località anche in treno (stazione di Ortona a Mare) e autobus, utilizzando le principali linee regionali e interregionali.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

La città di Ortona fu soprannominata da Winston ChurchillLa Stalingrado d’Italia”, in seguito ai lunghi e sanguinosi bombardamenti che rasero al suolo la città durante la Seconda Guerra Mondiale.
La storia vuole che nel 1943 la famiglia reale scappò dai nazisti proprio attraverso il porto di Ortona, rifugiandosi nella già liberata Brindisi, per poi completare la fuga.

Attraversata dalla celebre “Linea Gustav”, la fortificazione che tagliava in due la penisola (a nord della linea vi erano i nazisti mentre a sud le truppe della Resistenza), Ortona fu presa d’assalto e bombardata da entrambi gli eserciti per circa sei mesi,  guadagnandosi l’appellativo di “Stalingrado d’Italia” proprio per le prolungate lotte avvenute nel cuore dell’abitato.

Completamente rasa al suolo, alla città venne assegnata una medaglia d’oro al valore civile.

Di quel disastroso capitolo di storia ortonese oggi restano alcuni ruderi e un documentario italiano, “Ortona 1943: un Natale di sangue” che ne racconta i retroscena.

Le Nevole di Ortona

Le Nevole di Ortona

 

Tra le principali ricorrenze celebrate a Ortona si ricorda la festa di San Sebastiano, che si celebra il 20 gennaio, durante la quale viene accesso il tradizionale “vaporetto”, una struttura metallica ricolma di fuochi pirotecnici, davanti alla Cattedrale.

L’evento principale dell’anno è però la Festa del Perdono, celebrata durante la prima domenica di maggio, in cui si svolge una processione in mare per ricordare lo sbarco in città delle reliquie di San Tommaso Apostolo, patrono di Ortona.

Da 12 anni a questa parte la città ospita un’importante manifestazione musicale dal nome “Donne in Jazz”, che porta ogni anno sul palco ortonese le artiste femminili più valide del panorama musicale italiano e internazionale.

Per quanto riguarda infine i piatti tipici del territorio, assolutamente da provare sono le “Nevole di Ortona”, tipici dolci a base di farina e mosto cotto, cucinate nel tradizionale stampo di ferro.

26 novembre 2012 |

Alba Fucens

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Alba Fucens

Alba Fucens è un sito archeologico italiano, di origine latina, situato a circa 7 km dal comune di Avezzano, in provincia de L’Aquila.

Il parco archeologico si trova ad un’altitudine di circa 1000 metri, alle pendici del Monte Velino e dunque iscritto nella Riserva Naturale del Monte Sirente – Velino.

Composto da varie strutture e reperti archeologici ben conservati, l’area è una testimonianza unica nel suo genere, che ha portato sino ai giorni nostri l’eredità storica dell’antico e omonimo agglomerato urbano che sorgeva sul territorio.

Alba Fucens era circondata da una cinta muraria di dimensioni ciclopiche, della lunghezza perimetrale di circa 2,9 km, ad oggi quasi del tutto integra e puntellata da quattro porte che garantivano l’accesso all’interno da ogni lato del margine esterno (Porta di Massaia, Porta Fellonica, Porta Massima e Porta Sud).

Internamente vi erano case, un anfiteatro ad oggi perfettamente conservato, due piccoli templi (il tempio di Ercole e il santuario sul colle Pettorino), varie terrazze, un comizio, un forum e un macellum rettangolare, in cui probabilmente si teneva il mercato locale.

Antiche rovine di Alba Fucens

Antiche rovine di Alba Fucens

La storia di Alba Fucens

Alba Fucens, i cui abitanti venivano chiamati “albensi” per distinguerli dagli “albani” che vivevano nell’Urbe, fu fondata dai Romani nel 304 d.C., a seguito di numerose battaglie per strappare il territorio ali oriundi Equi, antichissima popolazione che abitava la zona insieme ai Marsi.

La posizione altamente strategica del posto la rendevano un punto d’appoggio importante per i conquistatori, che avevano così una roccaforte subito a nord della Tiburrtina Valeria, arteria stradale (sopravvissuta fino ai giorni nostri) che fu prolungata proprio in quel periodo.

In età repubblicana Alba fu sottoposta a diversi attacchi proprio per la sua posizione geografica determinante dal punto di vista militare e di gestione del territorio, ma la città rimase fedele a Roma e divenne meta d’esilio per prigionieri politici importanti come il re di Macedonia Perseo, il re di Numidia Siface e il re degli Averni Bituito.

L’età imperiale fu invece segnata da una grande prosperità, come è testimoniato dalle iscrizioni ritrovate su territorio.

La decadenza della colonia coincise con quella del Impero Romano: le invasioni barbariche, il collasso dell’amministrazione latina, il ri-allagamento dell’area del Fucino bonificata nei secolo precedenti dall’imperatore Claudio dovuto alla mancanza di manutenzione e l’impossibilità di ricostruire gli edifici crollati in seguito a numerosi terremoti, furono fattori determinanti per la rovina di Alba Fucens.

La popolazione abbandonò l’agglomerato urbano per rifugiarsi altrove e, cn l’arrivo dei Saraceni nell’XI secolo, fu edificato il borgo medievale sul colle di San Nicola, dove fu eretto un castello.

Nei secoli successivi l’area divenne una contea e fu sottoposta a diversi domini, che nel corso dei secoli determinarono la distruzione completa dell’area.

Il terremoto del 1915 e la storia recente

Il violento terremoto del 1915 che devastò l’Abruzzo colpì duramente anche Alba Fucens. Nel lungo periodo post-terremoto furono edificate nuove abitazioni, ma il paese rimase privo di edifici pubblici per alcuni anni.

Fu in seguito riedificata la chiesa di San Nicola ma l’ampliamento edilizio del comune si interruppe con il sopraggiungere della Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1943 Massa d’Albe (l’attuale nome di Alba Fucens) fu occupata dai tedeschi e, come consuetudine le corso di tutta la sua storia, divenne un punto strategico molto importante.
In seguito alla guerra, con l’abrogazione della legge imposta da Mussolini che vietava l’emigrazione,  il paese si spopolò gradualmente.

Nell’immediato dopoguerra iniziarono dei lavori di scavo che riportarono alla luce l’anfiteatro romano e la chiesa romanica di San Pietro. Il progetto di riqualificazione dell’area fu però interrotto dalla mancanza di fondi, e i nuovi nuclei familiare di Alba preferirono insediarsi e costruire nei comuni limitrofi (in particolar modo ad Arci).

Alba Fucens oggi

Attualmente Massa d’Albe (il paese sorto dopo la distruzione dell’antica Alba) è un ridente comune di circa 1.600 abitanti che si affaccia sull’antico agglomerato romano, sul borgo medievale e sulle poche case ricostruite agli inizi del Novecento.

Il castello Orsini ad Alba Fucens

Il castello Orsini ad Alba Fucens

L’area è considerata uno dei luoghi più interessanti da visitare per gli amanti del turismo archeologico, che possono esplorare gratuitamente un luogo magico e denso di storia, circondato da scorci naturali mozzafiato. La tranquillità della zona rappresenta un plus per il visitatore, che può passeggiare tra le antiche rovine romane senza il chiasso e la confusione tipica dei siti archeologici più “commerciali” e spesso affollati.

L’eccezionalità dei reperti giunti ai giorni nostri è valsa all’area l’appellativo di “Pompei d’Abruzzo”.

Degna di nota è la chiesa di San Pietro, tempio romano dedicato ad Apollo, convertito poi a chiesa cristiana durante il Medioevo. La struttura è composta da antiche colonne e ospita al suo interno degli splendidi mosaici di raffinata fattura cosmatesca.

Nei pressi del parco archeologico si può visitare infine il castello Orsini, testimonianza del dominio sul territorio dell’omonima famiglia nobiliare nel XIV secolo ed ex roccaforte militare nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. Dal castello è possibile ammirare il suggestivo panorama che si apre a ventaglio sull’intera vallata.

Come arrivare ad Alba Fucens

La località di Alba è raggiungibile in automobile percorrendo l’autostrada A24 Roma-Teramo, imboccando l’uscita “Magliano dei Marsi”, per poi proseguire in direzione “Massa d’Albe/ Alba Fucens”.
Venendo da Napoli invece è necessario attraversare l’autostrada A1 Napoli-Roma, uscire a “San Vittore” e seguire le indicazioni per “Sora/ Avezzano/ Magliano dei Marsi/ Scurcola Marsicana/ Tagliacozzo”, proseguendo poi in direzione “Massa d’Albe/ Alba Fucens”.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Il borgo di Alba Fucens è legato ad una serie di antichissime tradizioni, soprattutto religiose, giunte fedelmente sino ai giorni nostri.

Il 6 dicembre si celebra la ricorrenza di San Nicola, patrono di Alba. Durante la giornata vengono distribuiti agli abitanti delle forme di pane benedetto, chiamato per l’appunto “panette di San Nicola”, in onore dell’antica tradizione medievale promossa dall’abate della chiesa, che soleva ringraziare i fedeli per le loro donazioni donando del pane ad ogni famiglia.
Altra festività molto suggestiva è la “Festa delle Zitelle”, legata alle celebrazioni per la Madonna Addolorata che cadono il 10 ottobre.

L'antica chiesa di San Pietro

L’antica chiesa di San Pietro

Protagonista dell’evento è un antichissimo quadro della Madonna Addolorata di valore inestimabile, che ogni anno viene affidato in custodia a una “prescelta”, chiamata la “festarola”, che custodirà il quadro in casa propria. La donna avrà il dovere di accogliere i fedeli in visita, che canteranno antiche litanie ed onoreranno la Vergine. Assolti gli obblighi religiosi i fedeli festeggeranno con un rinfresco offerto dalla padrona di casa.

Al termine dell’anno di giacenza il quadro viene portato in processione fino alla chiesa di San Nicola, dove ci sarà il solenne passaggio del quadro alla nuova festarola, che deve essere rigorosamente non sposata.

Le tipicità alimentari del territorio sono legate all’allevamento di pecore, da cui si ricavano degli ottimi formaggi, mentre le carni sono utilizzate per i tipici “arrosticini” e l’ottimo stufato di pecora. Degna di nota è anche la produzione di miele biologico di montagna.

E’ possibile visitare Alba Fucens durante tutto l’anno esi consiglia, una volta sul posto, di visitare l’interno dell’antica chiesa di San Pietro, aperta su richiesta dal  vecchio custode del paese, che richiederà una piccola offerta libera.

26 novembre 2012 |
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