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Sorgenti del Lavino

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Sorgenti del Lavino

Tra le numerose aree naturali protette che costellano l’Abruzzo spiccano le Sorgenti del Lavino, situate in provincia di Pescara, per la precisione nel territorio comunale di Scafa, in località Decontra.

L’area è stata istituita come Riserva Naturale e Parco Territoriale Attrezzato nel 1987 ed è compresa in una superficie di 40 ettari.

Il parco naturale è attualmente gestito da Legambiente e dal comune di Scafa ed ospita un Infopoint che offre informazioni sulla preziosa biodiversità che popola la riserva.

La riserva prende il nome dalle sorgenti sulfuree che alimentano il fiume Lavino, sulla Majella, la “montagna madre d’Abruzzo”.

I solfati disciolti nell’acqua di queste sorgenti creano infatti un suggestivo gioco di colori che caratterizza le polle e i ruscelli che nascono qui, la cui acqua ha delle tonalità che spaziano dal verde all’azzurro intenso al turchese, donando al paesaggio un tocco suggestivo e unico.

La stessa cittadina di Scafa, comune di riferimento per il parco, prende il suo nome da un’antica imbarcazione, voluta da Gioacchino Murat per trasportare persone, animali e oggetti da una sponda all’altra del fiume Lavino.

L’ingresso del Parco si caratterizza per una vasta area verde con una zona giochi per bambini ed un’area picnic (ma ve ne sono molte altre all’interno del Parco vero e proprio).

Scorcio sulle suggestive acque del Lavino

Scorcio sulle suggestive acque del Lavino

Il fiume Lavino

Il corso d’acqua da cui la riserva prende il nome nasce nel settore settentrionale del Parco Nazionale della Majella, più precisamente nel Vallone di Santo Spirito. Dopo aver attraversato il Vallone di San Bartolomeo e il Fosso Cesano (nel territorio di Roccamorice), il torrente cresce e diviene fiume.

Dopo alcuni chilometri, all’altezza di Scafa, le acque del Lavino si riversano nel fiume Pescara, unendosi alle risorgenze sulfuree che puntellano la località Decontra.

Il fiume ha sempre avuto una portata cospicua (attualmente è di 800 litri al secondo ma in passato era ancora più intensa) ed ha costituito una risorsa fondamentale per le popolazioni autoctone. In alcune occasioni però, l’impetuosità delle acque ha causato esondazioni e danni all’agricoltura locale, tanto che nel corso del secolo scorso furono costruiti gabbioni ed altre strutture in cemento armato per arginarne la potenza.

Queste protesi contenitive oggi sono ancora visibili e in alcuni punti non sono sufficientemente integrate con l’ambiente, ma ciò non va a intaccare la bellezza del paesaggio.

Antico mulino nei pressi della riserva

Antico mulino nei pressi della riserva

Storia delle sorgenti del Lavino

Le acque del Lavino hanno sempre avuto una rilevanza storica molto importante sia per l’habitat naturale, ricoprendo un ruolo fondamentale nella proliferazione della flora e della fauna della riserva, sia per l’essere umano, che hanno utilizzato nei secoli queste acque ricche di minerali sia per irrigare i campi che per alimentare quattro centrali idroelettriche, una segheria e ben cinque mulini a palmenti costruiti nel XVII secolo, di cui resta un’importante testimonianza.

Ancora oggi è infatti possibile visitare il Mulino Farnese, unica costruzione sopravvissuta e funzionante fino a pochi anni fa. La struttura ospita al suo interno tre coppie di macine, allocate al pian terreno, attivate da un sistema orizzontale. Le tre macine erano dedicate alla frantumazione di cereali diversi: grano, granone e le cosiddette “misture”, dei mix di cereali diversi come ad esempio orzo, segale e granturco.

La farina ottenuta veniva convogliata in una grande vasca in legno  allocata proprio di fronte alle macine.

Fonti storiche accreditate raccontano parecchie storie su questo mulino e sui cosiddetti “molinari”, spesso considerati dei truffatori in quanto rei di sottrarre ai contadini parte del frumento consegnatogli per la macinatura, restituendo loro quantitativi di farina inferiori a quelli pattuiti.

Flora e Fauna delle Sorgenti del Lavino

La riserva naturale è caratterizzata dalla forte presenza di alberi della famiglia dei Salici e dei Pioppi: Salice Bianco, Salice Fragile, Pioppo e Nero e Pioppo Bianco sono protagonisti del paesaggio, puntellato inoltre da esemplari di Biancospino, Tife, Roverella, Giunco, Carpino, Robinia e Acero campestre.

Un esemplare di Gallinella d'Acqua

Un esemplare di Gallinella d’Acqua

Tra i fiori spiccano invece il Ciclamino, la Ginestra e la Pervinca.

La fauna tipica del luogo  è caratterizzata dalla presenza della Gallinella d’acqua, della Ballerina Gialla, dell’Usignolo di fiume e del Martin pescatore.

La Faina, la Volpe, il Tasso e la Donnola animano invece le notti della riserva, durante le quali escono dalle loro tane in cerca di cibo.

Visitare la riserva “Sorgenti del Lavino”

Il parco è attraversato da una rete di sentieri di difficoltà variabile, adatti sia ai neofiti dell’escursionismo che ai camminatori esperti. L’accesso alla riserva può avvenire in qualsiasi momento dato che il viottolo d’ingresso, lungo un centinaio di metri, si trova sulla strada provinciale che da Scafa conduce alla località di Decontra

Per maggiori informazioni e per prenotare visite guidate alla scoperta delle bellezze naturali del Lavino si consiglia di contattare la delegazione abruzzese di Legambiente, nella persona del Presidente Rocco Barbarossa, all’indirizzo email parcolavino@hotmail.com .

Come arrivare alle sorgenti del Lavino

La riserva è facilmente raggiungibile con ogni mezzo di trasporto.

Venendo in automobile da Roma e da Pescara, bisogna imboccare l’autostrada A25, fino all’uscita di Alanno-Scafa.

A quel punto bisogna svoltare a sinistra in direzione “Decontra” (è una frazione di Scafa che dista più o meno 4 chilometri dal casello) e seguire l’apposita segnaletica.

26 Nov 2012 |

Eremo di San Bartolomeo

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Eremo di San Bartolomeo

L’area della Majella è conosciuta in tutta Italia (ma anche all’estero) non solo per le eccezionali bellezze naturali e per la preziosa biodiversità che anima l’omonimo Parco Nazionale, ma anche per una serie di eremi e altre costruzioni antichissime, che ancora oggi accolgono migliaia di visitatori.

La concentrazione su questa montagna di luoghi sacri costruiti dall’uomo svariati secoli fa (ne sono circa quaranta), è valsa alla Majella l’appellativo di “Domus Christi”, assegnatole dal grande poeta Francesco Petrarca.

Tra le celebri dimore solitarie nascoste nella riserva vi è l’eremo di San Bartolomeo in Legio, un’opera architettonica situata a 600 metri circa d’altitudine, arroccata su uno sperone roccioso alto 50 metri.

La costruzione appartiene al territorio comunale di Roccamorice, in provincia di Pescara.

Il grande impatto visivo determinato dalla sua particolare posizione, si accompagna ad elementi strutturali antichissimi, che ne accrescono l’enorme valore storico e culturale.

Ancora oggi infatti l’eremo  è un luogo di riferimento sia per la comunità religiosa dei paesi della Majella, sia per i turisti, gli escursionisti e i semplici curiosi, che respirano in questo luogo un’atmosfera senza pari.

San Pietro da Morrone

San Pietro da Morrone

San Pietro da Morrone (Celestino V) e la Majella

L’eremo di San Bartolomeo è, come molti altri del territorio, legato a stretto giro alla storia straordinaria del santo Pietro da Morrone, eletto Papa nel 1292 con il nome di Celestino V.

Passato alla storia come il primo “papa dimissionario”, Pietro visse a lungo sulla Majella, passando di grotta in grotta per vivere la sua fede nella maniera più semplice e isolata possibile.

A lui va il merito non tanto di aver edificato i numerosi eremi in cui soggiornò, ma di aver ristrutturato e reso nuovamente agibili delle costruzioni preesistenti, scavate perlopiù nella roccia e divenute parte integrante del paesaggio montano della Majella.

Cenni storici e caratteristiche dell’Eremo di San Bartolomeo

L’edificazione originaria dell’eremo è con ogni probabilità precedente all’anno Mille, mentre risalgono al 1250 circa i lavori di riqualificazione della struttura e il restauro degli ambienti interni ed esterni, con la creazione di affreschi posizionati nella porzione superiore del portale d’ingresso.

L'ingresso dell'eremo

L’ingresso dell’eremo

Con molta probabilità l’eremo fu comunque frequentato prima dell’arrivo di San Pietro da Morrone, che si fermò sulla Majella dopo essere stato a Lione, dove si era recato a piedi per difendere la Regola dei Fratelli dello Spirito Santo (poi Celestini) in un colloquio con il Papa.

Alla piccolissima chiesa si può arrivare solo a piedi e vi si accede attraverso una scala scavata nella roccia chiamata la Scala Santa, al termine della quale vi è un corridoio roccioso che termina davanti al piccolo portale d’ingresso.

Sulla facciata anteriore vi sono degli affreschi voluti proprio dal futuro Papa Celestino V, oggi ancora visibili ma consumati dal tempo.

All’interno la chiesa è composta da un’unica piccola sala di forma rettangolare, della lunghezza di 7.70 metri e della larghezza di 3-4 metri.

L’ambiente è adornato solo con un altare, sormontato da una statua lignea di San Bartolomeo rappresentato con un coltello (dato che il santo subì in vita il martirio dello scorticamento).

Alla sinistra dell’eremo sgorga una sorgente d’acqua, che i fedeli ritengono miracolosa.

L’eremo si compone in realtà di tre ambienti distinti: oltre alla chiesetta ci sono infatti un disimpegno e un’altra stanza, in cui presumibilmente vivevano i frati.

Itinerario escursionistico verso l’eremo di San Bartolomeo

La scalinata dell'eremo

La scalinata dell’eremo

L’eremo è ben segnalato sia sulle carreggiate che lungo il percorso da fare a piedi per raggiungerlo. Il punto di riferimento generalmente è il ristorante Macchie di Coco, situato all’esterno del paese di Roccamorice, presso il quale è possibile parcheggiare le automobili per proseguire a piedi.

Poco prima del ristorante è ben visibile un cartello che indica un sentiero sulla sinistra, che attraversa un boschetto in leggera discesa, culminando con una radura piena di ginestre. Proseguendo dritto si incontreranno un crocifisso in ferro battuto e una strada sterrata che attraversa il campo.

A questo punto bisognerà attraversare la strada proseguendo comunque dritto (seguendo le segnalazioni), sino a giungere al bordo del vallone.

A questo punto inizia la parte più ripida della discesa, che costeggia il vallone con un camminamento ben definito.

Si incontreranno altre due croci sul cammino e bisognerà proseguire sempre verso sinistra (ignorando il sentiero visibile a destra del secondo crocifisso).

Il percorso giunge a questo punto a una sporgenza che si affaccia sul torrente sottostante; da qui bisognerà risalire una ripida scalinata rocciosa, che porta il visitatore ad attraversare un grande buco scavato nella roccia, in un’ascesa fisica e simbolica che culmina nell’atrio dell’eremo. Al termine di questa terrazza sorge la costruzione principale di San Bartolomeo, sempre aperta al pubblico. Dalla terrazza parte una ripida scala che scende fino al torrente, sormontato da una sorta di ponte naturale costituito da un grosso blocco di roccia modellato dalle acque.

Se prima di raggiungere questa roccia si devia a destra, si raggiungerà il punto del torrente in cui le sponde sono così vicine da poter essere tranquillamente attraversate, per raggiungere la famosa sorgente di San Bartolomeo, chiamata anche Fonte Catenacce a causa di un’incisione, ancora visibile, simile all’antico catenaccio di una porta.

Come arrivare

Il tratto autostradale di riferimento per raggiungere la località in automobile è la A 25 Pescara – Roma, da percorrere sino all’uscita di Alanno Scafa. A quel punto bisogna seguire le indicazioni per San Valentino – Roccamorice. Una volta arrivati in paese bisognerà proseguire seguendo la segnaletica che indica la “Fonte Tettone-Blockhaus”.

Un momento della processione di San Bartolomeo

Un momento della processione di San Bartolomeo

Dopo circa 4 chilometri bisogna seguire l’indicazione per l’eremo di San Bartolomeo e dunque tenersi sulla destra. Superato un bivio (anch’esso segnalato) in cui ci si deve nuovamente tenere sulla destra, si giunge al parcheggio per le auto nei pressi del ristorante Macchie di Coco.

Curiosità ed eventi

Ogni anno il 25 agosto i fedeli assistono a una messa nell’eremo che si svolge all’alba, per poi scendere a piedi fino al torrente Capo la Vena per bagnarsi secondo un preciso rituale molto antico. Successivamente i fedeli portano in processione la statua di San Bartolomeo custodita nella chiesetta fino a Roccamorice, dove rimane esposta sino al 9 settembre.

26 Nov 2012 |

Castello Piccolomini di Celano

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Castello Piccolomini di Celano

Il Castello Piccolomini è un’antica fortificazione che si trova nel centro storico di Celano, in provincia de L’Aquila, ed è localizzato nella parte più “alta” del paese. La costruzione domina la Piana del Fucino, nel territorio della Marsica.

L’architettura della struttura, ottimamente conservata, rappresenta un connubio ottimale tra elementi medievali e rinascimentali, rendendo questo castello uno dei siti culturali più importanti e interessanti d’Abruzzo.

L’edificio attualmente ospita la sede della Soprintendenza BAAS e il Museo d’Arte Sacra della Marsica.

Storia del castello Piccolomini di Celano

Il sito su cui sorge il castello, conosciuto nell’antichità come colle di San Flaviano, fu utilizzato da Federico II di Svezia per costruire fortificazioni utili alla lotta contro il conte di Celano e Molise Tommaso.

Scorcio sul borgo di Celano con vista sul castello

Scorcio sul borgo di Celano con vista sul castello

La nascita della struttura è da inquadrare cronologicamente nell’anno 1223, durante l’assedio di Federico II sul territorio.

La costruzione originale con ogni probabilità fu eretta utilizzando materiali deperibili come il legno e la terra battuta, ma nonostante ciò questa prima edificazione costituì la base per la creazione del castello vero e proprio, iniziata nel 1392 con l’obiettivo di difendere la Piana del Fucino.

Committente dell’opera fu l’allora conte di Celano Pietro Berardi, ma già nei decenni precedenti il padre e il nonno del conte si occuparono della fortificazione del colle di San Flaviano, mediante un sistema murario puntellato di torrette rettangolari a “scudo”.

Parallelamente venne costruito anche il mastio, ossia la torre principale del forte, progettata con pianta quadrata.

Il conte Pietro da Celano si occupò dunque di costruire il primo piano dell’attuale edificio fino al marchiapano, il cornicione esterno con scopo decorativo che divide (solo visivamente) il primo piano dal secondo.

A questo periodo risale inoltre la realizzazione del cortile esterno, con un loggiato ricco di archi a sesto acuto visibili ancora oggi.

Nel 1451 Jacovella Ruggeri di Celano, nipote di Pietro, sposò il conte di Bari Lionello Acclozamora. Quest’ultimo, acquisito il titolo nobiliare di conte di Celano, diede il via all’ampliamento del castello, facendo costruire l’appartamento nobiliare del secondo piano e aggiungendo nuovi elementi decorativi.

Nel 1463 Federico D’Aragona investì del titolo di conte di Celano Antonio Todeschini Piccolomini, nipote del Papa Pio II.

Il nuovo conte intervenne a sua volta sul forte, trasformando definitivamente il maniero in residenza nobiliare fortificata, ampliata nella cinta muraria e impreziosita da nuovi elementi architettonici conservatisi sino a oggi.

Da allora il contado di Celano fu acquistato e venduto diverse volte, passando nelle mani di varie famiglie nobiliari del centro Italia.

Tra la fine del XVII secolo e il XX secolo la zona fu interessata da alcuni importanti terremoti, che determinarono la necessità di interventi di consolidamento del loggiato e della struttura interna.

Nel 1893 il castello Piccolomini divenne un monumento tutelato dal dipartimento delle Belle Arti del nuovo Regno d’Italia.

Durante il violento sisma del 1915 il forte subì gravi danni, ma non fu restaurato prima del 1938, per poi essere interrotti nel 1940 con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

I lavori furono ripresi al termine della guerra e vennero ultimati nel 1960, seguendo le normative antisismiche vigenti all’epoca.

Il loggiato del castello

Il loggiato del castello

Il castello Piccolomini di Celano oggi

Grazie all’abbondante documentazione fotografica esistente, l’edificio fu ricostruito seguendo fedelmente la definizione originaria degli ambienti e dei dettagli, recuperando in toto l’antico aspetto di “forte-residenziale”, come testimonia l’appartamento nobiliare situato nella parte sud-est della struttura, al posto del precedente rivelino.

La cinta muraria è puntellata da undici torri a scudo e cinque torri rotonde. Il castello è accessibile attraverso due ingressi, raggiungibili percorrendo un ponte levatoio che sovrasta il fossato.

Il palazzo ha una pianta rettangolare ed è cinto da quattro torri quadrate, adornate con la tipica merlatura ghibellina, che tutelano un pozzo adibito alla raccolta delle acque piovane.

Il porticato esterno ingentilisce l’edificio con il suo gusto tipicamente rinascimentale, presentandosi con un loggiato a due piani.

Gli ambienti interni purtroppo si presentano scarni, in quanto i preziosi affreschi e le decorazioni che adornavano le stanze sono andati perduti durante il terremoto del 1915.

A seguito del terremoto del 6 aprile 2009 il castello osservò un periodo di chiusura, terminato nel dicembre dello stesso anno.

Il Museo ospitato nel castello

Il Museo ospitato nel castello

Il Museo d’Arte Sacra della Marsica

Le 12 stanze che anticamente componevano la residenza gentilizia, oggi ospitano il Museo d’Arte Sacra della Marsica e la Collezione Torlonia di antichità del Fucino.

L’esposizione permanente si articola in varie sezioni: scultura, pittura, paramenti sacri e oreficeria. Alcune delle opere provengono dalla chiesa di Santa Maria in Cellis di Carsoli e dalla chiesa di San Pietro ad Alba Fucens.

La collezione Torlonia è stata invece acquistata dallo Stato nel 1994 e comprende 184 oggetti e oltre 300 monete bronzee recuperate nella valle del Fucino in seguito al prosciugamento del lago, verificatasi durante la seconda metà del XIX secolo.

Visitare il Castello Piccolomini e il Museo d’Arte Sacra della Marsica

Oggi il castello e il museo si possono visitare con un contributo di 2 euro (il biglietto ridotto costa invece 1 euro). La struttura è aperta tutti i giorni eccetto il martedì, dalle 9.00 alle 20.00 con orario continuato. I ragazzi fino ai 18 anni e gli over 65 possono entrare gratuitamente.

L’ingresso è gratuito anche per studenti e docenti dei seguenti corsi di laurea: Architettura, Archeologia, Accademia delle Belle Arti, Conservazione dei Beni Culturali, Lettere e Filosofia con indirizzo storico-artistico.

L’Ufficio Attività didattiche organizza inoltre visite guidate, che si svolgono dal martedì al venerdì e sono prenotabili telefonicamente al numero 0863-792922.

Come arrivare al castello Piccolomini di Celano

Il castello Piccolomini di Celano è facilmente raggiungibile sia in auto che in treo o autobus.

Per chi viaggia in automobile, il tratto autostradale di riferimento è la A25 Roma – Pescara, da percorrere sino al casello di Aielli-Celano. Da lì bisogna poi imboccare la  SS 5 in direzione Celano fino a giungere al paese. Il castello è ben visibile dal centro abitato.

Anche in treno la tratta da seguire è quella Pescara – Roma, con arrivo alla stazione di Celano – Ovindoli.

Per chi viene da L’Aquila invece, sarà sufficiente percorrere la SS 17 e continuare sulla SS 5 bis in direzione Avezzano/Rocca di Mezzo.

Le tipiche ferratelle di Celano

Le tipiche ferratelle di Celano

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Ogni anno ad agosto si svolge a Celano “Il palio delle Torri”, un’importante rievocazione storica che coinvolge direttamente il castello Piccolomini in qualità di scenario d’eccezione per attività come i “banchi” di arti e mestieri, i duelli e le competizioni di sport medievali, le degustazioni di ricette a tema, le esibizioni di sbandieratori e tamburini e molto altre attività. L’attrazione principale dell’evento è il palio a squadre da cui la manifestazione prende il nome.

A Celano si producono dell’ottimo vino (in particolar modo Montepulciano d’Abruzzo), olio extravergine d’oliva di qualità, formaggi e insaccati di montagna e gli immancabili dolci, tra cui le tipiche ferratelle.

26 Nov 2012 |

Valle dell’Orta

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Valle dell’Orta

La Valle dell’Orta è una riserva naturale regionale situata in provincia di Pescara e appartenente al territorio comunale di Bolognano. L’area prende il nome dal fiume che l’attraversa, un affluente di destra del fiume Pescara, che a sua volta sfocia nel Mar Adriatico.

Il parco naturale occupa una superficie di 378 ettari che si estendono lungo la vallata che circonda il fiume Orta, ed è stato inglobato nel Parco Nazionale della Majella.

La riserva offre paesaggi mozzafiato e svariati punti d’interesse, come le numerose grotte, la Cascata della Cisterna, che crea una splendida piscina naturale, dei suggestivi canyon carsici (chiamati “luchi” oppure “marmitte”) e le rapide di Santa Lucia.

L’area è facilmente raggiungibile a piedi dal centro di Bolognano, attraverso una rete di sentieri percorribile anche dagli escursionisti meno esperti.

Il punto più alto della valle si trova a 1.300 metri d’altezza, con un pendio del 4%.

La valle dell’Orta è uno snodo turistico strategico, oltre che un sito naturale unico nel suo genere, in quanto occupa una posizione ideale per raggiungere in pochi minuti località come Roccacaramanico, Sant’Eufemia a Majella, Caramanico e il guado di San Leonardo.

Grazie alla sua posizione la vallata è considerata la “porta d’ingresso” del Parco Nazionale della Majella, grazie anche alla sua vicinanza con il centro abitato e all’accessibilità delle sue bellezze naturali, meta di escursionisti più o meno esperti ma anche di appassionati di sport estremi.

La vallata ha una popolazione totale di circa 10.000 abitanti, la maggior parte dei quali sono artigiani, contadini e pastori. L’area è infatti ricca di pascoli verdi, che consentono di allevare al meglio il bestiame e produrre di conseguenza prodotti caseari, salumi e lana di altissima qualità.

La Grotta Scura

La Grotta Scura

Le grotte della Valle dell’Orta

Sin dalla preistoria la valle dell’Orta era abitata dall’uomo, che trovava rifugio all’interno delle numerose grotte che puntellano la riserva.

Situate sia sul versante di San Valentino che su quello di Bolognano, attualmente queste grotte si trovano a 50-60 metri sopra il livello del fiume, che probabilmente anticamente le lambiva.

Alcune di esse sono diventate famose grazie al ritrovamento di pitture rupestri e altri reperti risalenti al Neolitico. Le principali grotte della valle sono:

Grotta scura: il nome di questa splendida costruzione naturale scavata dall’uomo preistorico deriva dalla sua scarsa luminosità interna, che l’ha resa rifugio e luogo di riproduzione di un’importante colonia di pipistrelli.

In questa grotta, localizzata sul versante di Bolognano, sono stati ritrovati importanti resti di un insediamento umano risalente al Neolitico e appartenente alla cosiddetta “cultura di Catignano”. E’ raggiungibile a piedi in quanto vicina al centro cittadino di Bolognano ed offre un panorama di grande impatto.

Per recarsi alla grotta bisogna raggiungere la chiesa della Madonna del Monte, in contrada Santa Liberata, e imboccare da lì il sentiero segnalato che porta, in pochi minuti, alla spettacolare apertura ad arco della grotta. E’ possibile attraversare per intero i 380 metri che ne definiscono la lunghezza, ma si consiglia di attrezzarsi con torce e pile di ricambio.

Una grande apertura laterale si apre sulla valle, ritagliando una terrazza-belvedere da cui godere di un panorama mozzafiato.

Grotta dei piccioni: il suo nome deriva dal fatto che, anticamente veniva utilizzata per allevare e catturare piccioni.

La Grotta dei Piccioni

La Grotta dei Piccioni

Per raggiungere questa grotta sono sufficienti soli 20 minuti di camminata a partire dal centro di Bolognano. La spelonca si apre su una parete rocciosa che scende a picco sulla valle dell’Orta ed è uno dei siti archeologici più importanti d’Abruzzo per quanto riguarda l’era del Neolitico.

All’interno delle due aree che la compongono infatti, sono stati ritrovati moltissimi reperti risalenti anche a 6.500 anni fa. La zona circostante era usata come sede per villaggi di capanne che si estendevano fino alle rive del fiume, anticamente usato come santuario.

All’interno di una grotta sono ancora visibili i resti ossei di un bambino preistorico, probabilmente sacrificato durante un rito propiziatorio in onore della Madre Terra.

La Grotta dei piccioni è normalmente chiusa al pubblico, per tutelarne al meglio gli ambienti, ma è possibile prenotare una visita guidata rivolgendosi alla cooperativa Majambiente oppure all’ufficio informazioni del Parco di Bolognano.

Altre grotte visitabili in zona sono la Grotta dello Scalandrone, la Grotta della Pretara, la Grotta della Polvere, la Grotta del Santo e la Grotta del Gatto. Quest’ultima, situata nel territorio di Piano d’Orta, fu scoperta nel 1964 ed ospita uno straordinario complesso di pitture rupestri schematiche risalenti all’età del Bronzo e del Ferro.

Il ponte di Salle

Il ponte di Salle

Il fiume Orta

Il fiume, da cui la valle dell’Orta prende il nome, nasce nei pressi di Passo San Leonardo e scorre per circa 40 chilometri a valle lambendo i comuni di Sant’Eufemia a Majella, Roccacaramanico, San Vittorino, Caramanico Terme (da qui incrocia il fiume Orfento, le cui acque si immettono nell’Orta), Salle, Musellaro e infine Bolognano. Giunto da qui al territorio di Piano d’Orta, il fiume si immette nel Pescara.

L’azione erosiva dell’acqua nel corso dei secoli ha creato dei paesaggi naturali spettacolari, con canyon profondi e suggestivi, i cosiddetti “luchi”, divenuti oggi il regno della Lontra, della Trota fario e di altre specie protette come la Salamandra dagli occhiali e l’Ululone dal ventre giallo.

Il canalone dell’Orta del territorio di Salle è inoltre attraversato dal più alto ponte del Centro Italia, meta prediletta degli appassionati di bungee jumping.

La cascata della Cisterna e le rapide di Santa Lucia

Una delle tappe fondamentali nella visita alla valle dell’Orta è senza dubbio la cascata della Cisterna, così chiamata in quanto l’acqua che scende forma una stupenda piscina naturale, che ospita muschi, felci come ad esempio la Capelvenere e altre specie vegetali e animali molto rare.

La cascata della Cisterna

La cascata della Cisterna

Il sentiero per raggiungerla è un po’ più impegnativo rispetto a quello che si deve percorrere per recarsi alle grotte, ma è comunque alla portata di tutti.

Per ammirare la Cisterna dall’alto sarà sufficiente recarsi nella piazza principale di Bolognano e proseguire lungo via Fonte Orcina (la cascata è comunque segnalata), altrimenti si può proseguire lungo i sentieri segnalati per raggiungerla e osservarla da vicino.

Fino ad alcuni anni fa i visitatori solevano fare il bagno nella Cisterna, danneggiando il delicato ecosistema interno della piscina naturale. Proprio per questo oggi c’è il divieto assoluto di balneazione.

Tra i punti più spettacolari dell’intera valle dell’Orta vi sono le rapide di Santa Lucia, scolpite per secoli dall’azione dell’acqua del fiume. La forza del corso d’acqua ha scavato canaloni, creato salti e slalom spettacolari, che compongono una sorta di parco acquatico naturale, meta prediletta dagli amanti di sport acquatici come il rafting.

Le rapide sono facilmente raggiungibili da Musellaro o da San Tommaso, seguendo le carrarecce e i sentieri segnalati.

Visitare la valle dell’Orta

Per effettuare una visita guidata della riserva ed accedere anche a quelle aree generalmente chiuse al pubblico (come la Grotta dei Piccioni) è possibile rivolgersi al Centro visite della Riserva, situato negli spazi interni dell’ex scuola materna di Bolognano, oppure ancora alla cooperativa Majambiente, che gestisce l’area insieme al comune.

Alcuni reperti rinvenuti nelle grotte della valle

Alcuni reperti rinvenuti nelle grotte della valle

Come arrivare alla valle dell’Orta

La valle dell’Orta è comodamente raggiungibile con ogni mezzo di trasporto.

Procedendo in automobile, si consiglia di percorrere l’autostrada A 25 Pescara – Roma, uscire al casello di Torre De’ Passeri/Casauria e svoltare sulla SP 56 in direzione di Salle/Tocco da Casauria. A questo punto bisognerà proseguire sulla SS 5 Tiburtina fino a raggiungere il bivio per Bolognano, immettendosi infine sulla SP 66.

Se il mezzo utilizzato è il treno, si può usufruire della tratta ferroviaria Roma – Pescara e scendere alla stazione di Piano d’Orta – Bolognano.

Anche l’autolinea di trasporti regionali prevede diverse corse durante la giornata che fermano a Bolognano, paese di riferimento per raggiungere la valle dell’Orta.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

L’area della valle dell’Orta è conosciuta a livello nazionale e internazionale per la produzione di ottimi vini, venduti ed esportati in tutto il mondo.

Da segnalare anche la produzione di olio extra vergine e di prodotti biologici ad opera delle numerose aziende agricole del territorio.

Ogni anno il borgo di Bolognano e le aree limitrofe diventano protagoniste dell’evento “Cantine Aperte”, che si svolge a fine maggio. All’interno di queste manifestazione si svolge ogni anno il concorso musicale nazionale “Pigro – Cantautori in Vigna”, una manifestazione in ricordo del cantautore abruzzese Ivan Graziani.

Un altro evento che si ripete con cadenza annuale ed è dedicato al prodotto-simbolo dell’area è “Bacco in Musica”, una manifestazione che si svolge al novembre con caratteristiche simili a quelle delle “Cantine Aperte”, che vedono nel connubio tra buon vino e musica dal vivo un’accoppiata vincente sia dal punto di vista turistico (e dunque economico) che dal punto di vista culturale.

26 Nov 2012 |

Lago di Campotosto

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Lago di Campotosto

Il lago di Campotosto, situato nel territorio provinciale de L’Aquila, è il più grande lago artificiale d’Abruzzo.

Situato a un’altitudine di 1330 metri, lambisce i comuni di Camptosto, Capitignano e L’Aquila.

Il lago ha una superficie di 1400 ettari e può raggiungere una profondità massima di 35 metri.

Nel 1984 l’area (che ha una superficie complessiva di 1600 ettari) è stata istituita come riserva naturale, gestita dal Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Il lungolago collega direttamente i vari centri abitati, si estende per oltre 40 chilometri ed è la meta prediletta dei turisti soprattutto durante la stagione estiva.

Essendo interamente pianeggiante il percorso si presta perfettamente al cicloturismo così come ad altri sport come il trekking, il footing e l’equitazione, grazie anche all’inserimento del lago di Campotosto all’interno dell’”Ippovia del Gran Sasso”, un percorso di oltre 300 chilometri che forma un anello attorno al Gran Sasso, attrezzato per essere percorso a cavallo o in mountain bike.

Molto praticati nel lago anche sport acquatici come il canottaggio e il windsurf.

Windsurf sulle acque del lago

Windsurf sulle acque del lago

Storia del lago di Campotosto

Durante l’Era Glaciale il bacino del lago aveva una forma ad “Y”, che perdurò anche dopo lo scioglimento dei ghiacciai andando ad alimentare il Rio del Fucino.

La conca rimasta venne utilizzata per secoli e secoli come terreno coltivabile e pascolo per il bestiame.

Lo specchio d’acqua oggi conosciuto con il nome di lago di Campotosto è stato creato dall’uomo tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta del Novecento, per soddisfare la necessità di alimentare le centrali idroelettriche della zona, soprattutto quelle della valle del Vomano.

Il lago ha occupato la porzione superiore dell’ancestrale alveo a “Y”, andando di fatto ad assumere la forma di una “V”.

I due rami che lo compongono sono stati denominati “ramo di Campotosto” e “ramo di Mascioni”, prendendo il nome dai centri abitati più vicini alle sponde.

Prima di questo importante intervento da parte dell’uomo l’area del lago era adibita all’estrazione di torba, utilizzata come combustibile, che veniva convogliata attraverso una teleferica nella stazione di Capitignano, da cui poi il materiale veniva distribuito ai vari centri abitati. Quest’attività fu abbandonata con la realizzazione dello specchio lacustre.

Panoramica sul lago di Campotosto

Panoramica sul lago di Campotosto

Caratteristiche del lago di Campotosto

Oggi il lago è alimentato sia dalle acque del Rio Fucino che da due canali di gronda posizionati nei versanti orientale e occidentale.

Sono diffuse delle ipotesi secondo le quali l’inserimento del lago nel territorio aquilano abbia modificato il microclima della zona, innalzando leggermente le temperature medie.

Un riscontro a questa teoria è rappresentato dal fatto che, nonostante l’altitudine, il lago raramente diviene ghiacciato in inverno.

Il lago di Campotosto è circondato oggi da una rigogliosa vegetazione che crea paesaggi naturali molto suggestivi, impreziosendo l’intero bacino lacustre con formazioni boschive tendenti all’alto fusto.

Tra le specie vegetali più diffuse figurano il Falasco, la Bistorta, il Salice e il Faggio.

Oltre alle già citate attività sportive e ricreative, il lago è molto frequentato per la pesca (anche di tipo sportivo), che coinvolge soprattutto le trote.

L’ecosistema della riserva naturale del lago di Campotosto è molto favorevole al passaggio di rare specie animali come l’Airone Cenerino e il Croccolone (volatile simbolo della stessa riserva), ma anche dello Svasso Maggiore e del Germano.

Nell’area si registra inoltre una forte presenza dell’Anatra Selvatica, del Moriglione (soprattutto durante la stagione invernale), del Merlo Acquaiolo, della Gallinella d’Acqua e della Folaga.

Il Croccolone, simbolo della riserva di Campotosto

Il Croccolone, simbolo della riserva di Campotosto

Itinerario nel lago di Campotosto

Un itinerario molto suggestivo da compiere a piedi attraverso le valli che circondano il lago è quello che parte dalla piazza principale del paese di Campotosto, a oltre 1.400 metri d’altezza, per imboccare la strada sterrata che costeggia l’abitato seguendone il crestone.

Superate le ultime case, si imbocca una mulattiera sulla destra, che scende sino ad incrociare il Rio Fucino, superandolo prima di immettersi in un’altra strada sterrata. A questo punto bisogna imboccare la direzione nord-est e attraversare i bellissimi pascoli verdi che affiancano il Monte di Mezzo.

A questo punto la strada diviene un sentiero che attraversa la vegetazione sino a giungere alla cresta di Costa Sola, punto in cui la boscaglia si dirada.

Una volta usciti dal bosco, ci si trova ad attraversare l’anfiteatro del Fosso di Prato Andolino sino a raggiungere il Passo di Costa Sola (1976 m), punto in cui si apre un belvedere mozzafiato sul lago di Campotosto.

Qui inizia la discesa verso est, attraverso una mulattiera che costeggia a sinistra il Fosso della Lagnetta, per poi attraversare una serie di prati verdi, prima di re immettersi nel bosco Tignoso.

A questo punto si giunge a uno spiazzo, superato il quale bisogna girare a sinistra e continuare a scendere dopo aver superato un tornante.

Attraversata la radura Le Cannare si prosegue a sinistra, entrando nuovamente nel bosco.

Continuando a scendere si raggiunge una valletta erbosa per poi arrivare al RIF dell’Enel di Fosso dell’Acero.

Abbandonata la strada, si imbocca una carrareccia che scende fino alla strada principale di Cesacastina, piccolo agglomerato urbano a 114 metri d’altitudine.

Come arrivare al lago di Campotosto

Il lago di Campotosto è molto vicino alla Strada Statale 80, che collega l’Aquila con Teramo e il versante Adriatico. La statale 80 è raggiungibile attraverso il tratto autostradale A 25 Pescara – Roma, che bisogna seguire fino al casello di Bussi sul Tirino/Popoli. Da li è necessario imboccare la Strada Statale 5 in direzione Sulmona per poi proseguire sulla Strada Statale 153.

Una volta giunti al paese di Navelli bisogna seguire le indicazioni per l’Aquila e attraversare la città. Giunti in località Sant’Antonio si potrà dunque imboccare la Strada statale 80 che porta fino al lago.

Venendo da Roma invece bisognerà prendere l’autostrada A25 uscendo al casello L’Aquila Ovest, da dove si potrà imboccare direttamente la SS 80.

La celebre "mortadella di Campotosto"

La celebre “mortadella di Campotosto”

Curiosità e prodotti tipici

Il prodotto tipico più famoso della zona è la “mortadella di Campotosto”, conosciuta in tutta Italia e addirittura anche all’estero. Realizzata con le parti più nobili e magre del maiale, le mortadelle vengono stagionate con un lardello all’interno e varie spezie all’esterno.

La mortadella di Campotosto viene realizzata ancora oggi a mano e la sua preparazione richiede circa 3 mesi di tempo.

Tutti gli insaccati prodotti in paese sono di altissima qualità e sono considerati tra i più buoni d’Abruzzo.

Caratteristici del luogo sono anche i pregiati funghi porcini (che crescono soprattutto sotti agli alberi di faggio) e il Coregone, pesce tipico del lago di Campotosto.

Una tradizione antica ma praticata ancora oggi è quella della preparazione del “baccalà della sposa”: nei tre giorni precedenti alle nozze, le famiglie dei giovani futuri coniugi offrono baccalà, mortadella di Campotosto, pecorino ed altre prelibatezze tipiche del paese a tutti coloro che si recano a casa degli sposi per dare loro gli auguri.

Il tutto viene generalmente accompagnato dal suono del tipico organetto abruzzese, che rallegra gli animi in attesa delle nozze vere e proprie.

26 Nov 2012 |

Peltuinum

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Peltuinum

Peltuinum è un antico sito archeologico attribuito originariamente alla popolazione dei Vestini e fu conquistato dai Romani tra la seconda metà del I secolo a.C. e la prima metà del secolo successivo.

L’area lambisce i territori comunali di Prata d’Ansidonia e San Pio delle Camere, in provincia de L’Aquila.

Circondata dai rigogliosi prati appenninici che dipingono paesaggi molto suggestivi, oggi questa località è raggiungibile grazie ai tratturi che attraversano la valle dell’Aterno, ancora oggi percorribili a piedi.

In particolare Peltuinum era attraversata dalla via romana Claudia Nova e dal grande tratturo L’Aquila Foggia.

L’area di Peltuinum, che conserva importantissime testimonianze storiche, è inscritta nel territorio del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, nonché nella riserva naturale regionale del Monte Sirente – Velino.

I reperti di Peltuinum

I reperti di Peltuinum

La storia di Peltuinum

Il sito archeologico di Peltuinum ha una storia millenaria, ricca di eventi importanti e dal grande valore storico.

Fu fondata durante i millenni precedenti alla venuta di Cristo per mano del popolo dei Vestini, un’antica comunità italica inquadrabile linguisticamente con il ceppo osco-umbro, che occupò una vasta zona del territorio abruzzese, compresa tra l’altopiano delle Rocche e la valle dell’Aterno, sino a raggiungere il Mare Adriatico.

Nel IV secolo a.C. la popolazione entrò in conflitto con Roma, ma dovette arrendersi molto presto all’egemonia dei romani, instaurando con l’Urbe una forzata alleanza.

I Vestini mantennero comunque la propria autonomia interna fino al I secolo a.C., quando la cittadinanza romana fu estesa a tutto il suolo italico, accelerando di fatto il processo di romanizzazione del popolo vestino, che si ritrovò ad essere inquadrato completamente nelle strutture politico-culturali di Roma.

Durante il periodo d’oro dello sviluppo della città, sotto il dominio di Augusto, la città arrivò a contare ben 11.000 abitanti e divenne un importante polo commerciale grazie al commercio del bestiame e alla produzione di vino e zafferano di qualità.

La chiesa di San Paolo di Peltuino

La chiesa di San Paolo di Peltuino

In seguito al trattato del 302 a.C., la città di Peltuinum venne ufficialmente annessa a Roma.

Il centro abitato era completamente circondato da mura e si estendeva per un perimetro che si sviluppava lungo un raggio di circa 800 metri lineari.

Distrutta dai Franchi di Carlo Magno nel 775 d.C., fu riedificata dai Normanni con il nome di Peltuini, e riacquisì lo status di città.

Successivamente le venne dato il nome di Civita Sidonia (dal nome del primo feudatario che ne assunse il controllo, Sidonio). Proprio da questo nome derivò il toponimo Ansidonia, sopravvissuto sino ai giorni nostri.

Nei secoli successivi il paese (o ciò che ne rimaneva) divenne noto alle popolazioni circostanti soprattutto per la presenza di una chiesa medievale, costruita nel XII secolo al margine del centro urbano vero e proprio, edificata sui resti di un antico tempio pagano.

Questa chiesa prese il nome di San Paolo di Peltuino.

Peltuinum oggi

Dell’antica città oggi restano ampie porzioni di cinta muraria e della porta d’ingresso a occidente, alcuni bastioni turriti che venivano usati per proteggere il centro abitato, la piazza del foro situata nella parte a sud del recinto, parte del tempio forense, svariate domus e uno straordinario teatro augusteo, che ha l’insolita caratteristica di trovarsi fuori dalle mura di cinta.

Dopo un lungo periodo di incuria e abbandono, nel 1983 si diede finalmente il via agli scavi archeologici per riportare alla luce l’antica Peltuinum.

Alcune delle domus ritrovate furono poi ricoperte per mancanza di fondi e per evitare lo scatenarsi degli sciacalli, confermando la critica situazione italiana del settore.

La documentazione stratigrafica del sito archeologico rivela come l’abitato fu modificato più volte nel corso dei secoli, soprattutto dall’età augustea alla metà del IV secolo.

Dai reperti ritrovati emerge una struttura urbana che segue i dettami della romanità, con un centro cittadino attraversato da strade che s’incrociano ad angolo retto, attorno a edifici (pubblici e privati) dalla forma geometrica.

Il teatro di Peltuinum

Il teatro di Peltuinum

Edifici dell’antica Peltuinum: il tempio di Apollo

Come ogni antica città romana che si rispetti, anche Peltuinum era dotata di un Foro, una struttura pubblica situata al centro esatto dell’area cittadina, sormontato da un tempio dedicato al dio Apollo.

A testimonianza di questa costruzione restano alcune epigrafi e una mensa adibita a raccogliere le offerte per la divinità che riporta l’iscrizione “Apellune” (Apollini).

Del tempio, dotato di sei colonne di ordine corinzio sulla facciata, resta solo il nucleo centrale in calcestruzzo, rimaneggiato e modificato nelle epoche successive, e una serie di piccoli reperti inutilizzabili come pezzi di cornice lavorata, foglie di capitelli e altri orpelli decorativi.

Attorno al punto in cui sorgeva il tempio restano inoltre porzioni dell’antico portico, un tempo grande e massiccio, che separava l’area “sacra” da quella “profana”, rappresentata dalla calea esterna su cui sorgeva il teatro.

Il teatro augusteo e il monolite

Il teatro di Peltuinum fu costruito partendo dal terrazzamento naturale che creava un dislivello naturale tra il tempio e lo spazio sottostante.

La cavea, del diametro di 58 metri, è stata ricavata sfruttando in parte il pendio preesistente.

Il misterioso monolite di Peltuinum

Il misterioso monolite di Peltuinum

Nel medioevo fu parzialmente distrutto per riutilizzarne i blocchi calcarei come materiale costruttivo per altre strutture (come la stessa chiesa di San Paolo di Peltuino).

Questa pratica, tipicamente medievale, rappresentava a livello simbolico lo smantellamento delle vestigia del passato, ritenute impure e pagane.

All’età medievale risalgono inoltre i resti di un apprestamento fortificato, allestito nella porzione meridionale del teatro.

Nel sito di Peltuinum è stato rinvenuto inoltre un misterioso monolite calcareo, scavato in profondità con un foro sulla base e un incavo a forma di “H” nella parte sottostante.

L’inclinazione del foro fa pensare che potesse essere utilizzato per far scorrere del liquido, ma l’oggetto è attualmente al vaglio degli studiosi, che stanno cercando di decifrarne le caratteristiche.

Come arrivare a Peltuinum

Per arrivare a Peltuinum si consiglia di muoversi in automobile seguendo questo percorso:

Venendo da Pescara o comunque dalla costa adriatica, bisogna imboccare il tratto autostradale A 24 Roma-Teramo e percorrerlo fino al casello L’Aquila Est, per poi proseguire proseguire lungo la SS 17 in direzione Navelli/ Prata d’Ansidonia.

Giunti a Prata d’Ansidonia il sito archeologico è facilmente individuabile grazie alla segnaletica stradale.

Venendo da Napoli invece si consiglia di procedere sull’autostrada A1 Napoli-Roma fino all’ uscita di Caianello.

Da qui bisogna proseguire in direzione Castel di Sangro – Roccaraso -Sulmona per poi continuare verso L’Aquila – Navelli – Prata d’Ansidonia.

Zafferano aquilano

Zafferano aquilano

Curiosità e prodotti tipici

Essendo una zona interessata da secoli dalla transumanza delle pecore, tra i prodotti tipici di Prata d’Ansedonia spiccano i famosi arrosticini, spiedini a base di carne di pecora molto amati in tutta Italia ma anche all’estero.

Sul territorio inoltre si coltiva e produce sin dall’antichità lo “Zafferano aquilano”, una varietà di altissima qualità, conosciuto ed esportato anche all’estero.

Per maggiori informazioni sul sito archeologico di Peltuinum e per organizzare visite guidate si consiglia di contattare la Curia diocesana dell’Aquila al numero 0862-25548, o ancora il Municipio di Prata d’Ansedonia al numero 0862-931214.

26 Nov 2012 |

Castello Piccolomini di Balsorano

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Castello Piccolomini di Balsorano

Il castello Piccolomini di Balsorano si presenta come un’imponente struttura fortificata di stampo medievale, contaminata nell’architettura da elementi rappresentativi di epoche successive come il Rinascimento.

Il forte si trova su un’altura che sovrasta la riva sinistra del fiume Liri, nelle vicinanze della valle di Roveto, in provincia de L’Aquila.

L’importanza della sua struttura per la zona è tale da dare il nome alla frazione del comune di Balsorano in cui si trova, denominata appunto “Balsorano Castello”.

La massiccia struttura in pietra è accessibile attraverso numerosi ingressi, il principale dei quali si affaccia su un rigoglioso parco, che circonda l’intera area.

Storia del castello Piccolomini di Balsorano

L’origine del nome Balsorano deriva dal toponimo latino “Valle Sorana”, che indicava la vallata al confine tra il territorio della colonia romana di Sora il municipio di Antinum, patria dei Marsi. La testimonianza più antica dell’esistenza di questo agglomerato urbano risale al 742 a.C.

Panoramica di Balsorano

Panoramica di Balsorano

Dopo una serie di battaglie che cambiarono più volte l’assetto geografico della zona, Balsorano fu accorpata alla colonia di Sora fino all’inizio del Medioevo.

Come accade per la maggior parte delle strutture di questo tipo sparse sul territorio regionale abruzzese, anche il castello di Balsorano è stato ricostruito nel XV secolo a partire da una fortificazione pre-esistente, con un importante intervento edilizio commissionato da Antonio Piccolomini, figura di rilievo dell’epoca anche per la sua stretta parentela con il papa Pio II (ne era il nipote).

Antonio fu insignito del titolo di Barone della zona intorno alla metà del Quattrocento.

La dinastia Piccolomini mantenne saldo il dominio di Balsorano e dei comuni limitrofi sino ai primi anni del Settecento, quando la famiglia si estinse e alcuni dei suoi possedimenti, tra cui l’omonimo forte, passarono nelle mani della famiglia Testa, una casa nobiliare di origine romana, che si imparentò per generazioni con i Piccolomini.

Successivamente il castello divenne proprietà del francese Carlo Lefebrve e poi ancora dello spagnolo don Pedro Alvarez de Toledo, marchese di Casafuerte, che ne mantenne il controllo fino al 1929, anno in cui fu ceduto alla famiglia Fiastri-Zannelli, che tutt’oggi ne mantiene l’esclusiva proprietà.

L'interno del castello oggi

L’interno del castello oggi

Caratteristiche del castello

Il castello si presenta con una pianta irregolare di tipo pentagonale, con quattro torri agli angoli di forma circolare e un coronamento arretrato, a testimonianza dell’antica funzione militare della struttura. A segnare il termine della rastremazione di ogni torre, c’è una statua in pietra raffigurante un toro.

L’intervento della famiglia Piccolomini per ingentilire il forte è visibile soprattutto nell’elegante cortile a forma di “L”, completo di pozzo al centro, ricco di elementi architettonici decorativi come bifore e arcate.

C’è una notevole somiglianza tra questi complementi ornamentali e quelli presenti nel castello di Celano, anch’esso appartenente alla stessa famiglia nobiliare, che riproponeva in ogni struttura di sua proprietà delle precise tecniche stilistiche, quasi a voler imprimere negli edifici un proprio personalissimo “marchio di fabbrica”.

Il terribile terremoto che nel 1915 devastò l’Abruzzo danneggiò anche questa struttura, che negli anni Trenta del Novecento fu restaurata cercando di mantenerne le bellezze interne quanto più inalterate possibile.

La stanza più importante della residenza nobiliare è senza dubbio la camera da letto padronale, adornata nel Trecento con pochi mobili in stile gotico puro e rimodernata nel XV secolo con aggiunte di stile rinascimentale, come il letto a baldacchino sostenuto da quattro colonne e le pareti rivestite di seta, con l’aggiunta di lussuosi mobili in stile rinascimentale.

L’arredamento del castello, così come quello di molte fortezze dell’epoca, era fortemente influenzato dal gusto e dalla mano della Signora, moglie del feudatario, che gestiva la residenza mentre il consorte era impegnato all’esterno, nell’assolvimento dei suoi obblighi di reggente.

Di particolare pregio è la coperta in seta esposta nella camera, che riproduce lo stemma dei Piccolomini – D’Aragona, che riproduce una croce circondata da cinque lune e dei pali adornati da gigli, simbolo della cavalleria guelfa.

Il ristorante all'interno del castello

Il ristorante all’interno del castello

Il castello Piccolomini di Balsorano oggi

Il forte attualmente è gestito dalla società “Castelli d’Italia” che, sulla base del modello francese (ma anche inglese) lo ha trasformato in un albergo – ristorante, in cui gustare le specialità regionali e trascorrere qualche giorno immersi in un’atmosfera di stampo rinascimentale.

E’ comunque possibile visitare il castello su prenotazione, contattando il custode al numero telefonico 0863/497165. La visita ha un costo di 3 euro a biglietto.

Come arrivare

Il borgo di Balsorano e il suo castello sono raggiungibili sia in automobile che con i mezzi pubblici.

Per recarvisi in pullman bisogna usufruire di una tratta della linea di autotrasporti regionale, mentre in treno si può viaggiare con una delle varie tratte locali che fermano alla stazione di Balsorano.

In automobile invece il percorso cambia leggermente a seconda della direzione di provenienza:

  • da Nord: percorrere l’autostrada A14 in direzione di Ancona, uscire al casello di Giulianova/Mosciano Sant’ Angelo, immettersi sull’autostrada A 24 in direzione L’Aquila, per poi proseguire sulla A 25 in direzione Pescara. Giunti al casello di Avezzano bisogna uscire e andare verso Sora, seguendo infine le indicazioni per Balsorano.
  • Da Sud: percorrere l’autostrada del Sole A1 Napoli – Roma sino al casello di Cassino.

Una volta usciti bisogna seguire indicazioni per Sorafino a raggiungere il territorio di Sant’Elia Fiumerapido. A questo punto si dovrà continuare sulla SS 509, proseguendo sulla SS 690, per svoltare infine sulla SP 68, su cio saranno ben visibili le indicazioni per Balsorano.

Locandina del film "Il comune senso del pudore"

Locandina del film “Il comune senso del pudore”

Curiosità

Il castello Piccolomini di Balsoranno è stato ed è tutt’oggi molto richiesto come set cinematografico.

Dagli anni Trenta ad oggi è apparso infatti in ogni sorta di pellicola, dal film horror alla storia in costume, passando per la commedia a episodi, il film comico e addirittura il cinema hard: proprio qui infatti esordì una giovanissima Moana Pozzi nella sua prima apparizione in un film a luci rosse.

Nel 1976 ad esempio, il grande Alberto Sordi girò nel castello, in qualità di regista, alcune scene del film “Il comune senso del pudore”.

26 Nov 2012 |

Santo Stefano di Sessanio

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Santo Stefano di Sessanio

Le maestose montagne aquilane cingono e custodiscono tesori dal valore culturale inestimabile, piccoli borghi in cui il tempo sembra essersi fermato, che raccontano e testimoniano millenni di storia.

Uno di questi è senza dubbio Santo Stefano di Sessanio, piccolo paese di appena 120 anime, situato a un’altitudine di 1251 metri, in provincia de L’Aquila.

Il borgo appartiene al prestigioso club de “I borghi più belli d’Italia”, fa parte del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e appartiene alla Comunità Montana di Campo Imperatore – Piana di Navelli.

Circondato da altre importanti località montane come Castel del Monte, Roccacalascio, San Pio delle Camere e molte altre, Santo Stefano di Sessanio rientra in quell’area dell’Abruzzo conosciuta come “Distretto delle terre della Baronia”, chiamata così a causa del percorso storico che unisce i comuni della zona.

Il nome del paese deriva probabilmente da un riadattamento del termine Sextantio, un piccolo insediamento romano localizzato nei pressi dell’attuale borgo.

Il suo pressoché perfetto stato di conservazione, compromesso in alcune parti solo dal terremoto del 2009, è dovuto al quasi totale stato di abbandono del centro abitato durante la seconda metà del Novecento, parzialmente rientrato alcuni decenni dopo, quando gli abitanti hanno iniziato a sperimentare nuovi percorsi per la sopravvivenza della comunità, basandone le attività sul turismo culturale e montano.

Santo Stefano di Sessanio

Santo Stefano di Sessanio

Storia di Santo Stefano di Sessanio

Il paese così come oggi lo conosciamo fu eretto tra l’XI e il XII secolo sulle macerie di Sextantio, il precedente agglomerato urbano chiamato con questo termine latino che indicava la distanza di sei miglia romane dalla città di Peltuinum.

La sua posizione strategica e particolarmente centrale rispetto agli assi viari più importanti, come la via Valeria, la via Claudia Valeria e il Tratturo Regio, che univa l’Aquila a Foggia, rese il borgo uno dei più conosciuti e importanti d’Abruzzo.

Risalgono al 1308 le prime notizie certe sull’esistenza della cittadella fortificato, mentre tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV si delineò il grande dominio feudale della Baronia di Carapelle Calvisio, che comprendeva molti altri comuni della zona.

Santo Stefano di Sessanio era il primo centro del feudo confinante con il contado aquilano, pertanto continuò a rivestire nei secoli un ruolo strategico molto importante.

Nel XIII secolo il feudo passò alla Baronia di Carapelle per poi passare nelle mani della dinastia Piccolomini, che alla fine del XVI secolo lasciò il dominio alla casata dei Medici.

Fu in questo periodo, sotto la sapiente guida di Francesco De’Medici, che Santo Stefano di Sessanio raggiunse il massimo splendore, grazie soprattutto al commercio della lana “carfagna, un tipo di lana grezza e nera che veniva usata soprattutto per cucire le uniformi militari.

Questo materiale tessile veniva prodotto proprio a Santo Stefano di Sessanio, per poi essere inviato a Firenze dove veniva raffinato e lavorato. Da qui i tessuti prodotti venivano esportati in tutta Europa.

Nel XVIII secolo la cittadina venne assorbita dal Regno delle Due Sicilie, in cui rimase fino all’Unità d’Italia.

Il XIX secolo si rivela un periodo critico per il borgo e per i suoi abitanti, in quanto con l’Unità d’Italia e la privatizzazione dei terreni del Tavoliere delle Puglie, il grande sistema della transumanza delle pecore cessò di fatto di esistere, portando i comuni dell’alto Abruzzo a un decadimento inarrestabile.

Proprio per questo la maggior parte degli abitanti di Santo Stefano di Sessanio furono costretti ad abbandonare il paese per poter sopravvivere.

Alcune case del borgo

Alcune case del borgo

Santo Stefano di Sessanio oggi

Il XXI secolo è iniziato con una forte ripresa dell’economia del borgo, che si è concretizzata anche attraverso un graduale ripopolamento della cittadina.

Il lavoro sinergico tra i vari sindaci, i pochi giovani rimasti in paese che hanno lavorato assiduamente (e spesso gratuitamente) per attivare la Pro Loco del territorio e gli investimenti dei residenti, ha portato Santo Stefano di Sessanio a una vera e propria rinascita.

Nel 2002 vari enti e organizzazioni locali hanno redatto e sottoscritto la “Carta di Valori per Santo Stefano di Sessanio”, che promuove una forma di turismo sostenibile e responsabile, basata sul principio dell’”albergo diffuso”.

Si tratta di un’innovativa forma di ricezione turistica basata sull’utilizzo delle abitazioni esistenti, soprattutto nei centri storici, messe in comunicazione tra loro per essere in grado di offrire tutti i servizi di un albergo senza intaccare la conformazione del territorio, favorendo inoltre l’integrazione totale del turista con il luogo visitato.

In questo modo si è creato una vera e propria rete di servizi in grado di offrire un’esperienza di soggiorno unica e suggestiva, che nello stesso tempo riesce a sostenere economicamente i residenti.

Grazie allo sviluppo innovativo del territorio, oggi Santo Stefano di Sessanio rappresenta un esempio di turismo sostenibile sia a livello nazionale che internazionale, ed è divenuta una delle mete più ricercate per il turismo d’elite.

Il terremoto che devastò L’Aquila e l’Abruzzo nel 2009 ha purtroppo arrecato danni ingenti al paese, causando il crollo del monumento – simbolo di Santo Stefano di Sessanio, la torre Medicea, attualmente in fase di ricostruzione.

Caratteristiche del borgo e luoghi d’interesse

Santo Stefano di Sessanio si presenta oggi come un borgo fortificato di forma ellissoidale.

Al suo interno si snoda un reticolo di vie strette e anguste che si sono sviluppate secondo un’apparente forma concentrica, la quale ruota intorno alla torre Medicea, oggi purtroppo distrutta.

La chiesa della Madonna del Lago

La chiesa della Madonna del Lago

A causa degli spazi ristretti, come spesso accade nei piccoli paesi arroccati sulle montagne, il centro cittadino è puntellato dalle cosiddette “case torri”, abitazioni che si sviluppano in altezza anziché in larghezza, che offrono uno spettacolo visivo insolito e molto suggestivo.

Passeggiando per la borgata si incontrano moltissimi luoghi d’interesse, come le tipiche “case – mura” con il profilo scarpato che cingono il centro storico e alcune chiese antiche come quella della Madonna del Lago, che si erge su un piccol specchio d’acqua appena fuori il paese.

Da vedere inoltre gli eleganti edifici medicei e ancora altri edifici storici, di stampo quattrocentesco, come la Casa del Capitano e il maestoso Palazzo delle Logge.

L’Ente Parco regionale gestisce sul territorio il Museo Terra delle Baronie, che racconta con prestigiose testimonianze la storia e i valori del paese, fungendo inoltre da centro informativo e punto vendita di manufatti e prodotti tipici.

Come arrivare

Oggi Santo Stefano di Sessanio è ben collegata con ogni mezzo di trasporto, ed è facilmente raggiungibile sia in treno che in autobus.

Chi invece viaggia in automobile deve avere come riferimento la città de L’Aquila, raggiungibile attraverso l’autostrada A 14 fino a Giulianova – Mosciano Sant’Angelo se si viene da nord, per poi proseguire sulla A 24 fino a L’Aquila Est, per imboccare infine la SS 17 fino a raggiungere il borgo.

Venendo da sud invece, bisognerà percorrere la A 14 fino a Pescara, per poi proseguire sull’autostrada A 25 Pescara  – Roma fino al casello di Bussi sul Tirino – Popoli.

Da qui è necessario proseguire sulla SS 5 e poi ancora sulla SS in direzione Navelli, per poi completare il percorso sulla SS 17 in direzione L’Aquila – Santo Stefano di Sessanio.

Le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio

Le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Il territorio è caratterizzato dalla coltivazione di uno dei prodotti tipici abruzzesi più famosi e apprezzati: le “Lenticchie di Santo Stefano di Sessanio”, una qualità rara e introvabile, prodotta in paese sin dall’antichità (le prime testimonianze della presenza di questo prodotto sono antecedenti all’anno Mille).

Questo particolare alimento può crescere solo su terreni aridi e che siano situati a un’altitudine compresa tra i 1200 e i 1400 metri d’altitudine, ed è per questo che il territorio del borgo abruzzese offre un habitat ideale.

La lenticchia di Santo Stefano di Sessanio si riconosce per il colore scuro, quasi violaceo, le dimensioni ridotte e il sapore intenso, ed è molto ricercata dagli chef di tutto il mondo.

Oggi questa lenticchia viene coltivata sempre meno a causa della difficoltà di gestione delle coltivazioni (è necessario raccoglierle a mano su terreni spesso impervi) ed è dunque sempre più difficile reperirla nei negozi.

Per questa ragione è divenuta un presidio Slow Food, tutelata da un’Associazione di Produttori.

La grande importanza internazionale raggiunta in pochi decenni da questo piccolo paese di montagna, si riflette anche nell’attività culturale del territorio, che può contare su un numero sempre maggiore di eventi internazionali, come la mostra “Condivisione d’affetti”, organizzata nel 2012 dal prestigioso Museo degli Uffizi di Firenze.

Il patrono del paese, Santo Stefano Promartire, viene festeggiato nei giorni 2 e 3 agosto, mentre durante tutta l’estate si susseguono eventi musicali, concerti classici e spettacoli di teatro, favoriti dalla costante presenza di uno dei più importanti registi teatrali viventi, Ljubimov, che ogni estate soggiorna in paese.

Numerose anche le sagre, su cui spicca quella della Lenticchia, che si svolge all’inizio di settembre.

26 Nov 2012 |

Rocca Calascio

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Rocca Calascio

Sulle montagne del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, in provincia de L’Aquila, per la precisione nel territorio comunale di Calascio, si trova un’antica rocca fortificata denominata per l’appunto Rocca Calascio.

Il castello, che domina l’altopiano di Navelli e la valle del Tirino, si trova a un’altitudine di 1460 metri, su un crinale strategico dal punto di vista difensivo. Per questo è considerata una delle fortezze più alte d’Italia.

L’abitato di Calascio, localizzato a sud-ovest del castello, si compone anch’esso di un unico blocco fortificato, attualmente abitato da 165 persone.

Anticamente il paesino e il castello erano collegati tra loro attraverso un ponte levatoio, sostituito oggi da una più moderna rampa.

Rocca Calascio

Rocca Calascio

Caratteristiche della rocca

La costruzione è realizzata in pietra bianca e conci e, come spesso accade per le fortificazioni abruzzesi, è stata edificata a partire da una costruzione precedente.

Alla rocca originaria probabilmente appartiene il maschio centrale, a cui successivamente furono affiancate altre quattro torri fortemente scarpate e il recinto murario in pietra.

Il castello, danneggiato dai numerosi terremoti dei secoli scorsi, è stato restaurato e consolidato negli anni Novanta, consentendo il totale recupero della struttura, oggi aperta al pubblico e visitabile gratuitamente.

La rocca è raggiungibile attraverso una breve e suggestiva passeggiata a piedi (circa mezz’ora) con partenza dal paese di Calascio.

La chiesa di Santa Maria della Pietà

Sul sentiero che collega Rocca Calascio a Santo Stefano di Sessanio, ancora oggi percorribile a piedi, si trova un piccolo tempietto risalente al XV secolo e adibito successivamente a chiesa, intitolata a Santa Maria della Pietà.

La chiesa di Santa Maria della pietà

La chiesa di Santa Maria della pietà

Anche questa costruzione deriva da un’altra precedente, che con ogni probabilità aveva le fattezze di un’”edicola” (dal latino aedicula, termine che letteralmente significa “piccolo tempio”), una struttura architettonica di dimensioni ridotte realizzata per custodire e proteggere oggetti al suo interno.

La chiesa, che si presenta all’interno con un sistema di paraste tuscaniche e ospita un dipinto della Vergine e una scultura di San Michele Amato, attualmente è adibita a oratorio, ma resta una meta di pellegrinaggio importante per i fedeli.

Storia di Rocca Calascio

Le prime testimonianze dell’esistenza del forte risalgono all’anno Mille, mentre il primo documento storico che ne dimostra l’esistenza è datato 1380.

La rocca originaria era composta da un unico torrione quadrangolare, utilizzato come punto d’avvistamento.

Nel XIV secolo la tenuta fu annessa al Baronato di Carapelle, controllato da Leonello Acclozamora, mentre nel XV secolo re Ferdinando, che nel frattempo aveva assunto il controllo del territorio, concesse Rocca Calascio ad Antonio Todeschini, membro della prestigiosa famiglia Piccolomini, che regnò su numerosi borghi del territorio aquilano.

Ai Piccolomini si deve l’ampliamento della rocca, con la costruzione di una cinta muraria e l’edificazione di quattro torri cilindriche ad uso militare.

La parte abbandonata di Calascio

La parte abbandonata di Calascio

In quest’epoca Rocca Calascio vede accrescersi il suo peso economico, grazie soprattutto alla presenza dei pastori di pecore che utilizzavano il vicino Tratturo Regio (che collegava L’Aquila con Foggia) per transumare le pecore.

Per questa ragione si delineò la necessità di costruire delle case per i pastori, che furono edificate nell’area sottostante la rocca, cinte a loro volta da mura difensive.

Nel 1579 la nobile famiglia De’Medici acquistò il vicino borgo di Santo Stefano di Sessanio con l’obiettivo di sfruttare il fiorente commercio della lana grezza prodotta in paese.

Nel 1703 ci fu un violento terremoto che distrusse buona parte della Rocca, costringendo i suoi abitanti ad abbandonarla per trasferirsi nella sottostante Calascio, che così divenne ufficialmente una comunità urbana.

Nel XX secolo, a causa della difficile situazione economica, pian piano il paese si spopolò e rimase abbandonato per un lungo periodo.

Michelle Pfeiffer a Rocca Calascio

Michelle Pfeiffer a Rocca Calascio

Rocca Calascio oggi

La situazione cambiò radicalmente e inaspettatamente sul finire del XX secolo, grazie soprattutto alla realizzazione di alcuni film internazionali come “Lady Hawke” (1985), pellicola che vede Michelle Pfeiffer nelle vesti di attrice protagonista, “Il nome della rosa” con Sean Connery, “Il viaggio della Sposa” di Sergio Rubini e molti altri.

Di recente, la rocca è stata scelta come set cinematografico per il film “The American” con George Clooney, pellicola girata interamente nell’aquilano.

L’interesse del cinema per le bellezze architettoniche della rocca ha dato nuova linfa al paese, che si è parzialmente ripopolato innescando una ripresa fatta di opere di consolidamento e restauro delle costruzioni esistenti, coadiuvata dall’apertura di strutture ricettive per i turisti utilizzando la formula dell’”albergo diffuso”.

Questo nuovo metodo innovativo ed eco-sostenibile di accoglienza turistica, sfrutta le abitazioni già presenti all’interno del centro storico e inutilizzate, per trasformarle in camere da letto, ristoranti e reception, in modo da non stravolgere l’aspetto del borgo e sfruttarne al meglio le risorse

Oggi il borgo di Calascio si compone di due parti, la prima più antica e più vicina al castello, che risulta abbandonata già da alcuni secoli, mentre la seconda, leggermente più a valle, costituisce oggi il centro abitato vero e proprio.

L’aspetto affascinante della “resurrezione” di Calascio è rappresentato dal grande interesse dimostrato dai cittadini e dai semplici appassionati di montagna, che si sono rimboccati le maniche negli anni e sono intervenuti personalmente là dove le opere pubbliche non arrivavano.

A questi numerosi piccoli benefattori va dunque il merito di aver restituito al mondo una perla architettonica unica come Rocca Calascio.

Panoramica su Calascio

Panoramica su Calascio

Come arrivare a Rocca Calascio

Rocca Calascio è oggi raggiungibile con ogni mezzo di trasporto.

Chi si sposta in treno dovrà raggiungere la stazione di Bussi sul Tirino per poi prendere una navetta sino Barisciano, e da lì cambiare autobus prendendo la linea per Castel del Monte.

Se invece si decide di viaggiare in automobile:

Venendo dal versante adriatico, bisognerà imboccare l’autostrada A 25 verso Roma, uscire a Bussi sul Tirino – Popoli e proseguire sulla SS 153 in direzione L’Aquila, sino a raggiungere il bivio per Ofena – Castel del Monte (dopo circa 15 chilometri). A questo punto bisogna girare in direzione di Ofena e svoltare subito a sinistra seguendo le indicazioni per Calascio.

Venendo da Roma invece, bisognerà percorrere l’autostrada A 24 fino a L’Aquila Est, proseguire sulla SS 17 fino a Barisciano e continuare sulla SP per Castel del Monte, sino a raggiungere la propria destinazione.

Eventi e prodotti tipici

Rocca Calascio ospita ogni anno importanti concerti di musica classica e conferenze di carattere sia culturale che scientifico. Durante tutte le domeniche dei mesi di Maggio, Giugno e Luglio, i volontari dell’associazione Nuova Acropoli si mettono a disposizione per guidare i visitatori alla scoperta della rocca.

Tra i prodotti tipici della zona si segnalano le ottime carni, sia di pecora che di selvaggina come cinghiale e cervo, i cereali come lenticchie e farro e una piccola ma ottima produzione di vini locali e olio extra vergine d’oliva.

26 Nov 2012 |

Abbazia Santa Maria di Propezzano

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Abbazia di Santa Maria di Propezzano

La provincia di Teramo è puntellata da borghi antichi e monumenti dal grande valore storico-culturale.

Tra questi merita senza dubbio una menzione d’onore l’abbazia di Santa Maria di Propezzano, situata nel comune di Morro d’Oro, nella valle del Vomano, all’interno del territorio provinciale teramano.

Il sito monumentale è composto da un monastero benedettino e dall’omonima chiesa in stile romanico, ed è circondato dalle rigogliose colline della vallata teramana.

Il nome Propezzano sembrerebbe derivare dalla Madonna Propiziatrice ai miseri, cui la chiesa è dedicata.

Il complesso è circondato da un portico su cui si apre la celebre Porta Santa di scuola atriana, attribuita a Raimondo del Poggio.

La disposizione delle strutture interne all’abbazia è quella tipica delle residenze benedettine, che comprende il convento, la chiesa, il chiostro, l’abside ed altri elementi ancora, tutti perfettamente conservati grazie alle opere di restauro compiute negli ultimi trent’anni.

Il chiostro dell'abbazia

Il chiostro dell’abbazia

Storia dell’abbazia di Propezzano

La leggenda narra che l’abbazia fu costruita nel luogo in cui ci fu un’apparizione della Madonna, nel 715 d.C. La zona di Morro d’Oro e di Notaresco è stata per secoli un punto di passaggio importante lungo il percorso di pellegrinaggio che porta in Terra Santa.

Proprio per questo l’area ospitava da sempre pellegrini e fedeli di passaggio provenienti da tutto il mondo. A vedere la Vergine nel 715 d.C. furono tre viandanti tedeschi, che si fermarono sotto un albero di Corniolo lungo il cammino di ritorno da Gerusalemme a Roma.

Maria in persona avrebbe mostrato loro il modello del tempio che voleva fosse costruito in quel punto preciso.

Fu così che si diede immediatamente il via alla costruzione della chiesa, consacrata dal papa Gregorio II quello stesso anno.

Il racconto di questa straordinaria vicenda è stato tramandato per secoli e secoli per via orale, dato che le testimonianze scritte andarono perse nel tempo, ma se ne trova traccia anche nell’iscrizione affrescata risalente al Quattrocento, voluta dal canonico atriano Andrea  Cerone e posizionata nella parte superiore del portale d’ingresso dell’abbazia.

Interno della chiesa appartenente all'abbazia

Interno della chiesa appartenente all’abbazia

Il testo dipinto, oggi visibile solo parzialmente, racconta nel dettaglio quanto accadde nel 715 d.C.

Altre testimonianze del forte ricordo di quest’evento si trovano nei dipinti di fine Quattrocento situati all’interno della chiesa, e negli affreschi seicenteschi che impreziosiscono il chiostro dell’abbazia.

Dell’abbazia originaria oggi restano solo alcuni frammenti scultorei: l’intero complesso è stato infatti ricostruito durante la seconda metà del Duecento.

Il momento storico in cui avvenne la ricostruzione era caratterizzato da un grande prestigio della Chiesa, il cui potere sul territorio stava diventando sempre più forte.

Nei secoli successivi sia papa Bonifacio IX che papa Martino V assegnarono ulteriori privilegi e indulgenze alla chiesa di Santa Maria da Propezzano, per favorire la crescita della comunità di fedeli che ruotavano attorno al luogo sacro.

Nel Quattrocento la nobile famiglia Acquaviva d’Atri si impossessò pian piano di tutto il territorio circostante, fino a giungere anche alla chiesa di Propezzano, assegnando a membri della dinastia Acquaviva importanti incarichi ecclesiastici, che furono tramandati di padre in figlio fino al Settecento.

A seguire l’abbazia fu controllata dalla stirpe dei Pirelli sino ai primi anni dell’Ottocento, e poi ancora dal marchese di Steirlich, che acquistò il monastero e l’intero terreno circostante.

L’abbazia di Propezzano oggi rientra nella diocesi di Teramo e nel nucleo parrocchiale di Morrodoro.

La lunetta della chiesa e la Madonna con bambino

La lunetta della chiesa e la Madonna con bambino

Caratteristiche dell’abbazia

Gli studiosi hanno trovato molte analogie tra l’abbazia di Santa Maria di Propezzano e il Duomo di Atri, ma vi sono molte similitudini anche con l’architettura ecclesiastica borgognona.

L’abbazia si presenta con un’imponente struttura che si sviluppa in orizzontale ed è interamente rivestita da mattoncini di cotto. Alla facciata principale è addossato un portico a tetto, mentre sulla destra si erge il campanile.

La linea generale delle forme è semplice e severa, quasi scevra di elementi decorativi.

La chiesetta duecentesca era composta da una sola navata con abside, la cui facciata era sormontata da un nartece (un atrio d’ingresso corto e largo tipico dei primi secoli del Cristianesimo) su cui si apre un portale d’ingresso in stile romanico. Questa porta è sormontata da una lunetta su cui è dipinta una rappresentazione della “Madonna con Bambino”.

L’intero complesso è stato rimaneggiato e modificato nel corso dei secoli, tanto che sono ancora visibili gli innesti delle nuove opere sulle precedenti.

Al corpo centrale della chiesa furono aggiunte successivamente due navate laterali, il rosone con la ghiera in terracotta e altri elementi decorativi di stampo romanico, con tendenze all’ogivale.

Nel XV secolo fu inoltre costruita la torre campanaria, localizzata a sinistra del prospetto principale.

Sulla parte sinistra della facciata esterna si trova un portale molto lavorato, costruito in pietra e datato all’incirca al 1300.

Il portale

Il portale

Attualmente la Porta Santa di Raimondo del Poggio viene aperta solo il 10 maggio di ogni anno, giorno della ricorrenza dell’Ascensione della Vergine, in ottemperanza di un’antichissima tradizione.

Annesso all’imponente monastero benedettino vi è il chiostro a pianta quadrata, composto da due arcate intramezzate da pilastri in laterizio e cotto, che proteggono i corridoi coperti cui si può accedere solo dall’interno del convento.

Anche il chiostro fu edificato in due momenti diversi, tra il XIV e il XVI secolo.

Molti gli affreschi presenti all0interno della struttura: oltre ai sopracitati affreschi all’interno della chiesa, ve ne sono altri sulle lunette del chiostro, dipinti dall’artista polacco Sebastiano Majewski nel XVII secolo.

Nella sala del refettorio invece vi sono affreschi risalenti al Cinquecento che raccontano la storia della fondazione dell’Abbazia.

Visitare l’abbazia di Santa Maria di Propezzano

La chiesa si può visitare anche se la struttura non è normalmente aperta al pubblico (il chiostro, invece, è proprietà privata).

Una volta recatisi sul posto, sarà sufficiente chiedere le chiavi al gestore del bar adiacente, incaricato di aprire la struttura ai visitatori.

Il contatto di riferimento è quello della Signora Rita, xhe risponde al numero 085.8958318. Altrimenti, è possibile contattare il municipio di Morro d’Oro al numero 085-895686.

Non essendo possibile effettuare visite guidate, si consiglia di portare con sé una guida dell’edificio, in modo da poterlo esplorare con cognizione di causa.

L’abbazia può essere aperta su richiesta per cerimonie (soprattutto matrimoni) e saltuariamente per ospitare concerti di musica sacra e musica classica.

Come arrivare

Il tratto autostradale di riferimento per raggiungere l’abbazia è la A24 Roma-Teramo, da percorrere sino all’uscita di Teramo.A questo punto bisogna proseguire lungo la SP 22 in direzione Morro d’Oro.

Se si viene da Napoli invece, bisogna percorrere l’autostrada A1 Napoli-Roma sino all’uscita di Caianello, per poi imboccare la SS 372 seguendo le indicazioni per Vairano Scalo. A questo punto bisogna continuare sulla SS 85/ SS 158 andando verso Colli al Volturno/, per poi seguire indicazioni per Castel di Sangro – Roccaraso – Sulmona. Giunti a Pescara, bisognerà riprendere l’autostrada A14 in direzione Ancona e uscire al casello di Roseto degli Abruzzi, per poi seguire la segnaletica che indica la Valle Vomano e Morro d’Oro.

26 Nov 2012 |
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