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Itinerari d’Abruzzo

Val di Rose

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Val di Rose

La Val di Rose è una delle aree più suggestive del Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise.

La località abruzzese, che prende il nome dai rigogliosi cespugli di rosa canina che crescono al suo interno, è localizzata geograficamente in provincia de L’Aquila ed è incastonata tra il comune di Civitella Alfedena e lo splendido lago di Villetta Barrea.

Al centro della vallata, ad un’altitudine di 1952 metri, si trova il rifugio Forca Resuni, che prende il nome dall’omonimo valico, e rappresenta una tappa obbligata per tutti gli escursionisti che esplorano la zona in cerca di un contatto ravvicinato e sempre stupefacente con la natura.

Camosci nella Val di Rose

Camosci nella Val di Rose

Gli animali della Val di Rose

Il vallone si trova nel cuore dell’area faunistica che ospita specie di rara bellezza (molte delle quali rischiano l’estinzione) come il Lupo dell’Appennino, il Camoscio d’Abruzzo, l’Orso Marsicano e l’Aquila Reale.
Una menzione speciale merita la Rupicapra Pyrenaica, comunemente chiamata Camoscio dei Pirenei, un’antilope caprina che in Italia è rintracciabile solo sugli appennini abruzzesi e in particolare nella Val di Rose.

Gli animali qui vivono in stato di semilibertà, in un’ampia superficie recintata, e vengono nutriti dall’uomo per l’impossibilità di reperire nella zona prede sufficienti per la loro sussistenza.
E’ consuetudine incontrarli lungo il cammino e, dato il contatto abituale con l’uomo, non ne risultano affatto spaventati.
Una delle maggiori attrattive della valle è quindi il contatto ravvicinato con gli straordinari esemplari che popolano l’area.

Da Civitella Alfedena al rifugio di Forca Resuni attraverso la Val di Rose

Lungo l’intero territorio si snoda un sentiero montano, facilmente percorribile anche da escursionisti inesperti. La camminata, della durata di circa 3 ore per la salita ed altrettante per la discesa, non presenta grandi difficoltà e consente di godere appieno della splendida natura del luogo, che si apre al visitatore in tutte le sue manifestazioni.

L’itinerario che da Civitella Alfedena arriva al Rifugio di Forca Resuni è uno dei più conosciuti e frequentati dell’intero Parco Nazionale, grazie alla bellezza dei paesaggi, alla possibilità frequente di imbattersi in splendidi animali (abituati tra l’altro alla presenza dell’essere umano e dunque per nulla spaventati) e alla piacevole scorrevolezza del sentiero, che presenta un solo tratto di salita vera e propria.

Da Civitella Alfedena è possibile valicare l’ingresso “J” del Parco Nazionale, imboccando il sentiero “l1” direttamente dal centro storico.
Qui si apre un’ampia mulattiera sassosa costeggiata da muretti a secco, che prosegue più avanti con il tratto più impegnativo del percorso, una salita che procede lungo il Mava e che si apre, sulla cima, in un ampio scorcio sul lago di Villetta Barrea.
A questo punto si consiglia di continuare attraverso le ampie radure che ospitano una vasta faggeta.
Dopo un’ora circa di camminata, si esce dal bosco per ritrovarsi davanti ad uno splendido anfiteatro di roccia naturale. Proprio qui, a ridosso della valle Monte Boccaneta e del Passo Cavuto, è probabile riuscire ad avvistare cervi e camosci, tra i ghiaioni e le pareti di roccia che delimitano l’area.

Il rifugio Forca Resuni

Il rifugio Forca Resuni

Seguendo il percorso del canalone si giunge alla cima di Passo Cavuto, a 1980 metri d’altezza. Il panorama in questo punto è straordinario, con vista sulla Camosciara, sulla valle Jannanghera e sul monte Petroso. Questa zona è anche il punto della valle preferito dai camosci, che quasi certamente faranno capolino lungo il percorso.

In pochi minuti dalla cima si giunge al valico di Forca Resuni e all’omonimo rifugio, che si trova a 1952 metri di altitudine. Qui è possibile sostare per rifocillarsi e godere del panorama naturale, ma non è possibile pernottarvi (ad eccezione di casi particolari), in quanto il rifugio è un’importante punto di appoggio per la Forestale e le guardie del Parco che per lavoro devono trattenersi in zona.

Il passo ospita in questo punto i rari Pini Mughi, reminiscenze delle antiche ere glaciali, che proprio qui toccano il punto più a sud in cui è possibile ammirarli in Europa.

Da questo punto inizia la discesa, attraverso il sentiero “K6”, molto bello ma anche abbastanza lungo. Attraversata un’altra faggeta, si prosegue sul fondovalle Jannanghera attraverso delle bellissime radure, fino a raggiungere l’omonima sorgente d’acqua. A questo punto, si consiglia di svoltare a sinistra e imboccare il sentiero “l4” che termina nuovamente a Civitella Alfedena.

Come arrivare in Val di Rose

Civitella Alfedena è comodamente raggiungibile con diversi mezzi di trasporto. L’aeroporto più vicino è quello di Pescara, che dista 122 chilometri dal comune aquilano. Da qui (come da diverse altre località) è possibile sia prendere il treno sino alla stazione Alfedena (linea Napoli – Castel di Sangro Pescara), oppure fino ad Avezzano (linea Roma – Avezzano – Pescara), da cui poi è necessario prendere un pullman per il paese.

Civitella Alfedena è inoltre raggiungibile in autobus con i mezzi della linea di trasporto regionale Arpa.

Il borgo di Civitella Alfedena

Il borgo di Civitella Alfedena

In automobile invece, se si viene da Nord bisogna percorrere l’autostrada A14 seguendo la direzione “Ancona”, proseguire in direzione Roma e continuare poi sull’autostrada A 25 Roma – Pescara. L’uscita da imboccare è quella “Bussi/Popoli”, per poi seguire la direzione L’Aquila sulla A 24.
A questo punto bisogna continuare sulla SS 17, attraversare il comune di Popoli, svoltare sulla SS 83 in direzione “Alfedena” e infine seguire le indicazioni per Civitella Alfedena.

Venendo da Sud invece bisogna seguire la direzione Pescara sull’autostrada A14 E, a Bari Nord, immettersi sull’autostrada A 16 andando in direzione di Benevento per poi proseguire per il raccordo RA 9. Giunti a Benevento, è necessario imboccare la SS 88, uscire in direzione Campobasso e continuare sulla SS 17 seguendo le indicazioni per di Alfedena.
Percorrendo la SS 83 si giunge infine a Civitella Alfedena seguendo le segnalazioni stradali.

Venendo da L’Aquila infine si consiglia di imboccare la SS 17 per poi procedere sulla SS 5BIS in direzione “Avezzano/Rocca di Mezzo”.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Un consiglio per i visitatori del Parco: se si desidera avvistare gli splendidi lupi che popolano l’area, si consiglia di recarsi nella Val di Rose di pomeriggio e godersi il tramonto sulla valle, in quanto questi animali sono soliti uscire in prossimità del buio.

Data l’importanza che la Val di Rose ricopre a livello territoriale, rappresentando una delle mete più ambite e frequentate per gli amanti del “turismo ecologico”, durante i mesi estivi l’accesso all’area è regolamentato in modo da non sovraffollare la valle. Pertanto, in questo periodo è possibile compiere la propria escursione su prenotazione e guidati da uno degli “Accompagnatori di media montagna – Guide del Parco” , il personale specializzato addetto a gestire le visite nel Parco.

I contatti di riferimento per le prenotazioni sono rintracciabili sul sito del comune di Civitella Alfedena e su quello ufficiale del Parco Nazionale d’Abruzzo.

Fiaccolata e fuochi di fine anno a Civitella Alfedena

Fiaccolata e fuochi di fine anno a Civitella Alfedena

 

Per una sosta ristoratrice si consiglia di provare le tipicità del luogo, come la zuppa di orapi (spinaci selvatici) e fagioli, accompagnati dai tipici gnocchetti fatti con acqua e farina.

Da provare inoltre sono gli insaccati, i formaggi di pecora e gli arrosticini, tipici dell’intera regione.

Per quanto riguarda invece l’intrattenimento sul territorio, va segnalato che durante tutto l’anno nella zona si susseguono diversi eventi, che vanno dalla tipica fiaccolata di fine anno, che si svolge il 30 dicembre nel centro storico di Civitella Alfedena e sulla mulattiera che porta alla Val di Rose, oppure l’ “Infiorata del Corpus Domini”, che si svolge a giugno.

In estate ci sono numerose sagre ed eventi culturali, tra cui spicca il “Civitella Folk Festival“, che si svolge ogni anno nel mese di agosto.

26 Novembre 2012 |

La Camosciara

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La Camosciara

La Camosciara è una vera e propria oasi naturale considerata il cuore pulsante del “Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise”, una delle zone più apprezzate e riconosciute per l’eccezionalità del suo patrimonio naturalistico.

Situata in provincia de L’Aquila e appartenente geograficamente al comune di Civitella Alfedena, l’area è costituita da un suggestivo anfiteatro roccioso definito “dolomitico” in quanto composto da calcari e dolomie, le stesse rocce che formano la nota catena montuosa delle Dolomiti.

L’impermeabilità delle sue pareti consentono all’acqua di scorrere liberamente creando quel caratteristico paesaggio fatto di cascate, ruscelli e balzi che attraversano le secolari faggete e le foreste di pino nero fino a scendere a valle, completando il quadro rigoglioso e affascinante di questo vero e proprio capolavoro della natura.

La Camosciara gode dello status di “Riserva Integrale”, al cui interno sono conservate in toto le caratteristiche naturali originarie, senza alcun intervento dell’uomo né sulla flora né sulla fauna locale, che risulta dunque incontaminata.

Per garantirne l’integrità da alcuni anni è stato chiuso al traffico il tratto di strada provinciale che invadeva parte della riserva per un totale di circa 3 chilometri, in quanto inficiava il delicato equilibrio del cuore del Parco Nazionale.

Animali in libertà nella riserva della Camosciara

Animali in libertà nella riserva della Camosciara

Storia della Camosciara

La Camosciara nacque come località delimitata sul finire del XIX secolo, quando fu istituita come riserva reale di caccia. La volontà del Re d’Italia era quella di preservare le specie animali tipiche del territorio che già allora rischiavano l’estinzione, come l’Orso Bruno Marsicano, il Lupo Italiano, il Camoscio d’Abruzzo e l’Aquila Reale.

In seguito ad una serie di accadimenti, la riserva venne destituita nel 1912, ma continuò a destare un grande interesse a livello nazionale e si fece sempre più forte la necessità di tutelarla.

Nel 1921 l’associazione “Pro Montibus” ricevette in affitto 500 ettari dell’area, con il preciso compito di realizzarvi un’area protetta: in quell’occasione si delineò il nucleo centrale del futuro Parco Nazionale d’Abruzzo.

I monti della Camosciara divennero così un simbolo nazionale per la lotta in favore della tutela ambientale, tanto che nel 1922 andarono a costituire un Parco Nazionale, ampliato negli anni e giunto ad oggi nell’estensione che tutti conosciamo.
Nel 1923 la riserva divenne un vero e proprio Ente Statale e venne nominato il primo presidente della sua lunga storia, il deputato Erminio Sipari originario di Pescasseroli, considerato il fondatore del Parco.

Visitare la Camosciara tra sentieri e cascate

Oggi è possibile esplorare la riserva con diversi mezzi e usufruendo dei vari cammini che l’attraversano.
Il punto di partenza di quasi tutti gli itinerari possibili si trova nell’area di sosta del fondovalle, sito accanto alla strada provinciale Marsicana n° 83, oltre la riva del fiume Sangro, ed è possibile risalire il vallone sino al piazzale più alto, dove si trova il Belvedere della Liscia (1440 metri).
L’intera area della riserva è oggi gestita da una cooperativa chiamata “La Camosciara”, che offre diversi servizi tra cui la visita in trenino, in carrozza, a cavallo o in bicicletta.
Le escursioni alla Camosciara si snodano lungo percorsi facili da affrontare e molto piacevoli, che consentono a visitatori di immergersi totalmente nella natura.
Il punto di partenza è raggiungibile venendo da Pescasseroli e seguendo la strada che porta a Barrea, fino ad incontrare un bivio con l’indicazione per la Camosciara.

L’itinerario più semplice, adatto anche ai bambini, è quello che parte dal sopracitato piazzale, in cui è possibile parcheggiare le auto, da cui inizia una mulattiera contrassegnata come sentiero “G6”, che risale attraverso una grande faggeta.

Una delle cascate della Camosciara

Una delle cascate della Camosciara

Il percorso evolve in una serie di tornanti che consentono di vedere dall’alto la “Cascata delle Ninfe” e si dirada in un piazzale a mezza costa con un primo belvedere. La salita continua lungo lo stesso sentiero che costeggia la parete del Balzo della Chiesa, e culmina con il raggiungimento de La Liscia, dove si trova l’omonimo rifugio d’alta quota.

La discesa si snoda lungo lo stesso percorso della salita e, una volta raggiunto il piazzale, si consiglia di percorrere il brevissimo cammino pianeggiante che porta alla splendida Cascata delle Tre Cannelle.

Altri percorsi possibili sono contrassegnati come itinerari “G4”, “G5”, e “G7”, e consentono di compiere delle variazioni che consentono di ammirare scorci diversi come la “Rocca dei Tre Morti”, su cui sono ancora visibili i ruderi dell’antico agglomerato urbano di Civitella Alfedena, la profonda gola della “Fucicchia” o ancora di attraversare l’arcaico tracciato del “Regio Tratturo”, che collegava Pescasseroli con il comune di Candela, distanti tra loro 211 chilometri circa.

Come arrivare alla Camosciara

Il mezzo più comodo e agevole per raggiungere la riserva è senza dubbio l’automobile, che consente di raggiungere la località usufruendo dei molteplici tratti autostradali.
Venendo da Roma si consiglia di percorrere l’autostrada A1 uscendo a “Frosinone”, per pii proseguire in direzione di Sora, seguendo le indicazioni per il Parco Nazionale d’Abruzzo e Civitella Alfedena – Pescasseroli.
Percorrendo la A24 invece, è necessario imboccare l’uscita “Aielli” e seguire le indicazioni per il Parco, andando in direzione di Civitella Alfedena.
Venendo da Pescara invece bisogna percorrere l’autostrada A25 ed uscire a “Pratola Peligna /Sulmona” oppure a “Castel di Sangro”, per poi seguire le indicazioni per il Parco Nazionale (direzione Pescasseroli – Civitella Alfedena).

26 Novembre 2012 |

Villalago

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Villalago

Villalago è un borgo fortificato dalle origini antichissime, incastonato tra il lago naturale di Scanno e il laghetto artificiale di San Domenico, sulla cima del monte Aragoneta, in provincia de l’Aquila.

Il nome del paese, che attualmente conta circa 600 abitanti, deriva dal latino volgare “valle de lacu”, che indicava la presenza nella zona di nove laghi naturali, oggi per la maggior parte scomparsi.

La località abruzzese, stia ad un’altitudine di 920 metri, fa parte della Comunità Montana Peligna ed è iscritta al prestigioso circolo dei “Borghi più belli d’Italia“, titolo più che meritato per l’eccezionalità dei paesaggi architettonici e naturali.

L’area è oggi una delle mete turistiche più ambite della regione ed ha inoltre un grande valore religioso grazie alla presenza dell’arcaico eremo di San Domenico, meta d’eccezione di numerosi pellegrinaggi.

La sua posizione geografica privilegiata gli è valso l’appellativo di “borgo tra le acque”, caratterizzato da clima mite pur trovandosi in una zona di montagna.

La valle del Sagittario che ospita il comune di Villalago

La valle del Sagittario che ospita il comune di Villalago

La storia di Villalago

I primi insediamenti nella zona risalgono all’età preromana, anche se l’epigrafe più antica rinvenuta in zona risale al II secolo d.C.

Lo storico e antropologo abruzzese Antonio De Nino, segnalò sul finire del XIX secolo la presenza di porzioni di una “recinzione primitiva”, oggi purtroppo perdute, localizzandole nell’area ad est dell’abitato, chiamata Villa Vecchia.

Resti dell’insediamento arcaico come piccoli oggetti di terracotta, monete e manufatti vari e furono rinvenuti nei terrazzamenti agricoli allestiti in età moderna e tra le rocce sparse della frana del monte Genzana, che anticamente diede origine al lago di Scanno.

Vista la loro posizione di ritrovamento, gli studiosi suppongono che il primitivo agglomerato di Villalago appartenessero all’antica popolazione dei Peligni, che solevano insediarsi in zone di alta quota.

Le prime testimonianze storiche certe risalgono all’insediamento del dominio longobardo a seguito della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, quando il territorio dell’attuale Villalago fu annesso al ducato di Spoleto.

L’intera zona era organizzata in “ville”, insediamenti tipici dell’alto medioevo che poi vennero modificate in seguito al fenomeno dell’ ”incastellamento”, portato avanti dalle famiglie aristocratiche che nei secoli si insediarono nella zona detenendone il domino.

Tra la fine del X secolo e l’inizio del XI secolo d.C. San Domenico Abate abitò nel villaggio, dove costruì il santuario dedicato alla Trinità che oggi porta il suo nome. Su commissione dei conti di Valva San Domenico edificò anche il Monastero di San Pietro in Lago, i cui resti sono oggi localizzati a un chilometro circa dal centro del paese.

La particolarità storica di Villalago è quella di non essere stata ammessa ad alcun feudo specifico, sviluppandosi all’ombra del Monastero di San Pietro fino al XV secolo e ribellandosi nel XVI secolo ai conti Belprato di Anversa che tentarono di conquistare il villaggio.

Nel 1806 però, il paese perse lo status di “Università” faticosamente conquistato secoli addietro e piombò in un regime di dominazione feudale mai vissuto in precedenza.

I tipici soupport di Villalago

I tipici suppuort di Villalago

Villalago oggi

Oggi l’agglomerato urbano di Villalago si presenta con un centro antico incastonato tra dirupi e precipizi dal grande impatto visivo, in un gioco di illusioni ottiche che fanno apparire le case sul punto di scivolare via dalla montagna.
L’elemento architettonico distintivo dell’aera è il “suppuort “, un’arcata di pietra che supporta le abitazioni del borgo, costruite in pietra e architravi di legno.
Nella vallata sottostante scorre il fiume Sagittario, che scolpisce paesaggi di rara bellezza e forma in alcuni punti i laghi più noti d’Abruzzo.

Esplorare le stradine del centro storico alla scoperta delle peculiarità del borgo consente di osservare elementi particolari come la presenza, sui portali di molte case, di originali stemmi antichi che riproducono fiori, frutti o animali.

Il cuore del paese è raggiungibile attraverso un’ampia gradinata che parte da piazza Celestino Lupi, e giunge sino a una chiesetta romanica (una delle cinque presenti in paese), che conserva al suo interno antiche opere d’arte.

Da visitare inoltre ci sono il vecchio Municipio ottocentesco, la chiesa di San Giovanni Battista, la cui torre campanaria fu convertita in torre civica nel XIX secolo e che oggi espone la campanella originale di San Domenico, e ancora il cinquecentesco Palazzo della Cancelleria, sede dell’antica Università, adibita oggi a residenza privata.

L'eremo di San Domenico

L’eremo di San Domenico

L’Eremo di San Domenico

Una menzione speciale merita l’eremo di San Domenico, luogo sacro per eccellenza della zona di Villalago, che anticamente fu dimora del Santo.
La struttura è composta da una grotta scavata nella roccia calcarea e dalla sala principale della chiesa, cui si accede attraverso un portico impreziosito da dipinti che raccontano la vita di San Domenico Abate, creati appositamente dal pittore villalaghese Alfredo Gentile.

Reliquie e oggetti appartenuti a San Domenico sono conservati nei vari luoghi sacri del paese.

Come arrivare a Villalago

Villalago è allocata all’interno della stretta valle del Sagittario, che mette in collegamento la Conca Peligna con il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Il borgo è facilmente raggiungibile con diversi mezzi di trasporto.

In treno: la stazione ferroviaria più vicina è quella di Anversa – Villalago – Scanno, ma è possibile anche scendere alla stazione di Sulmona e usufruire da li del servizio autobus che collega la stazione con il paese.

Lo storico "matrimonio villalaghese"

Lo storico “matrimonio villalaghese”

In autobus: le autolinee regionali e interregionali dispongono di varie linee che includono nel percorso Villalago e la vicina Sulmona.

In automobile: venendo da Pescara o da Roma è necessario percorrere l’autostrada A25 (Roma-Pescara) ed uscire al casello di Cocullo. A questo punto bisogna imboccare la Strada Provinciale n.479 proveniente da Sulmona, che porta fino a Villalago.
Venendo da Napoli invece, si consiglia di muoversi lungo l’autostrada A2 (Napoli-Roma) e uscire al casello di Caianello, per poi proseguire lungo la S.S.85 in direzione Venafro e successivamente lungo la S.S.17 fino al bivio per Castel di Sangro. A questo punto bisognerà imboccare la S.S.479 fino a raggiungere la destinazione.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Ogni anno, il 21 gennaio, l’eremo di San Domenico è meta di un pellegrinaggio religioso svolto rigorosamente a piedi. I pellegrini giungono tutti da Fornelli, comune in provincia di Isernia (Molise), le cui antiche origini sono legate alla Diocesi di Sulmona – Valva, che vi portò il culto di San Domenico.

Il gruppo di fedeli, che oscilla dai 100 ai 300 elementi, parte dal paese molisano il 19 agosto alle 22.00, percorrendo un cammino di tratturi e sentieri di montagna lungo 80 km, che tocca diversi comuni molisani e abruzzesi tra cui Cerno al Volturno, Pizzone, Alfedena, Villetta Barrea e Scanno, per giungere infine all’eremo di Villa Lago.

Durante l’estate invece, si svolge un’interessante rievocazione storica che ripropone il rito dell’arcaico “Matrimonio Villalaghese”, un evento in costume d’epoca fatto di cortei, cerimonie, danze popolari e succulenti banchetti a base di prodotti tipici del luogo.

I celebri mostaccioli di Villalag

I celebri mostaccioli di Villalago

 

La cucina villalaghese conserva ancora oggi molti dei suoi tratti distintivi, che la distinguono sul piano territoriale per la paternità di prodotti come i mostaccioli, biscotti con cioccolato, frutta secca e vino cotto, oppure le ciambelle dolci di San Domenico.

In paese pasta e pane vengono rigorosamente fatte a mano “come una volta”, e la produzione tipica riguarda soprattutto tipi di pasta fresca come i “Surgitielle”, i “Cazzillitte”, i “Maccheroni alla chitarra” e le “Sagne”, da gustare nelle trattorie del paese con legumi, sughi di carne e del buon vino rosso.

Tra gli insaccati tipici, anch’essi di produzione artigianale, si segnalano invece il “Marro”, un salame grosso fatto di fegatelli, e la “Micischia”, il cosiddetto “insaccato dei poveri” oggi difficile da trovare.

26 Novembre 2012 |

Roccascalegna

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Roccascalegna

Roccascalegna è uno degli undici comuni italiani appartenenti alla Comunità Montana dell’Aventino Medio Sangro, in provincia di Chieti.

Sebbene il paese si trovi in una zona collinare (a circa 500 metri di altitudine), la distanza che lo separa dal mare in linea d’aria è di soli 20 km, pertanto la zona gode di un clima mite e temperato.

Il centro abitato è un borgo antico molto suggestivo, caratterizzato da strette viuzze che si inerpicano direttamente sulla roccia, attraversi i tipici gradini di pietra o legno.

L’attrattiva principale di Roccascalegna è l’omonimo castello, abbarbicatoo su un profondo costone roccioso modellato dal vento, che compone uno degli scorci più particolari dell’intera regione.

Anche dal punto di vista naturalistico la zona ha molto da offrire: l’area di Roccascalegna è immersa nel verde e si trova a pochi passi di distanza dai grandi Parchi Nazionali che ricoprono la superficie abruzzese, noti in Italia e all’estero per l’eccezionalità della flora e della fauna che ospitano.

Tra gli animali caratteristici della zona si ricordano la Salamandra con gli occhiali, la Lontra, il Gracchio Corallino, l’Aquila Reale, il Lanario, il Piviere Tortolino e molti altri.

Anche la flora locale può vantare specie rare come la Viola della Majella, il Fiordaliso della Majella, il Ginepro Sabino, la Soldanella del Calcare, l’Aquileja della Majella, l’Androsace Abruzzese e molte altre ancora.

Panoramica di Roccascalegna

Panoramica di Roccascalegna

L’origine del nome

Sulla storia del nome di questo paese ci sono varie teorie affascinanti: la più concreta e accreditata risale all’appellativo “rocca scalengia”, che stava ad indicare l’appartenenza al feudo del Conte di Manoppello. Alcuni studi francesi sostengono invece che derivi da “scarenna“, termine che anticamente indicava un dirupo o un burrone, come quello su cui si trova il castello fortificato del paese.
Un’ipotesi più fantasiosa, di derivazione popolare, spiega infine la provenienza di questo toponimo con l’espressione “rocca dalla scala di legno”, in quanto anticamente il castello di Roccascalegna era raggiungibile dal centro del paese attraverso una lunga scalinata lignea, rappresentata anche nello stemma della cittadina.

Case di Roccascalegna

Case di Roccascalegna

Storia di Roccascalegna

L’origine dello splendido borgo di Roccascalegna risale al XII secolo, per quanto il paese quasi certamente fu edificato su una fortificazione preesistente.

Nella zona infatti, sono stati rinvenuti resti di insediamenti di età romana e altri appartenenti all’era enolitica (la cosiddetta “età del rame”).

L’area fu probabilmente abitata da monaci sin dall’XI secolo. Nel 1206 fu costruita la bellissima chiesa del paese, tutt’oggi esistente, restaurando uno dei locali ecclesiastici precedenti.

Il castello fortificato che oggi caratterizza l’area risale invece al XIV secolo, epoca in cui i Normanni dominarono l’intera zona. Successive menzioni relative a Roccascalegna e al suo castello, presenti nei documenti storici giunti fino ai giorni nostri,  furono registrate nel XVI secolo, durante il regno di Giovanna II di Napoli, che successivamente passò nelle mani degli Aragonesi.

Il periodo storico dell’Evo moderno è caratterizzato da un frenetico susseguirsi di feudatari e signori dominatori, tra cui si ricordano la famiglia Carafa, i De Corvis e la stirpe dei Nanni, l’ultima a possedere Roccascalegna.
Come accade anche nel resto d’Italia, fino all’unità nazionale proclamata nel 1848, la zona cadde in un oblio caratterizzato da un lento e inesorabile decadimento, reso ancora più cruento dal fenomeno dilagante del brigantaggio.

Interno della chiesa dei Santi Cosma e Damiano

Interno della chiesa dei Santi Cosma e Damiano

Roccascalegna oggi

Attualmente il comune di Roccascalegna è uno dei più frequentati e apprezzati della regione dal punto di vista turistico, proprio per l’eccezionalità del suo castello, ma anche per il suggestivo borgo antico e per gli scorci naturali, che offrono una panoramica completa che spazia dal mare ai monti.

Il centro storico è parzialmente abitato, mentre in parte risulta abbandonato. Il borgo si sviluppa nel perimetro alla base del monticello che ospita il castello, raggiungibile a piedi. Ad oggi l’area ospita tre delle antiche chiese edificate sul territorio: la chiesa di San Pancrazio, la chiesa dei Santi Cosma e Damiano e infine la chiesa di San Pietro. In paese si trova anche una grande scultura in bronzo dedicata alle vittime di tutte le guerre, dal nome “L’Arca della Pace”, creata dallo scultore Pietro De Laurentiis, originario del paese.

Il castello di Roccascalegna

Chiamato dagli abitanti del luogo “La Rocca”, il castello di Roccascalegna è una costruzione unica nel suo genere, dal forte impatto visivo grazie alla sua particolare posizione, sulla cima di uno sperone di roccia modellata dagli agenti atmosferici, che lo rendono simbiotico con il panorama naturale circostante, che spazia dal vallone del Rio Secco all’intera Val di Sangro.

Il castello è accessibile attraverso una rampa che parte direttamente dal borgo antico di Roccascalegna, ed è oggi teatro di manifestazioni culturali e artistiche, esposizioni, concerti e spettacoli di ogni genere.

Le sue origini risalgono molto probabilmente all’epoca che va dal V al VI secolo d.C. ,ma la struttura originale è giunta solo in parte ai giorni nostri.

Verso l'ingresso del Castello

Verso l’ingresso del Castello

Le successive dominazioni  della regione lasciarono il segno anche sulla fortificazione, che nel corso dei secoli subì numerose modifiche.

La pianta attuale, di forma molto irregolare per seguire l’andamento della rupe su cui è adagiato, è prevalentemente quella plasmata in età Aragonese, nel XV secolo d.C.
Circondato da possenti mura di cinta a strapiombo sul dirupo, il forte è accessibile attraverso l’antico ponte levatoio, che conduce a un imponente portale di rovere massiccio.
All’interno si trovano la torre di sentinella, la grande torre dell’antico carcere, la torre Angioina e l’antico ambiente della chiesa. L’interno è comodamente percorribile attraverso un camminamento che riconduce al portone principale.

Oggi è possibile visitare il Castello di Roccascalegna durante il fine settimana al prezzo di 3 euro per ogni biglietto (2,50 il ridotto), mentre nei mesi estivi la rocca è aperta tutti i giorni.

Come arrivare a Roccascalegna

Roccascalegna è raggiungibile con diversi mezzi di trasporto.
Le compagnie di autotrasporti regionali e interregionali propongonovariee tratte che passano da Roccascalegna durante tutta la giornata, per cui il paese è comodamente raggiungibile in autobus.
In automobile bisogna percorrere l’autostrada Adriatica A14 (venendo da nord è necessario seguire la direzione “Ancona”, mentre da sud si deve procedere in direzione “Pescara”), uscire al casello di “Val di Sangro” e da lì seguire le indicazioni per Villa S. Maria. A questo punto si imboccherà  la SS 652 Fondovalle Sangro per poi seguire le indicazioni per Roccascalegna.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Sul Castello di Roccascalegna aleggia una particolare leggenda, tramandata per secoli e secoli sino ai giorni nostri e ancora molto sentita in paese.
Pare infatti che nel 1646 l’allora signore del paese Corvo De Corvis reintrodusse lo “ius prime noctis”, tradizione di origine medievale che assicurava al dominatore il diritto di giacere con ogni donna del paese durante la prima notte di nozze, “rubandone” la verginità prima dello stesso marito.
Qualcuno in paese si oppose a questa regola ingiusta, uccidendo brutalmente De Corvis nel castello.
Alcuni sostengono che sia stato uno sposo travestito da donna, introdottosi al posto della giovane moglie nella camera da letto del signorotto, mentre altri credono che sia stata proprio una delle spose di Roccascalegna.

La "Ndocca ndocca"

La “Ndocca ndocca”

Si racconta inoltre che il Corvo morendo lasciò un’impronta della sua mano insanguinata su una parete della torre, e che questa traccia restò indelebile per secoli e secoli, nonostante i paesani tentarono di cancellarla con ogni mezzo.

La torre in questione crollò nel 1940, ma gli anziani di Roccascalegna ancora oggi sostengono di vedere la marca di sangue sul castello.

In estate la Rocca ospita una rassegna di musica classica e d’autore dal nome “Roccascalegna in Festival”, oltre a diversi altri eventi come la “Notte Sotto le Stelle”, dedicata alla musica popolare del territorio e molte altre attività.

Dal punto di vista alimentare la zona è ricca di piccole aziende che valorizzano i prodotti del territorio producendo liquori, olio, salumi e formaggi particolarmente apprezzati anche fuori dalla regione.

Tra i piatti tipici si consiglia di assaggiare i “Cannarozzetti allo Zafferano”, una pasta corta fatta in casa condita con guanciale, ricotta di pecora, pepe e zafferano abruzzese, o ancora la “Ndocca Ndocca”, un piatto molto nutriente a base di carne di maiale (in particolare delle parti meno pregiate dell’animale), cotto lentamente per ore e profumato con le spezie locali.

26 Novembre 2012 |

Cascate del Verde

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Cascate del Rio Verde

Le Cascate Del Verde, situate nell’omonima riserva naturale, si trovano nel territorio di Borrello, sito nell’area del Medio Sangro in provincia di Chieti, al confine con il Molise.

Localizzate tra i 400 e i 900 metri d’altezza, sono formate da un triplice salto della misura complessiva di 200 metri, tanto da essere attualmente considerate le cascate naturali più alte d’Italia ed una delle più importanti d’Europa.

Le cascate si possono visitare durante tutto l’anno in quanto sono alimentate costantemente dalle acque perenni del Rio Verde, ma la loro portata varia a seconda della stagione e del volume delle piogge (in primavera ad esempio, le cascate hanno una gittata nettamente più forte rispetto all’estate, periodo in cui generalmente piove di meno).

Le cascate del Verde viste da vicino

Le cascate del Verde viste da vicino

L’eccezionalità di quello che è considerato un vero e proprio monumento naturale è data non solo dalla struttura delle cascate, ma anche dal microclima che caratterizza l’area nonché dalla natura selvaggia circostante, che ospita specie animali e vegetali fuori dal comune. L’acqua scorre attraverso un profondo canyon intervallato da pinnacoli, torrioni e bastioni rocciosi, le cui pareti laterali sono coperte da una fitta vegetazione di tipo mediterraneo.

La zona protetta che ospita le cascate, dell’ampiezza complessiva di 287,50 ettari, è stata istituita come “riserva naturale” nel 2001 ed è oggi un’Oasi del WWF.
Proprio per le sue straordinarie caratteristiche, l’area del Rio Verde suscita da sempre un grande interesse scientifico, ed è spesso oggetto di indagini e studi per approfondire la conoscenza di questo microclima unico al mondo.

Origini delle Cascate del Verde

Il torrente Rio Verde, che da origine alle cascate, nasce ad un’altitudine di 100o metri nel territorio di Pescopennataro, un comune del vicino Molise. Dopo un breve percorso ad alta quota molto suggestivo, il corso d’acqua scende a valle attraverso il triplo salto delle Cascate del Verde, confluendo a quote più basse nel più corposo fiume Sangro.

Flora e fauna locale

Le acque del Rio Verde e dunque delle cascate hanno delle caratteristiche organolettiche di alta qualità e ospitano specie animali di grande valore come il raro Gambero di Fiume, la Trota Fario e il Granchio di Fiume, mentre sugli alberi circostanti si annidano il Merlo Acquaiolo e la Ballerina Gialla.
La riserva naturale ospita inoltre altre specie di volatili tipiche dell’Appennino Abruzzese come la Poiana, il Falco Pellegrino, lo Sparviero e il Gufo.

Un granchio di fiume tipico delle Cascate del Verde

Un granchio di fiume delle Cascate del Verde

Tra i mammiferi presenti nell’oasi naturale spiccano invece la Puzzola, la Lontra e il Gatto Selvatico.

Anche la flora che cresce intorno alle Cascate del Verde è composta di eccezionali esemplari come la Capalvenere e l’Orchidea Selvaggia.

Nella limitrofa riserva naturale dell’”Abetina di Rosello”, si potrà inoltre ammirare un bosco di rarissimi Abeti Bianchi, che a breve ospiteranno una selezione di ungulati abruzzesi (soprattutto cervi e caprioli), reinseriti nel territorio grazie al progetto per il ripopolamento delle aree protette della regione.

Visitare le Cascate del Verde

Le cascate del Rio Verde appartengono a una riserva naturale “guidata”, attualmente gestita dalla Rio Verde Ambiente e Turismo S.n.c.

L’ente organizza visite guidate per singoli e comitive (l’ingresso al parco ha un costo di 1,50 euro), nonché attività didattiche per i bambini delle scuole primarie e secondarie.
Per visitare l’area è molto importante tenere a mente alcune norme di comportamento da seguire, che riguardano il rispetto assoluto dell’ambiente circostante e l’importanza di seguire i sentieri tracciati dalla mappa, per evitare di perdersi nel bosco.

Un'orchidea selvaggia tipica della riserva del Rio Verde

Un’orchidea selvaggia della riserva del Rio Verde

Come arrivare alle Cascate del Verde

Le Cascate del Verde si trovano in un punto strategico della regione, a pochi km dal mare, comodamente raggiungibile da Roma (220 km) e da Napoli (160 km). L’area si trova inoltre nelle vicinanze di importanti stazioni sciistiche come quelle di Roccaraso e Ovindoli.
Se ci si muove in treno si può utilizzare una delle tante linee regionali che portano fino alla stazione di Lanciano, da cui poi si può proseguire con gli autobus di linea.

In automobile invece bisogna percorrere l’autostrada A 14 Bologna – Bari, oppure la Roma – Napoli se si proviene dalla direzione di Napoli, o ancora la A25 Roma – Pescara se si viene dalla capitale.
Nel primo caso bisogna imboccare l’uscita “Val di Sangro”, nel secondo caso è necessario imboccare il casello di “Caianello” mentre, se si viene da Roma, bisognerà uscire a Sulmona.
Dalle rispettive uscite autostradali si potrà poi imboccare la strada denominata Fondovalle Sangro in direzione “Castel di Sangro”, fino a raggiungere l’uscita di “Quadri”, che porta fino a Borrello.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

La riserva naturale guidata del Rio Verde è animata da eventi e iniziative durante tutto l’anno. Buona parte degli eventi che si svolgono nei pressi delle cascate sono promossi dal WWF, e sono strettamente collegati con l’ecologia, senza però dimenticare la cultura e il divertimento.

La ventricina, salume tipico dell'area chietina

La ventricina, salume tipico dell’area chietina

Una segnalazione particolare meritano le giornate mondiali del WWF e delle Oasi del WWF, che si festeggiano a maggio, la “Traversata Pescopennataro – Borrello” che si tiene ogni 1 maggio, e la “Cascata…di stelle” che si svolge ad agosto, un’escursione notturna per osservare stelle e costellazioni, accompagnata da una degustazione di prodotti tipici locali.

Le specialità alimentari del luogo hanno a che vedere soprattutto con la carne degli allevamenti ovini tipici della regione Abruzzo e con le erbe selvatiche che crescono spontaneamente in natura, come gli ottimi asparagi che proliferano sul territorio di Borrello.

Tra i salumi si segnala la ventricina, disponibile sia nella versione spalmabile che in quella compatta, da affettare.

26 Novembre 2012 |

Pacentro

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Pacentro

Pacentro è un antica e suggestiva cittadina di 1.250 abitanti, situata in provincia de L’Aquila.

Il comune appartiene alla Comunità Montana Peligna e all’area naturalistica protetta del Parco Nazionale della Majella.

Il paese, che si trova ad un altitudine di circa 700 metri e si erge ai piedi del Monte Morrone, è inoltre iscritto all’autorevole club de “I borghi più belli d’Italia”.

Racchiusa  in una cinta muraria che conserva ancora oggi le antiche porte d’ingresso alla città, Pacentro è considerata una delle località antiche più caratteristiche e meglio conservate di tutto l’Abruzzo.

Ricca di monumenti e antiche chiese da visitare, l’area si caratterizza soprattutto per la presenza dell’imponente Castello Cantelmo – Caldora, di origine medievale, che domina Pacentro dall’alto.

L’origine del nome

Sull’etimologia dell’appellativo “Pacentro” si hanno scarse notizie, ma la leggenda vuole che derivi da Pacino, un antico agglomerato urbano di origine latina, fondata dall’eroe troiano Pacinus, che combatté al fianco di Enea per poi lasciare le rive del Tevere e addentrarsi nel Sannio.

Giunto ai piedi del monte Morrone, Pacinus si sarebbe fermato e avrebbe fondato Pacentro.

Pacentro (AQ), veduta

Panoramica di Pacentro

La storia di Pacentro

Le prime testimonianze storiche dell’esistenza del borgo risalgono all’VIII secolo d.C., quando i duchi di Spoleto, signori della zona, donarono l’intera Pacentro al monastero di San Vincenzo al Volturno. Intorno al X secolo venne costruito il castello, mentre negli anni immediatamente successivi il villaggio venne ampliato grazie alla costruzione di nuove case e chiese. Il periodo dell’espansione di Pacentro coincise con l’arrivo dei Normanni e dei Saraceni, i quali non impedirono bensì favorirono lo sviluppo economico del villaggio.

Durante il periodo definito “caldoresco” (1270 . 1464 circa), Pacentro si trovò coinvolta nella lotta tra Angioini e Aragonesi a causa della vicinanza con Sulmona, che si schierò apertamente con questi ultimi.
La località visse un periodo di pace sotto l’egemonia di Giacomo Caldora, ma quando gli Angioini prevalsero e si aggiudicarono l’egemonia del regno, Antonio Caldora, che nel frattempo aveva ereditato il feudo di famiglia, perse tutte le sue proprietà.

Come avvenne nel resto dell’Abruzzo, Pacentro nei secoli successivi passò nelle mani di diverse famiglie nobiliari, tra cui gli Orsini e successivamente i Colonna.
Il passaggio di dominio da un signore all’altro si interruppe con l’Unità d’Italia, che se da una parte portò finalmente la stabilità dal punto di vista dell’appartenenza territoriale, dall’altra generò il devastante fenomeno del brigantaggio, che trascinò il territorio in una fase di declino.

Il XX secolo infine, soprattutto durante la prima parte, fu caratterizzato da un imponente flusso migratorio verso altri continenti, tanto che Pacentro si svuotò poco a poco.

Visitare Pacentro, itinerario nel borgo antico

Passeggiare tra i vicoli di Pacentro è senza dubbio un’esperienza piacevole e ricca di stimoli, in quanto le ottime condizioni della struttura del centro antico consentono di scoprire luoghi e scorci affascinanti.
Il borgo si presenta circondato dall’abbraccio dei monti, che lo riparano dai freddi venti di montagna e nello stesso tempo portano in paese l’acqua purissima delle sorgenti della Majella.

Scorcio del Castello di Cantelmo Caldora

Scorcio del Castello di Cantelmo Caldora

Il castello di Cantelmo – Caldora

La visita della cittadina potrebbe partire dal Castello di Cantelmo-Caldora, situato all’estremità del paese, a un’altitudine di 718 metri.

La fortificazione si presenta con una base trapezoidale ed è circondata dalle tipiche torri a base quadrata della Valle Peligna, di cui oggi ne restano soltanto tre. Le due torri più alte hanno un’elegante merlatura sulla cima, raccordata da una serie di beccatelli dalla forma antropomorfa, mentre i torrioni circolari sono dotati di feritoie che anticamente ospitavano archibugi e bombarde.

Il forte anticamente faceva parte della parte dell’imponente cinta difensiva dell’area peligna, costituita da una serie di castelli fortificati tra cui quelli di Pettorano sul Gizio, Anversa e Popoli.
La struttura presenta una doppia cinta muraria: quella esterna, restaurata nel corso dei secoli, è perfettamente conservata, mentre quella interna risulta danneggiata dal tempo.

Ancora oggi sono visibili diversi stemmi gentilizi sulle pareti e sulle porte della costruzione, molti dei quali però sono irriconoscibili.
La fortezza è rinata tra il XX e il XXI secolo grazie a un’imponente opera di restauro, che oggi consentono ai visitatori (previa prenotazione) di entrare nelle sale recuperate e visitare alcune delle torri.

Tra le strade della città antica

Il Castello di Cantelmo – Caldora domina dall’alto il centro del paese, il cui folcro è rappresentato da piazza del Popolo, al centro della quale c’è un’antica fontana di epoca seicentesca, utilizzata all’epoca come urna sepolcrale. Di fronte al piazzale si trova la maestosa chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore, detta anche Santa Maria della Misericordia\ oppure Chiesa Madre, costruita nel tardo Cinquecento.

La "Chiesa Madre" di Pacentro

La “Chiesa Madre” di Pacentro

Passeggiando per le viuzze del borgo si potranno inoltre osservare diversi palazzi gentilizi del XVI secolo, tra cui Palazzo La Rocca (in cui ha sede il Municipio) e Palazzo Tonno, chiamato così a causa della “pietra tonna”, la cosiddetta “pietra dello scandalo”, un grosso masso incavato usato nell’antichità come unità di misura per il grano.I cattivi pagatori di Pacentro venivano puniti per i loro debiti con un’umiliazione pubblica, che consisteva nel sedere nudi sulla pietra tonna, esposti allo scherno dei passanti.

Continuando ad esplorare il centro storico si possono visitare molti altri palazzi artistici come Palazzo Granata, con un bellissimo portale monumentale, e ancora il lavatoio pubblico fatto di lastroni di pietra, i cosiddetti “canaje”, a cui le donne accedevano portando sulla testa i caratteristici catini di rame (chiamati “uaccile” nel dialetto locale).

Tra le chiese presenti in paese, la più antica è quella di San Marcello, costruita nel 1047 d.C. E restaurata in epoche successive, che conserva al suo interno preziose opere d’arte.

La grotta di Colle Nusca

Poco distante dal centro storico si trova un parco archeologico, composto da vari reperti antichi e dalle splendide pitture rupestri della grotta di Colle Nusca.

Realizzati in ocra rossa, questi graffiti preistorici rappresentano otto uomini armati con gli archi e le frecce tipiche dell’epoca, circoscritta tra il V e il IV millennio a.C.
Gli uomini sono collocati in modo disomogeneo su una parete rocciosa e sembrano seguire un personaggio leader (forse un sacerdote oppure un capo tribù).

Alcune delle pitture rupestri della grotta di Colle Nusca

Alcune delle pitture rupestri nella grotta di Colle Nusca

Queste straordinarie immagini testimoniano un rito propiziatorio per la caccia, attività essenziale per l’uomo primitivo, e sono affiancate ad altri disegni raffiguranti un grande pesce di circa 40 cm , una lucertola, anch’essa della stessa grandezza, e un rozzo marchingegno che dovrebbe essere una trappola per animali.

Nella stessa area è stata individuata un’altra pittura rupestre, per la precisione nei pressi della grotta di San Leonardo, di stile e fattura diversa da quelle del Nusca, probabilmente inquadrabile nel Levanto Spagnolo. Il disegno, straordinariamente realista, è realizzato in ocra rossa e rappresenta un arciere.

Come arrivare a Pacentro

La località di Pacentro è comodamente raggiungibile con vari mezzi di trasporto. La stazione ferroviaria più vicina è quella di Sulmona, da cui poi si può proseguire con gli autobus di linea che raggiungono il punto di arrivo in circa 30 minuti.
E’ possibile recarsi a Pacentro anche in pullman, usufruendo di una delle varie tratte regionali e interregionali disponibili.

In automobile invece, sia che si venga da nord sia che si provenga da sud, è necessario percorrere l’autostrada A14, seguire la direzione per Roma e imboccare la A25, percorrendola sino al casello di Bussi/Popoli. A questo punto bisogna proseguire seguendo le indicazioni per L’Aquila, attraversare il paese di Popoli e svoltare sulla SS 153 in direzione di Pacentro.

Venendo da L’Aquila invece, è possibile percorrere la SS 17 in direzione Pescara, continuare sulla SS 153 in direzione Navelli, imboccare la SS 17 per poi attraversare il centro di Popoli;a questo punto, si dovrà svoltare sulla SP 13 e seguire le indicazioni per Pacentro.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Il fenomeno della migrazione verso paesi stranieri, che interessò Pacentro nel primo Novecento e poi di nuovo negli anni Sessanta, coinvolse anche Gaetano e Michelina Ciccone, nonni della celebre popstar Madonna. La cantante ricevette la cittadinanza onoraria nel 1987 e, in occasione del terremoto del 2009, donò un’ingente somma di denaro per coprire i danni subiti dal paese.

Un momento della celebre"corsa degli zingari" di Pacentro

Un momento della celebre”corsa degli zingari” di Pacentro

Tra gli eventi più rappresentativi del calendario pacentrano spicca la celebre e antichissima “Corsa degli Zingari e degli Zingarelli”, che si svolge a settembre in occasione delle celebrazioni per la Madonna di Loreto (una delle chiese principali del borgo).

Nata in epoca precristiana, la competizione è stata associata nei secoli ai riti di devozione per la Santa Casa di Loreto, che secondo una leggenda sostò Pacentro nel lungo viaggio che la portò dalla Jugoslavia alle Marche.
La corsa oggi è un evento folklorico a se stante, che richiama ogni anno migliaia di turisti.

L’evento, che sancisce l’addio all’estate, è caratterizzato da un percorso di gara molto difficile, che si snoda tra boschi, discese e ripide salite. In dialetto pacentrano il termine “zingaro” non ha la stessa valenza dell’italiano, in quanto significa “colui che va a piedi nudi” e non ha alcun legame con l’etnia gitana.

Proprio per questo i concorrenti della corsa partecipano scalzi, rendendo ancora più dura questa prova fisica estrema. Il traguardo della gara è fissato nella piazza principale del paese e il vincitore viene portato in trionfo attraverso la folla esultante, dando il via ai festeggiamenti.

Le tipicità alimentari del borgo sono strettamente legate alla tradizione contadina abruzzese, con piatti a base di carne di pecora, formaggi ovini e pietanze della tradizione contadina. Un tipico esempio ne è la “polta”, un piatto a base di fagioli, patate e cavoli soffritti con aglio, peperoncino e l’immancabile olio extravergine d’oliva prodotto nella zona.

26 Novembre 2012 |

Castello Ducale di Crecchio

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Castello Ducale di Crecchio

Tra le colline che collegano la costa adriatica al massiccio montuoso della Majella, si trova l’antico paese di Crecchio, che ancora oggi conserva l’aspetto di un borgo antico, dominato da un suggestivo castello ducale.

La struttura è situata su una collina, tra i due fiumi Arielli e Rivago, dominando il borgo sottostante e l’intera area.

Considerata una delle perle più preziose della provincia di Chieti, il castello di Crecchio, chiamato anche castello “De Riseis-D’Aragona” (dai nomi delle famiglie nobiliari che lo abitarono), è oggi sede del Museo dell’Abruzzo Bizantino e Alto Medievale.

Storia del Castello di Crecchio

La genesi del castello e la sua storia antica sono ancora oggi un mistero in quanto scarseggiano testimonianze note a riguardo. L’unica certezza che si ha è che la struttura ha subito varie modifiche nel corso dei secoli, che ne hanno modificato la conformazione e l’aspetto estetico.

L'interno della "torre dell'ulivo"

L’interno della “torre dell’ulivo”

L’unica descrizione del castello risalente all’antichità è datata 1633 ed è stata redatta da Scipione Paternò: “(…) la città predetta di Lanciano sua patrona ci possiede un castello posto nella testa della Porta de Capo in parte d’essa più eminente (…)”

Si può comunque affermare che il castello di Crecchio sia stato edificato a partire da una precedente costruzione, una torre in stile duecentesco  chiamata “dell’ulivo”.

Grazie a una serie di trasformazioni messe in opera dal XV secolo in poi, il castello passò dall’essere una fortificazione difensiva al diventare un edificio abitativo. Furono aggiunti il loggiato meridionale, il loggiato superiore e il piano nobile del palazzo, utilizzato come residenza vera e propria dei Signori del posto.

Ai corpi di fabbrica fu aggiunto un piano superiore, che portò all’eliminazione della merlatura preesistente.

La quarta torre fu distrutta nel 1881 a causa di un violento terremoto ma venne ricostruita alcuni anni più tardi.

Nel 1943 l’edificio nobiliare ospitò la Famiglia Reale di Savoia e tutto lo Stato Maggiore, in fuga da Roma verso Brindisi, mentre nel giugno del 1944 fu gravemente compromesso dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Il castello di Crecchio oggi

In epoca recente il castello è stato completamente restaurato ed è oggi fruibile dal pubblico.

La costruzione si presenta attualmente con una pianta quadrata, quattro torri angolari  di cui solo una è visitabile (la più alta e prominente, quella “torre dell’ulivo” anticamente usata come torre di avvistamento e suddivisa ancora oggi in tre piani) che circondano altrettanti corpi di fabbrica, mentre l’esterno è cinto da un giardino, circondato anticamente da un lungo perimetro murario.

Museo dell’Abruzzo Bizantino e dell’Arte Medievale

Il Museo dell’Abruzzo Bizantino e dell’Arte Medievale, situato all’interno del castello ducale di Crecchio, raccoglie ed espone i reperti rinvenuti dall’Archeoclub d’Italia in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo, scoperti all’interno di una villa bizantina situata in una frazione del paese di nome Vassarella.

Museo dell'Abruzzo Bizantino e dell'Alto Medievale

Museo dell’Abruzzo Bizantino e dell’Alto Medievale

Il materiale, recuperato tra il 1988 e il 1991, è composto da anfore, scodelle, oggetti realizzati in “ceramica di tipo Crecchio”, reperti in bronzo e strumenti lignei di grande valore.

Questo straordinari oggetti raccontano nel dettaglio la storia dell’Abruzzo frentano durante l‘era bizantina, tra il VI e il VII secolo d.C.

All’interno del territorio regionale infatti, avvenivano frequenti scambi commerciali con l’Oriente, in particolar modo con l’Egitto copto.

La collezione esposta al museo è stata arricchita negli anni con reperti archeologici provenienti da varie località della costa, tra cui la tabula patronatus del 383 d.C., scoperta nei pressi di San Salvo, che attesta un importante momento della storia locale.

Armi e vestimenti da guerra realizzati in rame e bronzo, testimoniano invece il dramma della Guerra Greco-Gotica, che sconvolse l’Abruzzo tra il 537 e il 538 d.C.

La sala “Alberto Carlo Fraracci” ospita infine una collezione di matrice etrusca.

Castello ducale di Crecchio

Castello ducale di Crecchio

Visitare il castello ducale di Crecchio

Il palazzo ducale di Crecchio (dunque il Museo dell’Abruzzo Bizantino e dell’Arte Medievale) è visitabile durante tutto l’anno secondo le seguenti modalità:

  • dal 15 giugno al 15 settembre: dal lunedì alla domenica dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 20.00;
  • dal 16 settembre al 31 marzo: il sabato dalle 15.00 alle 18.00, la domenica e i festivi dalle 10.00 alle 12.00 e di nuovo dalle 16.00 alle 20.00;
  • dal 1 aprile al 14 giugno: ogni sabato dalle 16.00 alle 19.00 e la domenica dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 20.00.

Per l’ingresso al museo generalmente è richiesta una piccola offerta volontaria, mentre per i gruppi di almeno 10 persone che richiedono una visita guidata (curata dallo staff della sede di Crecchio dell’Archeoclub d’Italia), si sollecita un contributo di due euro a partecipante.

Per maggiori informazioni e per prenotazioni è possibile contattare la dott.ssa Antonella Scarinci al numero 347-6222901, oppure la sig.ra Marta Di Carlo al 338-9941538.

Come arrivare al castello ducale di Crecchio

L’aeroporto più vicino a Crecchio è quello di Pescara, che dista 41 km circa dal borgo frentano. Per raggiungere Crecchio e il suo castello è possibile sia usufruire dell’autostrada A 14 in direzione Bari, uscire al casello di Ortona e da lì imboccare la SS 538, attraversando le contrade Mascitti e Villa Baccile, sino a raggiungere il paese di Crecchio.

In alternativa all’autostrada si può seguire la SS 16 o ancora la SS 263.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

La “torre dell’ulivo” è chiamata così a causa di un fatto realmente accaduto sul finire del XVIII secolo, quando la Famiglia De Riseis trasformò il castello di Crecchio da roccaforte a residenza nobiliare. Per simboleggiare la sua trasformazione in luogo di pace, i De Riseis piantarono un ulivo proprio sulla sommità della vecchia torre di guardia, che da allora assunse il nome con cui ancora oggi è conosciuta.

Insaccati tipici

Insaccati tipici

Leggende metropolitane raccontano inoltre della presenza del fantasma di un membro della famiglia De Riseis e della sua avvenente amante all’interno del palazzo, presenze eteree che si manifesterebbero attraverso rumori improvvisi, passi pesanti e apparizioni improvvise.

Parlando invece delle delizie che caratterizzano il territorio, tra i prodotti tipici di Crecchio si ricordano l’olio extra vergine d’oliva, i peperoncini rossi piccanti, i formaggi e due particolari insaccati a base di maiale, l”annoia” e il “fegatazzo”.

Il santo patrono del paese è San Vincenzo e si festeggia ogni terza domenica di maggio. Tra gli eventi principali del borgo si ricordano inoltre la Festa del Vino (novembre),  numerose sagre estive come l’”Arrosticino d’oro” a giugno, la “Festa della Birra” a luglio, la “Sagra dei buoni sapori” e la Notte Bianca ad agosto.

Molto suggestivo è inoltre il “Pellegrinaggio di S. Bartolomeo da Crecchio alla Majella”, un lungo pellegrinaggio a piedi della durata di tre giorni che si svolge ogni anno ad agosto.

26 Novembre 2012 |

Sorgenti del Pescara

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Sorgenti del Pescara

Le sorgenti del fiume Pescara compongono una Riserva Naturale molto importante per il centro Italia, dato che il sistema sorgentizio del fiume abruzzese è uno dei più grandi e produttivi dell’intera area interregionale.

La grande diversificazione dei paesaggi inoltre, crea numerosi scorci molto interessanti dal punto di vista paesaggistico, con aree che ospitano moltissime varietà di specie animali e vegetali.

Particolarmente numerosa è l’avifauna del posto, con circa 110 specie censite dall’uomo.

Proprio per questo il simbolo scelto per rappresentare le sorgenti del Pescara è la folaga, un uccello acquatico di medie dimensioni dal piumaggio nero e il becco bianco.

La concentrazione di biodiversità rendei l’intera riserva, un’area di grande interesse scientifico, oggetto di ricerche e sperimentazioni volte alla conoscenza e alla salvaguardia dell’ecosistema.

La Riserva Naturale Sorgenti del Pescara appartiene al comune di Popoli (PE), famoso proprio per i corsi d’acqua limpida e la produzione di acqua minerale in bottiglia di ottima qualità, venduta ed esportata in tutto il mondo.

L’area protetta Sorgenti del Pescara

La riserva è stata istituita ufficialmente nel 1986 ed ha una superficie totale di 49 ettari, a cui si aggiungono 86 ha di fascia di protezione esterna.

L’area è caratterizzata dalla presenza di 60 fonti sorgentive, che hanno una portata di circa 7.000 litri d’acqua al secondo.

Capo Pescara

Capo Pescara

Le spettacolari polle sorgive che caratterizzano le sorgenti lasciano fluire l’acqua fino a formare uno specchio azzurro che sembra quasi un lago, chiamato Capo Pescara.

Uno dei suoi punti di forza agli occhi dei visitatori è l’accessibilità della riserva, raggiungibile comodamente a piedi con una breve passeggiata dal centro del paese.

Con pochi minuti di camminata è infatti possibile allontanarsi dal centro cittadino  per immergersi in un ambiente naturale unico, scrigno straordinario di biodiversità e culla protettiva del bene più prezioso che abbiamo: l’acqua.

L’inquinamento e il colore grigiastro del fiume alla foce qui non esiste: il Pescara nasce da sorgenti di acqua purissima e ricca di sali minerali.

Flora e fauna della riserva

Essendo composta da settori sorgivi, palustri e fluviali, le piante e gli animali che vivono nella riserva possono avere caratteristiche estremamente diverse tra loro, componendo un habitat unico nel suo genere.

Un esemplare di Mentha Acquatica

Un esemplare di Mentha Acquatica

La biodiversità in questa zona è alimentata dalla presenza di acqua ferma stagnante, capace di creare una situazione ecologicamente complessa, con tratti di vegetazione che può raggiungere anche il 100% di copertura del terreno.

Le specie vegetali della riserva possono essere totalmente o parzialmente sommerse, radicate nella fanghiglia della palude di Capo Pescara o addirittura fluttuanti sull’acqua.

La conformazione idrogeologica di Capo Pescara  particolarmente adatta alla proliferazione di canneti, carici, giunchi, sparganio e ancora, Nasturtietum officinalis. Ythrum Salicaria,, Mentha aquatica, Epilobium hirsutum, Iris pseudacorus, Rumex aquaticus Thalictrum flavum.

A queste specie tipicamente acquatiche si aggiungono poi le piante dell’area boschiva circostante, delle zone pietrose e delle colline, tra cui si segnalano la Viola hymettia Boiss. et Heldr., il Linum nodiflorum L. e molte altre.

Grazie alle numerose qualità delle acque, la fotosintesi clorofilliana avviene anche a 4 0 5 metri di profondità, garantendo la presenza continua di fitoplancton, fondamentale per alcune delle specie animali che compongono il panorama faunistico della riserva.

La folaga, simbolo della riserva

La folaga, simbolo della riserva

L’area più ricca di animali è quella centrale, molto umida e per questo più adatta ad alimentare l’eccezionale biotipo che caratterizza la riserva.

Come già accennato è l’aviofauna a farla da padrone, con una massiccia presenza di razze diverse, alcune delle quali molto rare. Numerose le specie appartenenti alla famiglia dei Rallidi (come la gallinella d’acqua e la sopracitata folgada, simbolo del parco), degli Anatidi (canapiglia, moretta), degli Ardeidi (airone rosso, airone cenerino) e dei Silvidi (forapaglie, cannaiola).

Altre specie tipiche del territorio sono faine, tassi, ghiri, volpi, puzzole, scoiattoli ed altri roditori, e infine anfibi come la stupenda Salamandra Appenninica, chiamata anche Salamandra gialla e nera.

Tra i pesci invece si segnala la presenza massiccia di alcune tipologie di trote, come la Trota Fario e la Trota Iridea, anguille e pesci di grande interesse scientifico come lo spinarello e la rovella.

Attività nella Riserva naturale Sorgenti del Pescara

Essendo un’area facilmente raggiungibile, percorribile comodamente anche da bambini ed escursionisti alle prime armi, la Riserva delle sorgenti del fiume Pescara è spesso oggetto di visite guidate da parte di gruppi e scolaresche.

Grazie alla straordinaria ricchezza del suo habitat inoltre, l’area si presta a studi ed attività di approfondimento volte a stimolare il rapporto con la natura ed approfondire la conoscenza delle sue creature.

L’Ente Gestore dell’area protetta organizza visite guidate durante tutto l’anno, unitamente ad altre attività come le “Giornate di educazione ambientale”.

Le attività prevedono l’apprendimento e la messa in pratica di tecniche di orientamento in natura (bussola, mappe, gps), l’inquadramento geografico della zona, l’osservazione di piante e animali e le escursioni attraverso i diversi sentieri che attraversano la zona sorgiva.

Le gite all’interno del parco hanno generalmente la durata di mezza giornata.

Come arrivare alle Sorgenti del Pescara

Popoli

Popoli

La riserva naturale è comodamente raggiungibile sia in auto che con i mezzi pubblici, grazie alla sua notevole vicinanza con il centro abitato di Popoli.

La zona umida si trova infatti a destra della ferrovia e dell’autostrada Pescara-Roma A125, ed è immediatamente visibile dalla stazione ferroviaria, raggiungibile grazie alla linea Roma –Pescara, che effettua varie corse ogni giorno.

Il casello d’uscita di riferimento è quello di Bussi sul Tirino, da cui si prosegue sulla Strada Statale 5 per Popoli.

Venendo da Roma invece è possibile percorrere il medesimo tratto autostradale, imboccando però l’uscita di Pratola Peligna, per poi proseguire sulla Statale 17 per Popoli.

Se infine si proviene da L’Aquila, si può evitare di ricorrere all’autostrada e usufruire direttamente della Statale 17, che porta direttamente al paese.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

A Popoli sorge un centro termale riabilitativo, che offre servizi di riabilitazione a base di acque sulfuree del territorio.

Il Certame de la Balestra

Il Certame de la Balestra

Ogni anno la cittadina di Popoli si trasforma nello scenario di una delle rievocazioni storiche più importanti del centro Italia, il Certame de la Balestra, un mega-evento incentrato sull’epoca del Rinascimento e in particolare sulla storia della famiglia Cantelmo, che regnò sulla regione.

Figura storica centrale di questa rievocazione è quella di Francesco Restaino, settimo conte di Popoli.

Il personaggio di Restaino è turbolento, coraggioso, furbo e particolarmente bellicoso, seppur sempre fedele alla corona di Spagna. Il conte ebbe problemi anche con la stessa famiglia d’Aragona, con la quale si riconciliò proprio a Popoli, in uno storico incontro che ebbe luogo il 22 novembre del 1485 e che vide protagonista Alfonso d’Aragona, figlio del monarca e futuro re di Spagna.

Il Certame della Balestra si svolge nell’arco di una settimana e si compone di diversi momenti: la Sfilata storica, il Cambio della Guardia e la sfida vera e propria tra i Cavalieri, supportati da arcieri e balestrieri.

Un momento molto suggestivo è la Festa dei Quarti: la città di Popoli è suddivisa in quattro zone che sono rispettivamente il Quarto di Attoja, il Quarto di Sant’Anna, il Quarto di Castello e il Quarto di Torre dell’Aja.

A partire dal lunedì della settimana del Certame, i quattro Quarti di Popoli si preparano al giuramento al proprio Capitano, alla selezione della propria squadra di tiro e, alla fine della competizione, ai festeggiamenti finali.

Il tipico brodetto pescarese

Il tipico brodetto pescarese

La tradizionale fiera di San Lorenzo diviene a Popoli il Dies Nundinarum, una suggestiva rievocazione in notturna con tanto di cena medievale in costume.

Ogni 15 di agosto invece si tiene la sagra del Gambero e della Trota, molto apprezzata per l’offerta culinaria di qualità.

I gamberi e le trote di fiume sono infatti i prodotti-simbolo della città e solitamente vengono cucinati arrosto o in brodetto.

Per quanto riguarda le carni invece si consiglia ai visitatori di provare gli arrosticini, specialità tipica abruzzese conosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

26 Novembre 2012 |

Scanno

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Scanno

L’antico borgo di Scanno è incastonato tra i Monti Marsicani, rientra nel vasto territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ed appartiene alla Comunità Montana Peligna.

Meritevole a pieno titolo di una pregevole posizione all’interno del club “I borghi più belli d’Italia”, è considerata una delle località turistiche abruzzesi più frequentate sia in inverno che in estate.

Nei pressi del paese si trovano l’omonimo lago, appartenente per tre quarti al territorio comunale di Villalago, la riserva naturale Gole del Sagittario, gli impianti sciistici di Passo Godi e di Monte Rotondo, e ancora il Lago Pantaniello e gli altipiani del Monte Greco.

L’area offre dunque un panorama variegato e una vasta scelta di attività escursionistiche, sportive e culturali.

Panoramica sul lago di Scanno

Panoramica sul lago di Scanno

La storia di Scanno

L’origine e la storia del borgo sono avvolte da un alone di mistero che ancora oggi ne accrescono il fascino agli occhi del visitatore. L’origine del nome è incerta, ma le teorie più accreditate sono essenzialmente due: la prima vede protagonista il termine latino scamnum (sgabello), dato che il colle su cui si adagia il paese ricorda nella forma una piccola panca.

L’altra teoria invece avvicina il termine Scanno alla scannèlla, una varietà di orzo coltivata nella zona.

Le prime testimonianze storiche sull’esistenza della cittadina si hanno già in epoca romana, come attesta una lapide conservata nel Museo della Lana di Scanno.

Nei pressi del borgo si trovava il Betifulo (in latino Pagus Betifulus), un insediamento di agricoltori montanari, guerrieri ed allevatori, risalente al V o IV secolo a.C. La fortificazione sorgeva alle pendici del colle di Sant’Egidio, per la precisione in località Acquevive.

Un tipico vicolo di Scanno

Un tipico vicolo di Scanno

All’epoca il lago di Scanno non ancora esisteva ma sono state tramandate sino ai giorni nostri varie leggende popolari, che associano la genesi dello specchio d’acqua a battaglie svoltesi proprio nel Betifulo.

La naturale cinta difensiva della città formata dai Monti Marsicani, impedì alle invasioni barbariche di danneggiare la zona, sorte che non si ripresentò in occasione delle successive invasioni saracene e ottomane.

L’epoca storica precedente al Medioevo fu caratterizzata da una forte influenza araba negli usi e costumi degli scannesi, testimoniata soprattutto dalle fattezze del costume tipico femminile, composto da drappeggi colorati e da un copricapo molto simile a un turbante.

Il Medioevo trascorse all’insegna delle vicende del contado Peligno e i secoli a seguire furono caratterizzati dal susseguirsi di Signori e dominatori diversi.

La storia moderna è invece caratterizzata da due terremoti (quello del 1915 e quello del 2009), ma nonostante questo la gran parte dei monumenti architettonici scannesi sono tutt’oggi esistenti e visitabili.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il futuro Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi, dopo aver rifiutato di aderire ala Repubblica Sociale Italiana, si rifugiò proprio a Scanno, ospite di una signora del luogo.

Anni dopo Ciampi è stato insignito della cittadinanza onoraria.

Caratteristiche del borgo

Il paese di Scanno spicca nel panorama nazionale per la sua forte identità, radicata nella propria unicità, trasmessa di epoca in epoca e ancora presente sotto ogni punto di vista.

L’incredibile forza con cui ancora oggi si percepisce la “personalità” scannese è facilmente spiegabile con l’isolamento a cui il popolo è stato sottoposto per secoli a causa della posizione geografica del borgo, cinto dalle montagne e difficilmente accessibile dall’esterno.

La chiesa della Madonna della Valle

La chiesa della Madonna della Valle

Dall’architettura al cibo, passando per le splendide “signore di Scanno”, che ancora oggi vestono il costume tradizionale, tutto qui ha una dimensione inconfondibile, che sopravvive nelle botteghe orafe artigianali e nella lavorazione di pizzi e merletti al tombolo.

Passeggiare per le viuzze del centro antico è un’esperienza assolutamente consigliata, per ammirare le numerose chiese in stile romanico abruzzese, gli archi, i palazzi antichi, i portali barocchi e rococò, le piazze e le tipiche fontane.

Elementi architettonici caratteristici di Scanno sono i loggiati, che possono essere bifori o trifori, collocati ai piani superiori degli antichi palazzi nobiliari o borghesi, e ancora le cemmause, le tipiche scalinate esterne di pietra situate all’esterno delle abitazioni.

Il costume tradizionale femminile

Una delle tipicità più interessanti del borgo è il costume femminile tradizionale, ancora oggi esibito con orgoglio dalle anziane signore del paese.

Privo di modelli esterni a cui ispirarsi, l’abito scannese si è evoluto secondo una storia fortemente individuale e scevra di influenze estrinseche. Nonostante ciò, vi sono delle somiglianze con gli indumenti tipici delle popolazioni della Conca Peligna.

Il costume tradizionale delle donne scannesi

Il costume tradizionale delle donne scannesi

La lunga gonna indossata dalle donne può arrivare a pesare anche 15 kg. Realizzata in stoffa e adornata da monili e gioielli lavorati in paese, è dotata all’interno di una pesante striscia di panno, utilizzata per proteggere le gambe dal freddo e dalla polvere.

Sino al Settecento queste gonne potevano essere di vari colori, ognuno dei quali probabilmente stava ad indicare un ceto sociale di riferimento.

Il corpetto tipico, chiamato Ju cummudene, è differente per forma e tessuti rispetto a quelli indossati nei paesi vicini; si allaccia davanti grazie a una fila di bottoni detta a buttunera.

Il vestito ha un’orlatura di seta e una gorgiera sullo scollo, realizzata artigianalmente con la lavorazione al tombolo.

Il cappello è l’elemento del vestiario tradizionale che più fa discutere gli studiosi, dato che alcuni ritengono che rappresenti un retaggio marcatamente arabeggiante, mentre altri negano questa somiglianza.

Come arrivare a Scanno

Il paese di Scanno è oggi raggiungibile facilmente con ogni mezzo di trasporto.

In automobile bisogna attraversare il tratto autostradale A 25 (Pescara – Roma) e uscire al casello di Cocullo, per poi proseguire sulla S R 479 per una ventina di km, attraversando il paese di Anversa degli Abruzzi, le Gole del Sagittario, il comune di Villa Lago e il lago di Scanno, per poi finalmente giungere in paese.

Venendo da Napoli invece bisogna percorrere l’autostrada A2 Roma Napoli fino a Caianello, per poi imboccare la S.S. 85 in direzione Venafro. Il percorso prosegue poi sulla S.S. 17 fino al bivio di Castel di Sangro e poi infine sulla S.R. 479 fino a Scanno.

Una foto di Cartier Bresson scattata a Scanno nel 1938

Una foto di Cartier Bresson scattata a Scanno nel 1938

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Scanno è conosciuto in tutto il mondo come il “paese dei fotografi”, grazie soprattutto a due maestri dell’arte fotografica a livello mondiale come Mario Giacomelli ed Henri Cartier Bresson.

Quest’ultimo, considerato il padre del fotogiornalismo e della fotografia di reportage, ha avuto un intenso rapporto con Scanno e i suoi scatti realizzati in paese negli anni Trenta sono famosi in tutto il mondo.

A Cartier Bresson e a Giacomelli è stata dedicata una targa nel centro storico del borgo, all’interno del quale oggi vi è anche una via chiamata “Strada dei fotografi”.

Ogni anno a Scanno si tiene un prestigioso concorso fotografico internazionale, intitolato per l’appunto “Scanno dei fotografi”.

All’interno del calendario scannese assume un ruolo rilevante anche “Ju catenacce”, la rievocazione del matrimonio tipico scannese che si svolge ogni anno il 14 di agosto, mentre il 16 si svolge una fiaccolata sulle rive del lago.

L’estate è generalmente ricca di eventi d’intrattenimento che vanno dai concerti al teatro passando per le numerose sagre tradizionali.

Il tipico Pan dell'Orso di Scanno

Il tipico Pan dell’Orso di Scanno

I prodotti tipici di Scanno sono moltissimi ed è possibile ancora oggi acquistarli dalle piccole botteghe del centro, gestite direttamente dai produttori.

Molti i prodotti caseari a base di pecora, come ad esempio la “Ricotta dalla buccia nera”, così chiamata proprio per il particolare processo di stagionatura al buio, che crea uno strato superficiale ossidato che si colora pian piano di nero, dando al prodotto un sapore inconfondibile.

Spaghetti alla chitarra, salumi aromatizzati, arrosticini di pecora e carne di “castrato di Scanno” completano il menù tipico del borgo, che non può non concludersi con i tanti dolci tipici, dai Mostaccioli al Pan dell’Orso.

26 Novembre 2012 |

Valle dell’Orfento

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Valle dell’Orfento

La Valle dell’Orfento è una riserva naturale che si trova in provincia di Pescara, per la precisione all’interno del territorio comunale di Caramanico Terme.

Istituita ufficialmente nel 1972, ha una superficie di 2606 ettari ed ospita una grande varietà di paesaggi, che rendono la valle un sito preziosissimo dal punto di vista botanico, speleologico e geologico.

Nel corso degli anni anche le zone adiacenti sono state “poste sotto tutela”, col risultato che oggi l’intera area copre una superficie di 10.000 ettari, andando  costituire il cuore pulsante del Parco Nazionale della Majella.

Tante le specie viventi protette che qui trovano un habitat ideale per sopravvivere, tanto che nel 1977 la Valle dell’Orfento è stata inclusa nella rete europea di “riserve biogenetiche”.

Scorcio della Valle dell'Orfento

Scorcio della Valle dell’Orfento

Caratteristiche della Valle dell’Orfento

La riserva naturale è caratterizzata da un’escursione altitudinale molto significativa: la parte più “bassa” si trova infatti a 500 metri d’altitudine, mentre l’estremità più in alto arriva a toccare i 2676 metri.

L’attività del fiume Orfento nel corso dei secoli ha ridisegnato il paesaggio, creando bellissimi canyon e favorendo la crescita rigogliosa della vegetazione.

Questi elementi, uniti ai frequenti cambiamenti di esposizione solare, hanno fatto si che si sviluppassero una flora e una fauna uniche al mondo, che possono contare al loro interno molte specie protette o addirittura in via d’estinzione.

La varietà dei paesaggi che caratterizza l’area rende la riserva uno dei luoghi più suggestivi e selvaggi non solo dell’Abruzzo, ma dell’intera nazione. Dagli aridi prati basali ai boschi rigogliosi, passando per ghiaioni scoscesi delle zone più alte che si alternano ad ambienti quasi “lunari”.

Il querceto, la faggeta, la mugheta: ogni altitudine ha il suo paesaggio

La parte più bassa della Valle è caratterizzata dalla presenza di un querceto discretamente popolato, che ospita soprattutto la Roverella.

Tra gli animali è facile incontrare cinghiali, ricci rigogoli, tortore, lodaioli e numerosi invertebrati, mentre la coloratissima flora è composta da Orchidee, Primule, Campanule, Anemoni, Garofani, Biancospini, Rose selvatiche e le immancabili Ginestre, fiori molto presenti in tutto l’Abruzzo.

Risalendo la Valle, a partire da un’altitudine di 800 – 900 metri, la Roverella lascia il posto al Faggio, che prolifera per quasi tutto il resto della riserva, creando fitte aree boschive.

L’immensa faggeta dell’Orfento ospita specie animali preziosissime come l’Orso Marsicano, il Lupo Italiano, il Cervo, il Capriolo e poi ancora altri animali come le Martore, gli Allocchi, gli Sparvieri e i Gatti selvatici.

La Stella Alpina Appenninica

La Stella Alpina Appenninica

Nelle piccole radure che si aprono tra i boschi non è raro trovare bellissimi esemplari di Genziana o di Giglio, mentre le zone in cui faggi crescono compatti sono puntellate da viole, ranuncoli e ciclamini.

Salendo ancora in altitudine (oltre i 1.800 metri), il Faggio lascia il posto al Pino Mugo, specie molto particolare che ha le stesse caratteristiche dei pini tipici delle Alpi Orientali, e rappresenta pertanto un fenomeno unico in tutta la catena degli Appennini.

A quest’altitudine si è inoltre registrata la presenza eccezionale del Merlo dal collare e del Crociere, un volatile che si nutre esclusivamente di semi di conifere.

Al di sopra dei 2.300 metri di altitudine la vegetazione si fa rada e l’ambiente diviene più impervio: il paesaggio qui è di tipo lunare ed è per questo che le creature viventi che sono riuscite comunque a stabilirsi qui sono considerate realmente eccezionali.

La Stella alpina appenninica, il Papavero montano, l’Adonide curvata e la Soldanella minima sannitica sono le specie vegetali che caratterizzano la sommità della Valle.

Il Merlo acquaiolo, simbolo della riserva

Il Merlo acquaiolo, simbolo della riserva

Il fiume Orfento, il Merlo Acquaiolo e la Lontra selvatica

La riserva naturale Valle dell’Orfento è l’unica in tutta la Majella ad avere un corso d’acqua perenne, che crea percorsi naturali suggestivi fatti di cascate, canyon e rivoli.

Il simbolo della riserva è il Merlo Acquaiolo, che lungo le sponde del fiume Orfento trova un habitat ideale per vivere e riprodursi. Cibandosi di larve e piccoli invertebrati acquatici, il Merlo acquaiolo è solito fare dei veri e propri spettacoli acrobatici e delle spettacolari evoluzioni per procacciarsi il cibo affrontando la corrente del fiume.

Nel fiume Orfento vive inoltre una piccola popolazione di Lontre selvatiche, a testimonianza dell’elevata qualità delle sue acque.

Essendo una specie a rischio estinzione, nel 1989 si è deciso di tutelare attivamente questa specie animale e la sua presenza nella Valle attraverso la nascita di un apposito centro chiamato “La tana della Lontra”.

Il centro iniziò inoltre ad allevare lontre con l’obiettivo di immetterle nella riserva, ma purtroppo delle analisi genetiche hanno rilevato che le lontre d’allevamento (per quanto fossero state cresciute nel modo più naturale e selvatico possibile, evitando il contatto diretto con l’uomo) non sono compatibili con le lontre selvatiche del sud Italia.

L'eremo di San Giovanni all' Orfento

L’eremo di San Giovanni all’ Orfento

Pertanto attualmente il centro lavora soprattutto sulla ricerca, per garantire la miglior vita possibile a questi animali.

La Tana della Lontra propone inoltre programmi didattici per le scuole e per tutti i visitatori, ed è vivamente consigliato parteciparvi per chi decide di visitare la riserva.

Reperti storici

All’interno della Valle dell’Orfento si celano anche importanti testimonianze del passaggio dell’uomo, come le caratteristiche capanne a forma di trullo usate dai pastori durante la transumanza, che prendono il nome di Toloi (al singolare Tolos) e i punti di sosta ricavati nei pascoli ottenuti grazie all’abbattimento delle querce.

Particolarmente suggestivi sono inoltre i resti degli eremi in cui soggiornò a lungo il primo Papa dimissionario della storia, Celestino V, che si rifugiò nella Valle con il suo numeroso seguito.

Questi ruderi sono conosciuti con il nome di San Giovanni all’Orfento.

Queste costruzioni sono oggi ben visibili grazie alla fitta rete di sentieri che attraversa la riserva, rendendola accessibile quasi per intero.

Un tolos nella Valle dell'Orfento

Un tolos nella Valle dell’Orfento

Come arrivare alla Valle dell’Orfento

Per raggiungere la Valle dell’Orfento si può passare da Caramanico Terme, borgo adiacente alla riserva, collegato con la Valle dell’Orfento attraverso un ponte, ben visibile dal centro urbano.

Proprio per questo dal paese partono anche molti itinerari escursionistici da fare a piedi.

Per raggiungere la zona in automobile bisogna imboccare l’autostrada A25 in direzione Roma (o in direzione Pescara qualora si venisse da Roma), uscire al casello di Scafa/Alanno e proseguire sulla SS 5 Tiburtina in direzione Scafa, per poi svoltare sulla SS 487 fino a Caramanico Terme.

Venendo da Pescara invece si può evitare di ricorrere all’autostrada imboccando la SS 17 in direzione di Pescara, per poi continuare sulla SS 153 in direzione di Navelli. A questo punto bisogna proseguire sulla SS 5 in direzione di Pescara per poi imboccare la SP 66 verso Bolognano, continuando infine sulla SS 487 fino a raggiungere Caramanico Terme.

Il paese è raggiungibile anche in treno (la stazione di riferimento è Scafa/San Valentino/Caramanico Terme) oppure in autobus con l’autolinea di trasporto regionale.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Nella riserva si organizzano visite guidate e incontri durante tutto l’anno, per vivere da vicino la Valle ed osservare l’eccezionale bio-diversità che la caratterizza.

Proprio per questo l’accesso ad alcune aree è strettamente regolato dall’Ente gestionale, mentre altre zone sono invece percorribili liberamente e senza prenotazione.

Nel maggio del 2013 si è tenuta la prima edizione di “RiservAmica”, la Festa Nazionale delle Riserve Naturali, una giornata dedicata alla natura sotto la guida esperta del corpo Forestale.

Per quanto riguarda i prodotti tipici della zona, l’area della Valle dell’Orfento offre il meglio della tipicità abruzzese: salumi di montagna, formaggi di pecora, arrosticini, dolci della tradizione regionale e liquore alla Genziana.

26 Novembre 2012 |
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