Country House Abruzzo

Agriturismo e turismo rurale in Abruzzo

Itinerari d’Abruzzo

Abbazia di San Giovanni in Venere

0
Abbazia di San Giovanni in Venere

Affacciata direttamente sul Mar Adriatico, sulla sommità di una collina solitaria, si erge maestosa l’Abbazia di San Giovanni in Venere.

Il complesso monastico, che si trova a un’altitudine di 107 metri sul livello del mare, si compone di una basilica e di un monastero, entrambi risalenti al XIII secolo.

Dalla struttura, che si trova nel comune di Fossacesia Marina, in provincia di Chieti, si gode di una vista mozzafiato sulla costa sottostante (situata a soli due chilometri di distanza), che offre una visuale che spazia per chilometri e chilometri sul mare, in quell’area conosciuta come “Golfo di Venere”, nei pressi della foce del fiume Sangro.

La collina su cui sorge l’abbazia è ricca di piante di olivo, alcune delle quali molto antiche, ma su tutte spicca la pianta millenaria che si trova all’ingresso della badia, piantata in onore della sua fondazione e ad oggi ancora vivente.

Caratteristiche dell’abbazia

La chiesa ha la classica struttura degli edifici sacri cistercensi e si compone di tre navate, suddivise tra loro grazie alla presenza di archi ogivali, e soffitto di legno.

La facciata principale ospita il ricco Portale della Luna, un portone interamente in marmo, decorato con materiali di recupero di origine antica e altorilievi.

La cripta di San Giovanni in Venere

La cripta di San Giovanni in Venere

Il lato sud della chiesa è caratterizzato invece dalla presenza del Portale delle Donne, usato comunemente per entrare nella struttura, che presenta decorazioni simili all’altra porta.

Accanto a questo portale vi è infine il campanile mozzato, usato anticamente a scopo difensivo, come dimostrano le varie feritoie sulle pareti.

Sul versante opposto della chiesa vi sono le absidi, le cui decorazioni (soprattutto archi e bifore) ricordano lo stile arabo.

Sotto l’altare maggiore, come di consueto nelle chiese medievali, si trova una cripta in cui campeggiano due colonne di origine romana.

Dai resti dell’abside dell’antica chiesa paleocristiana che sorgeva al posto dell’attuale chiesa di San Giovanni in Venere, è stato ricavato un altro locale, costruito anch’esso nel Duecento.

Il monastero dell’abbazia è stato anch’esso ricostruito durante il Medioevo, ma restano in piedi alcune parti della struttura originaria, che hanno consentito agli studiosi di individuarne le caratteristiche: la costruzione paleocristiana aveva una forma rettangolare, era diviso in quattro livelli e aveva un ingresso sopraelevato.

Quest’ultimo è stato restaurato e ricompattato durante il Rinascimento.

La struttura duecentesca era dotata anche di un chiostro che si sviluppava su tre lati (restaurato durante il Novecento), così come sui tre lati si estendeva l’unità abitativa dei benedettini del XIII secolo e l’area produttiva, ancora parzialmente visibile.

Storia dell’abbazia di San Giovanni in Venere

Il toponimo legato a Venere deriva dalla presenza di un tempio pagano in onore di questa divinità proprio sul luogo in cui poi sorse l’abbazia.

Decorazione scultorea dell'abbazia

Decorazione scultorea dell’abbazia

Una testimonianza di questo fatto storico è il nome Portus Veneris, che indicava un approdo localizzato nei pressi della foce del fiume Sangro, creato dai Bizantini prima di essere soppiantati dai Normanni nell’XI secolo.

Un’altra possibile dimostrazione della presenza del nominativo ”Venere” nel nome dell’abbazia, è data dall’individuazione della Fonte di Venere, una fontana romana dalle particolari proprietà, rinvenuta sotto l’Abbazia.

Secondo una leggenda pagana sopravvissuta per secoli e secoli (addirittura fino al Novecento), ogni donna che desiderasse avere dei figli doveva recarsi presso questa fonte e bere della sua acqua per favorire il concepimento.

Secondo le antiche testimonianze storiche il tempio di Venere fu abbattuto nel 540 per far posto a un cellario per frati benedettini.

All’anno Mille risale invece la prima opera di ampliamento della costruzione, voluta dai Conti di Chieti Trasmondo I e Trasmondo II, i quali modificarono il cellario in un’abbazia cassinese e fecero ampie donazioni agli abati.

Il momento di maggior splendore della badia fu durante il XII secolo, quando l’abate Oderisio II avviò i lavori di edificazione di una chiesa e un monastero molto più grandi di quelli già esistenti.

Mentre la chiesa è sopravvissuta integralmente sino all’epoca moderna (nonostante l’interno sia spoglio rispetto a com’era anticamente), del monastero resta solo una parte dell’immensa struttura duecentesca, che ospitava stabilmente dagli 80 ai 120 monaci benedettini insieme ad aule studio, un grande archivio, una vasta biblioteca, laboratori di vario genere, un ambulatorio, un chiostro, un forno, aule per amanuensi, un rifugio per i viandanti e molto altro ancora.

Nel Trecento l’abbazia iniziò a impoverirsi e dovette vendere molti dei suoi beni. Non potendo più pagare i salati dazi ai Romani, sul finire del secolo la struttura passò sotto il controllo di commissari nominati dal Papa e non più dal Capitolo (ossia dal consiglio di ecclesiastici) interno alla badia.

Nel corso dei secoli successivi il complesso architettonico fu affidato alla gestione di varie personalità religiose legate al Papa fino a quando, nel 1585, Papa Sisto V concesse con durata perpetua l’intero monastero, con la porzione di feudo che ne restava, alla Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri.

L’antica badia duecentesca non esisteva praticamente più e al suo posto vi era un monastero molto più piccolo del precedente.

Con la nascita del Regno d’Italia la congregazione ne perse la proprietà ma, nel 1881, ne recuperò la custodia. Nello stesso anno l’abbazia venne dichiarata “monumento nazionale”.

Nonostante ciò la struttura si trovò a vivere una nuova fase di degrado causata da terremoti, ristrettezze economiche e in seguito dalle due Guerre Mondiali.

L'abbazia in tutto il suo splendore

L’abbazia in tutto il suo splendore

L’abbazia di San Giovanni in Venere oggi

L’abbazia oggi si può visitare durante l’orario di apertura, che da Novembre a Marzo è dalle 8.00 alle 18.00, mentre da Aprile a Ottobre è dalle 7.30 alle 19.30.

Le visite guidate di gruppo sono invece possibili su prenotazione, da effettuare al numero 0872-60132.

Per ogni informazione il numero di riferimento dell’abbazia è 087260132.

Come arrivare

L’automobile è senz’altro il mezzo più comodo per raggiungere l’abbazia.

Venendo sia da nord che da sud bisogna percorrere il tratto autostradale A14 sino al casello di Val di Sangro, per poi proseguire lungo la SS 652 e la SP 105 in direzione Fossacesia.

Giunti a Fossacesia, sarà sufficiente seguire la segnaletica per l’Abbazia di San Giovanni in Venere.

Se si proviene da Napoli invece, bisogna percorrere il tratto autostradale A1 Napoli-Roma fino all’uscita di Caianello, per poi proseguire lungo la SS 372 in direzione Vairano Scalo.

A questo punto bisognerà imboccare la SS 85 seguendo le indicazioni per Isernia, la SS 650 fino all’autostrada A14 e imboccare la strada a pedaggio andando verso Pescara.

Il tipico brodetto di pesce

Il tipico brodetto di pesce

Giunti al casello Val di Sangro bisogna infine proseguire lungo la SS 652 e poi SP 105 verso Fossacesia.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

L’abbazia durante l’estate ospita eventi legati soprattutto alla solidarietà e alle ricorrenze religiose. Ogni anno a giugno la località ospita il “Motoraduno nazionale di Saolidarietà“, un percorso su due ruote che parte da San Giovanni in Venere per giungere al santuario di San Gabriele dell’Addolorata.

Il medesimo percorso viene compiuto a piedi dai pellegrini per celebrare l’anniversario della fondazione della congrega dei Padri Passionisti di Fossacesia.

Se una volta giunti sul posto si volesse esplorare la zona e magari rifocillarsi con qualche leccornia locale, si consiglia di spostarsi sulla costa, ammirare la splendida Costa dei Trabocchi e gustare una delle tante prelibatezze di Fossacesia a base di pesce, come il tipico brodetto alla marinara.

26 Novembre 2012 |

Valle delle cento cascate

0
Valle delle cento cascate

A quota 2.500 metri d’altitudine il paesaggio del Parco Nazionale del Gran Sasso cambia, riservando una serie di suggestive sorprese.

Il susseguirsi delle vette dei Monti della Laga, nella porzione di riserva appartenete all’are provinciale di Teramo, è intervallata da profondi valloni che tagliano le vette creando canaloni, torrenti, cascate e piscine naturali.

Ai piedi del monte Gorzano (la vetta più alta e massiccia dei monti della Laga) e sopra il piccolo agglomerato urbano di Casacastina, frazione di Crognaleto, si trova infatti la “Valle delle Cento Cascate”, chiamata anche “Valle delle Cento Fonti”.

A ispirare questo toponimo è stato il torrente Fosso dell’Acero, che si snoda lungo la montagna in un percorso rocambolesco che, soprattutto durante la stagione primaverile, complice la maggior abbondanza d’acqua, esplode in cascate e forma piccoli laghi anche ravvicinati tra loro, modellando a proprio piacimento i grandi costoni d’arenaria che riempiono la zona.

Il torrente è circondato da rigogliosi boschi di faggi secolari e pascoli lussureggianti.

La località delle Cento Fonti forma un vero e proprio “anfiteatro”, di cui fanno anche “Pretaro” e “Le Iaccere”, e che scende fino a Cesacastina.

Un'orchidea selvatica

Un’orchidea selvatica

Flora e fauna della valle

La flora e la fauna di questa valle sono caratterizzate dalla presenza di specie rare, su cui spiccano numerose varietà di Orchidea selvatica.

Tra gli animali invece spicca la presenza della Salamandra appeninica, della Salamandra dagli occhiali ma soprattutto del Camoscio d’Abruzzo, che corre libero sulle radure d’alta quota ed è solito abbeverarsi lungo le sponde dei ruscelli della zona.

Sulle cime più alte, al di sopra dei duemila metri, proprio dove sembra esserci un numero sempre minore di forme di vita autoctone, vi sono invece particolari specie animali di origine alpina, che sulle vette del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga hanno trovato un habitat congeniale alla loro sopravvivenza, proprio grazie alle svariate similitudini tra quest’area appenninica e le più settentrionali Alpi italiane.

Arvicola delle nevi, Fringuello alpino e Sordone sono alcune delle razze animali che caratterizzano quest’area. La flora invece è impreziosita da Stelle alpine appenniniche,

Itinerario nella valle delle Cento Cascate

Questa suggestiva vallata è una delle mete predilette dagli escursionisti ed è possibile seguire percorsi di difficoltà variabile.

I visitatori più esperti potranno inerpicarsi sino a un’altitudine di 2.450 metri circa per ammirare dall’alto le vette vicine e la splendida natura sottostante, seguendo un percorso della durata di sei ore.

Il campanile della chiesa di Cesacastina

Il campanile della chiesa di Cesacastina

E’ possibile compiere anche percorsi decisamente più brevi che, seppur non facilissimi, possono essere adatti anche ai meno esperti. Qualsiasi sentiero si decida di utilizzare, è importante in ogni caso fare attenzione alle rocce bagnate lungo il corso del torrente, che possono risultare scivolose.

Un itinerario di livello medio è quello che parte dalla frazione di Cesacastina, che a sua volta offre scorci di grande impatto e luoghi d’interesse come l’antica chiesa di San Pietro e Paolo.

Proprio da questo punto inizia il percorso a piedi, la cui primissima parte si svolge lungo il sentiero che attraversa il paese. Dopo circa un quarto d’ora si giunge a un bivio, in cui bisognerà voltare a destra, seguendo la “segnavia 300 Sentiero Italia”, che inizia a salire.

Dopo aver percorso a piedi vari tornanti si giunge alla sorgente Perdiero, per poi entrare in una grande faggeta, da percorrere sino a raggiungere la strada sterrata che proviene dall’altopiano delle Piane.

Imboccato questo cammino, si prosegue sino a una stazione di pompaggio dell’ENEL, nei pressi del quale si trova anche un piccolo rifugio chiuso a chiave. A questo punto saranno trascorsi circa 45 minuti dall’inizio dell’escursione e ci si troverà a un’altitudine di 1365 metri.

Alle spalle di questa casa si trova un sentiero pianeggiante che conduce direttamente ai primi rimbalzi del torrente, che in questo punto compie alcune evoluzioni interessanti.

Dopo aver assaporato il primo contatto con le “Cento cascate” si consiglia di tornare indietro e riposizionarsi davanti alla costruzione, per poi proseguire sul sentiero che si erge lungo la destra orografica, puntellato di numerosi scorci sul torrente.

Una delle cascate della valle

Una delle cascate della valle

Continuando a camminare sulla destra si giunge finalmente al Fosso d’Acero. A questo punto si incrocerà un’ampia mulattiera e, una volta attraversata, bisognerà proseguire verso destra sino a raggiungere un guado.

A causa dell’intensità e della forza delle acque si consiglia vivamente di non attraversare il fiume in questo punto ma di costeggiarlo per alcuni minuti sulla sinistra, ammirandone la dinamicità, sino a giungere alla base del vallone più spettacolare dell’intera area.

Rientrati sul sentiero segnalato prosegue il percorso, che a tratti si allontana dall’acqua per poi riavvicinarsi, sino ad uscire dalla faggeta, per poi attraversare un vallone verdeggiante.

Più in alto si incontrerà una strada sterrata che proviene da destra, la quale conduce a un ponte che attraversa il corso d’acqua.

Lì vicino si staglia la grande Sorgente Mercurio, a un’altitudine di 1759 metri, circondata da un anfiteatro naturale di pascoli verdi e sormontata dalla sommità del monte Gorzano e dalle Cime della Laghetta.

Da qui inizia la discesa, che in 90 minuti circa ricondurrà gli escursionisti al punto di partenza.

Come arrivare

Per raggiungere la località di Cesacastina si consiglia di viaggiare in automobile, prendendo come riferimento il tratto autostradale A24 Roma – L’Aquila – Teramo.

Giunti al casello di San Gabriele – Colledara, bisogna uscire e immettersi sulla SP 491 sino a Montorio al Vomano. Qui si dovrà imboccare la SS 80 sino a raggiungere Aprati, per poi svoltare verso Cervaro. Da qui in pochi minuti si raggiungerà la frazione di Cesacastina, dove si potrà parcheggiare l’auto e iniziare l’escursione a piedi.

26 Novembre 2012 |

Gole del Sagittario

0
Gole del Sagittario

Le Gole del Sagittario compongono una Riserva Naturale (istituita come tale nel 1997), che compre un’area compresa tra il comune di Villalago e il paese di Cocullo, in provincia de L’Aquila.

La zona naturale protetta è considerata uno dei siti più importanti d’Europa, grazie all’eccezionalità delle sue caratteristiche e alle specie viventi che la abitano.

Sul territorio sono ben visibili le spaccature causate dai movimenti tettonici terrestri, su cui si sono accavallati strati argillosi e distese di rocce calcaree.

In queste crepe si è immesso il fiume Sagittario il quale, lungo il suo percorso attraverso le montagne, ha continuato a scavare per secoli sino a delineare un grande canyon.

La superficie delle gole inizia in corrispondenza della diga di San Domenico, nei pressi dell’omonimo eremo che si trova vicino al borgo di Villalago e termina a pochi chilometri dalle case di Anversa degli Abruzzi, occupando una superficie totale di 450 ettari.

Questi spazi hanno un’altitudine che spazia dai 500 metri sul livello del mare ai 1.500, raggiunti nel punto in cui si trova la vetta del Pizzo Marcello.

Una parte dell'Orto Botanico

Una parte dell’Orto Botanico

La morfologia delle gole è quella tipica generata dall’erosione del fiume, che in milioni di anni di attività ha modellato la roccia carsica sottostante donandole la forma di una “V”.

La riserva naturale ospita inoltre un bell’orto botanico, un museo dedicato alle gole, una grande area pic-nic e un reticolo di sentieri per gli escursionisti.

Storia delle Gole del Sagittario

L’area in cui oggi sorge il canyon del Sagittario anticamente era un fondale marino, che si estendeva per quasi tutto l’Appennino centrale e che fu sommerso dalle acque per oltre 200 anni, a cavallo tra l’era del Cenozoico e il Mesozoico.

In questo lungo periodo si è avuta una quasi costante sedimentazione carbonatica, alimentata soprattutto da coralli e foraminiferi, precedente all’innalzamento delle montagne della catena appenninica.

Sul Pizzo Marcello, la parete a picco più alta dell’intera riserva, sono state ritrovate molte conchiglie fossili, a testimonianza del fatto che la cima una volta era una scogliera.

Il Fiordaliso del Sagittario

Il Fiordaliso del Sagittario

Flora e fauna delle Gole del Sagittario

Il canyon ospita molte specie animali (alcune delle quali in via d’estinzione) come il Gufo, il il Falco Pellegrino, l’Aquila reale, il Moscardino (una sorta di ghiro di piccole dimensioni), il Lupo italiano, l’Orso Marsicano e molte altre ancora.

La tipica fauna appenninica è quasi completamente rappresentata nell’habitat delle gole: l’unico grande assente è il Camoscio d’Abruzzo, che preferisce altitudini più elevate e boschi differenti.

Anche la flora della riserva è molto variegata e interessante, tanto da annoverare tra le sue fila specie esclusive come il Fiordaliso del Sagittario, che cresce solo in questa zona, la Campanula cavolini e la rarissima Ephedra dei Nebrodi.

I sentieri della riserva

Il CAI (Club Alpino Italiano) ha tracciato alcuni sentieri all’interno del parco naturale Gole del Sagittario.

Il punto di partenza per un’escursione esplorativa che coinvolga i punti più interessanti della riserva è stato individuato nei pressi delle Sorgenti del Cavuto, localizzate a 500 metri d’altitudine.

Qui si trova una vasta area pic nic attrezzata e, all’interno di un vecchio mulino restaurato, un museo dedicato alla storia e alle bellezze delle Gole del Sagittario. Presso le Sorgenti del Cavuto si trova inoltre un grande Giardino Botanico, all’interno del quale i volontari del WWF organizzano laboratori per grandi e piccini e molte altre attività ludico-didattiche.

Scorcio su Castrovalva

Scorcio su Castrovalva

Da qui attraverso il cosiddetto “Sentiero Geologico numero 18” si giunge al bellissimo borgo fortificato di Castrovalva, frazione del comune di Anversa degli Abruzzi.

Giunti all’incrocio con la Strada Regionale 479 è possibile proseguire tenendosi sulla destra, per raggiungere il “Sentiero degli Aceri” e poi ancora il “Sentiero Floristico”.

Una variante di questo percorso è quella che prosegue verso il centro abitato di Castrovalva fino a raggiungere il Colle di San Michele, sulla cui sommità, a 802 metri d’altitudine, sorge l’omonima chiesa.

Dal cimitero del paesino si può imboccare il sentiero CAI numero 19, che discende sino all’Orto Botanico gestito dal WWF, chiudendo di fatto un percorso dalla forma anulare, che abbraccia per intero le Gole del Sagittario.

Il cammino completo è percorribile in circa 3 ore di marcia, mentre la strada che porta dal Giardino Botanico al Colle di San Michele necessita di un tempo nettamente inferiore, 1 ora e 30 minuti circa di camminata.

Maggiori informazioni sulla riserva e le sue attività possono essere reperite chiamando il numero di telefono 0861/502218 oppure scrivendo all’indirizzo email golesagittario@interfree.it.

Come arrivare

Il mezzo più comodo e veloce per raggiungere la riserva del Sagittario è senza dubbio l’automobile. Per arrivare alle Gole bisogna prendere come punto di riferimento il comune di Anversa degli Abruzzi, raggiungibile attraverso l’autostrada A 25 l’Aquila – Teramo, da percorrere sino al casello di Cocullo.

Da li bisognerà imboccare la SP479 in direzione Anversa – Sulmona.

Panoramica sulle Gole del Sagittario

Panoramica sulle Gole del Sagittario

Il paese è dotato anche di una stazione ferroviaria, che rientra nella tratta Roma – Pescara.

Curiosità ed eventi

L’area naturale delle gole del Sagittario ospita ogni anno numerosi eventi legati alla natura, organizzati soprattutto dal WWF e dalle associazioni locali.

Alcuni eventi che si ripetono ogni anno sono l’”inanellamento degli uccelli“, a cui può assistere un piccolo pubblico, e la giornata “Vivere la riserva”, durante la quale guide specializzate si mettono a disposizione dei visitatori per accompagnarli in una visita e illustrare loro i segreti delle Gole.

26 Novembre 2012 |

Costa dei Trabocchi

0
Costa dei Trabocchi

La costa del Mar Adriatico, pur essendo meno frastagliata di altri tratti costieri italiani, offre una vasta e interessante varietà di paesaggi, che vanno dalle spiagge ampie di sabbia finissima alle calette frastagliate e selvagge, per culminare con le spiagge rocciose e quelle immerse nella natura incontaminata.

L’area sul mare compresa tra l’Adriatico e la Majella abruzzese, in provincia di Chieti, è conosciuta come “Costa dei Trabocchi”, a causa della presenza delle antiche costruzioni da pesca che ancora oggi puntellano la costa.

Tutta la zona, è suddivisa in Riserve Naturali Marine (sono all’incirca una decina) ed è considerata una delle più suggestive dell’intero centro Italia.

Le aree protette più importanti e conosciute della costiera sono la Riserva Marina di Punta Aderci e Puntapenna, nei pressi di Vasto, e la splendida Lecceta di Torino di Sangro.

Per quanto riguarda la vegetazione autoctona il paesaggio appare molto variegato: imponenti dune di sabbia infatti si alternano a zone di fitta macchia mediterranea, per poi stemperarsi a valle in ampie distese di vigneti, oliveti e coltivazioni di graminacee.

I boschi e i campi si aprono infine sulle spiagge chilometriche di Puntapenna, che alternano sabbia bianca e fine a ghiaia e rocce.

Panoramica sulla Costa dei Trabocchi

Panoramica sulla Costa dei Trabocchi

L’inizio dell’area è inquadrabile nel comune di Francavilla al Mare, al confine con la città di Pescara, a partire dal quale il paesaggio marittimo inizia a cambiare sensibilmente.

Andando verso sud si raggiunge così Ortona, con il suo Lido Riccio il Lido dei Saraceni, la splendida cala esotica dei Ripari di Giobbe e il bellissimo Castello Aragonese.

Continuando verso il confine con il Molise si incontrano borghi suggestivi come la dannunziana “città delle ginestreSan Vito Chietino (in cui ancora oggi si trova l’eremo – rifugio del Vate), Rocca San Giovanni con le sue insenature, la splendida Fossacesia, regno dei trabocchi e delle piccole cale protette da promontori ricchi di vegetazione, Casalbordino e infine Vasto, che chiude la regione con la Riserva Naturale Marina di Punta Aderci e le sue bellezze naturali.

L’area culminano con la grande spiaggia di Punta Penna, che si espande tra il promontorio e il mare, poco prima di giungere al porto di Vasto.

I trabocchi

“La macchina che pareva vivere d’armonia propria, avere un’aria ed un’effige di corpo d’anima“.

Così il grande poeta abruzzese Gabriele D’Annunzio descrisse, in uno dei suoi innumerevoli capolavori, il “Trabocco abruzzese”, la palafitta da pesca tipica della regione.

Questa costruzione in legno differisce da quelle create con lo stesso scopo che caratterizzano altre regioni adriatiche come le Marche, il Molise e la Puglia, imponendosi sulla scena locale come struttura unica al mondo.

L’impatto visivo disorienta un po’ il visitatore, che si trova davanti ad una struttura molto particolare, apparentemente rudimentale e molto leggera, che cela un’installazione funzionale e perfettamente integrata con la natura circostante, grazie anche alla scelta di utilizzare per la sua edificazione solo tronchi provenienti dai boschi circostanti o addirittura restituiti dal mare.

Il tipico trabocco abruzzese

Il tipico trabocco abruzzese

La sommità della palafitta è caratterizzata dalla presenza di vere e proprie “antenne”, che a loro volta sostengono un complesso sistema di funi e reti.

Il trabocco è una struttura “dinamica”, che fronteggia costantemente la forza della natura, e necessita pertanto di costante manutenzione.

Anticamente utilizzati per la pesca dagli abitanti del luogo, sono giunti sino a noi per pura fortuna, a causa dello stato di abbandono che hanno vissuto in alcuni periodi storici.

Oggi i trabocchi abruzzesi sono posti sotto tutela in qualità di siti storici e turistici.

Punta Tufano, Punta Turchino, Valle Grotte, Punta Cavalluccio, Punta Rocciosa e Pesce Palombo sono i nomi dei trabocchi più conosciuti e frequentati della costa.

Alcuni di essi sono ancora attivi mentre altri sono stati adibiti a ristoranti sull’acqua; su alcuni di essi è addirittura possibile pernottare.

Le caratteristiche che li rendono diversi da tutti gli altri modelli esistenti sono il sistema di reti e la posizione che occupano, che li vede ergersi perpendicolarmente rispetto al mare e non parallelamente, come invece accade in tutte le altre palafitte da pesca.

Durante l’estate è possibile effettuare visite guidate su queste palafitte e ascoltare i racconti dei “traboccanti”, custodi di un mestiere antico tramandato nei secoli con arte e maestria.

Storia della Costa dei Trabocchi

La zona risulta abitata sin dal Paleolitico, come testimoniano i numerosi reperti rinvenuti lungo la costa e conservati nel Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo a Chieti.

Tra il 400 e il 300 a.C. l’intero territorio, così come il resto della regione, fu assoggettata ai Romani.

Nel VI secolo Vasto, Ortona e Pescara divennero importanti fortificazioni bizantine, in collegamento diretto con la Pentapoli marchigiana, fungendo di fatto da punte di diamante della resistenza imperiale.

L'alba sui trabocchi

L’alba sui trabocchi

Nei secoli successivi le conquiste bizantine diedero un nuovo slancio all’intera area costiera, che cavalcò l’onda positiva del commercio accrescendo notevolmente il suo prestigio.

Successivamente l’area fu legata alle vicende che caratterizzarono il Regno di Napoli, subendo dapprima l’egemonia degli Angioini e poi quella degli Aragonesi.

Di questo periodo storico restano importanti testimonianze architettoniche, sulle quali spiccano i numerosi castelli ancora oggi intatti e aperti al pubblico.

Dal 1506 in poi si susseguirono alcuni importanti terremoti che danneggiarono sensibilmente la Costa dei Trabocchi, ma gli edifici storici danneggiati furono puntualmente ricompattati.

Il Novecento trascorre all’insegna delle due guerre mondiali, che videro l’Abruzzo e in particolar modo la costa meridionale in un ruolo fortemente attivo.

La Linea Gustav della Resistenza seguiva il corso del fiume Sangro, ed è per questo che molti comuni della zona sono stati insigniti di medaglie al valore militare e civile dallo Stato italiano.

Come arrivare

L’intera Costa dei Trabocchi si snoda lungo il tratto autostradale A14, pertanto si può facilmente raggiungere da ogni parte d’Italia, sia in automobile che con i mezzi pubblici 8treno e pullman).

I caselli autostradali di riferimento sono Ortona, Val di Sangro, San Vito Chietino, Casalbordino e Vasto-San Salvo.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Vivere la Costa dei Trabocchi significa immergersi completamente in un mondo a se stante fatto di salsedine, mare, colori e sapori della regione “forte e gentile” d’Italia.

Il tipico brodetto di pesce

Il tipico brodetto di pesce

Un viaggio nella zona non può prescindere da un tour gastronomico, nel quale non possono mancare il Brodetto di Pesce alla Vastese, piatto noto a livello internazionale, e una selezione degli ottimi vini prodotti nella Val di Sangro.

A tal proposito ogni estate l’intera costiera viene coinvolta in un grande evento culturale ed enogastronomico a carattere itinerante, che ripercorre i vari trabocchi e le località corrispondenti, per celebrare l’Abruzzo in tutto il suo splendore.

Il festival si chiama “Cala Lenta – Profumi e sapori della Costa dei Trabocchi” e si svolge ogni estate durante la prima settimana di luglio.

Pescatori, traboccanti, artigiani, contadini e istituzioni locali lavorano in sinergia durante tutta la manifestazione per promuovere le eccellenze del territorio e ma anche per affrontare le importanti tematiche legate alla Costa dei Trabocchi, con l’obiettivo ultimo di tutelare questo patrimonio inestimabile per l‘umanità.

26 Novembre 2012 |

Calanchi di Atri

0
Calanchi di Atri

Attorno al borgo antico di Atri, in provincia di Teramo, si ergono colline dall’aspetto straordinario, caratterizzate dalla presenza di profonde erosioni argillose, conosciute in tutta Italia con il nome di Calanchi di Atri.

Istituiti come Riserva Naturale Regionale, Sito d’interesse comunitario e Oasi del WWF, quest’area naturale presenta delle caratteristiche che la rendono unica nel panorama adriatico.

Questo perché, sebbene lungo il versante siano presenti svariate formazioni geologiche di questo tipo, quelle atriane mantengono il primato dell’estensione, unita a una spettacolarità senza eguali.

La riserva occupa un’area di circa 380 ettari ricca di vere e proprie sculture naturali, create grazie a una forma di erosione eolica dinamica, favorita nel tempo dal graduale disboscamento del territorio e dai costanti disseccamenti del terreno.

L’azione combinata di questi fattori influisce in modo particolare sulla composizione argillosa delle colline, aprendo dei veri e propri varchi verticali che nel tempo hanno restituito alla superficie numerosi fossili marini, testimonianza del passato preistorico della zona.

Panoramica sui calanchi di Atri

Panoramica sui calanchi di Atri

I calanchi si sviluppano a partire dai 106 metri d’altitudine del fondovalle del torrente della Piomba, per toccare i 468 metri in corrispondenza del Colle della Giustizia.

Nonostante l’aspetto esteriore arido e brullo, la valle dei calanchi di Atri può contare sulla presenza di una variegata vegetazione, alimentata da ruscelli e piccoli specchi d’acqua.

Il paesaggio si presenta notevolmente diversificato grazie alla presenza di rupi calanchive alternate ad aree di rimboschimento, campi coltivati e zone boschive.

La zona naturale protetta è priva di recinzioni, pertanto può essere visitata liberamente percorrendo i numerosi sentieri che l’attraversano.

I percorsi escursionistici hanno come punto di partenza il Colle della Giustizia, presso cui si trova anche un Centro Visite.

L’area dispone inoltre di una cicloippovia panoramica, percorribile sia a piedi che in mountai bike o ancora a cavallo.

Flora e fauna della riserva

Il netto contrasto tra queste formazioni rocciose chiamate anche “Bolge” (o nel dialetto locale “Scrimoni”) e la vasta biodiversità che le popolano, generano un impatto molto forte nel visitatore, che potrà godere della vista di queste vere e proprie opere d’arte della natura e nello stesso tempo osservare da vicino la rigogliosa flora e la particolare fauna locale.

L'istrice, simbolo della riserva

L’istrice, simbolo della riserva

Tra le specie vegetali spiccano il Carciofo selvatico, il Cappero, la Ginestra odorosa, il Biancospino, la Tamerice e infine la Liquirizia, prodotto di punta della produzione atriana sin dal 1811.

La fauna dei Calanchi può contare sulla presenza di numerosi rapaci notturni ma anche diurni, come l’Allocco, il Barbagianni, la Civetta, il Gufo, lo Sparviero, il Gheppio e la Poiana.

Tra i mammiferi invece spicca la presenza del Cinghiale, della Volpe, del Tasso, della Donnola, del Riccio, della Lepre e della Faina.

L’animale – simbolo della riserva naturale è però l’Istrice, la cui presenza è certa da circa 30 anni, nonostante le notevoli difficoltà di avvistamento dovute al carattere solitario e scostante dell’animale, che fa prevalentemente vita notturna.

La leggenda della pietra di San Paolo

Tra i calanchi si erge un particolare monolite di pietra bianca, che emerge dal terreno per circa un metro d’altezza, conosciuto con il nome di “monolite di San Paolo”.

La sua presenza così come la sua origine sono avvolte nel mistero: sin dal primo colpo d’occhio risalta l’evidente differenza del materiale del monolite rispetto alle altre rocce dell’area.

La cappella che custodisce  la pietra di San Paolo

La cappella che custodisce la pietra di San Paolo

L’impressione che se ne ha a prima vista è di una colonna proveniente da un altro luogo, trasportata e impiantata nel terreno.

La leggenda narra che questa pietra è la stessa su cui, nel 67 d.C., San Paolo Apostolo fu martirizzato a Roma, ma una versione più verosimile la identifica come un reperto risalente a un altare precristiano, in cui i mercanti e i viandanti si recavano durante i loro spostamenti, per ringraziare gli dei e offrire loro sacrifici animali.

Questa tesi è avvalorata dalla presenza di giunture iugulatorie che anticamente venivano usate per il deflusso del sangue e del vino offerto alle divinità.

La nascita del Cristianesimo portò con sé un rimaneggiamento della leggenda, tanto che la pietra fu intitolata a San Paolo Tarso.

Nuovi racconti affermano che gli abitanti del luogo tentarono per tre volte di spostare il monolite altrove, ma questo tornò sempre misteriosamente al suo posto, tra i Calanchi di Atri.

Alla pietra furono attribuiti poteri miracolosi, legati in particolare alle malattie ossee dei bambini, che venivano portati qui in processione nella speranza di guarire.

Negli anni Settanta attorno al monolite è stata costruita una cappella.

Le antiche case di terra cruda

Le antiche case di terra cruda

Le case in terra cruda

L’argilla è sempre stata il materiale predominante del territorio, tanto che sin dall’antichità i contadini e gli abitanti del luogo cercarono di utilizzarlo in quanti più modi possibile, aguzzando l’ingegno per supplire alle scarsissime risorse.

Ancora oggi nei dintorni dei Calanchi di Atri si trovano numerosi resti di fornaci, usate per cuocere l’argilla e farne dei mattoni per costruire le case.

Chi non poteva acquistare i mattoni cotti escogitò un sistema per lavorare l’argilla a crudo, che consisteva nell’impastarla con piccoli sassi, paglia, frammenti di mattoni cotti e altro materiale di recupero.

Il composto finale veniva modellato in blocchi regolari, che venivano usati per costruire piccoli edifici a uno o due piani. Le travi portanti venivano ricavate dai tronchi dei boschi circostanti, mentre per la copertura venivano utilizzate tegole irregolari e molto economiche, i cosiddetti pinci o pingi, da cui prendono il nome queste abitazioni.

Ruderi di queste case antiche sono visibili ancora oggi all’interno della riserva di Atri.

I laghi d’argilla

L’apparente aridità della zona dipende dal fatto che l’argilla tende ad assorbire molta acqua. Per questo gli abitanti di Atri dovettero escogitare nei secoli degli stratagemmi per far si che l’acqua restasse in superficie.

Uno di questi prevede la costruzione di vere e proprie piscine d’argilla, realizzate chiudendo un calanco non molto grande a valle, favorendo poi la crescita all’esterno dello sbarramento di piante forti e fitte come la canna di Plinio.

Il passo successivo era ricoprire l’interno di questi laghi artificiali con l’argilla grigia pleistocenica, un materiale notoriamente impermeabile, lasciando infine un varco aperto per lo scarico delle acque.

Il pendio naturale del terreno consentiva infine di irrigare le coltivazioni “a caduta”, ossia senza la necessità di usare pompe idrauliche.

I calanchi di Atri visti da vicino

I calanchi di Atri visti da vicino

Questi prodotti dell’antico ingegno contadino sono sopravvissuti sino ai giorni nostri, nonostante i coltivatori moderni attualmente siano più propensi all’installazione di serbatoi artificiali per raccogliere l’acqua.

Come arrivare

La cittadina di Atri è ben collegata con gli autobus della rete di trasporti regionale. E’ raggiungibile anche in treno, prendendo come riferimento la stazione di Pineto-Atri che si trova a valle, nella località marittima.

Una volta giunti in stazione bisognerà prendere una delle navette che portano al paese.

In automobile il percorso è particolarmente comodo in quanto sarà sufficiente percorrere l’autostrada A 14 sino al casello di Pineto – Atri, e imboccare da lì la SP 28 verso Atri, seguendo infine le segnalazioni per la riserva.

L’ingresso del parco naturale è sito in via Colle della Giustizia (Atri).

Pan Ducale

Pan Ducale

Escursioni e prodotti tipici

Il WWF, che gestisce il parco attraverso una cooperativa, organizza durante tutta l’estate escursioni guidate  passeggiate in nottura attraverso i Calanchi di Atri.

Per maggiori informazioni sulle varie attività della zona è possibile contattare l’ente gestore al numero di telefono 085/8780088 oppure inviando una mail all’indirizzo calanchiatri@wwf.it .

La zona di Atri è considerata un vero e proprio must per quanto riguarda la buona cucina.

Tra i prodotti tipici spicca la pluricentenaria produzione di liquirizia, che può essere gustata in varie forme, ma anche quella di altri prodotti come il Pan Ducale, dolce tipico a base di cioccolata e frutta secca, e il Pecorino di Atri, da accompagnare a un buon vino locale.

26 Novembre 2012 |

Gole del Salinello

0
Gole del Salinello

All’interno del territorio provinciale di Teramo, al confine tra Abruzzo e Marche, si possono incontrare facilmente panorami naturali straordinari, che nel raggio di pochi chilometri portano dalle montagne al Mar Adriatico.

Una menzione d’eccezione va senza dubbio ai Monti Gemelli, due massicci rocciosi pressoché identici conosciuti come Montagna dei Fiori e Montagna di Campli, che si trovano nei pressi della città-fortezza di Civitella del Tronto.

A dividere queste due formazioni d’altura vi è un fiume, il Salinello, che nei secoli ha scolpito delle incantevoli gole naturali, che rappresentano oggi una delle attrattive di maggior interesse della zona e dell’intera regione.

Le Gole del Salinello sono state istituite nel 1990 come Riserva naturale Protetta, appartenente al territorio del Parco Nazionale del Gran Sasso e monti della Laga, e sono attualmente gestite dalla Cooperativa Verdelaga, che ne organizza le visite guidate.

Il punto più stretto delle gole

Il punto più stretto delle gole

Il grande canyon scavato dall’acqua arriva, nel suo punto più stretto, ad avere un’ampiezza di pochissimi metri ed è cinto da pareti di roccia alte oltre 200 metri.

L’intero percorso montano del fiume è caratterizzato dalla presenza d’imponenti depositi di calcari marnosi micritici, che formano delle ampie scarpate attraversate da cascate e salti del fiume, che in alcuni punti disegna delle piccole piscine naturali.

In estate è possibile fare un bagno rinfrescante nel fiume, dato che la temperatura dell’acqua non supera mai i 16 gradi.

L’area circostante ospita numerose grotte di origine carsica ed eremi rupestri antichissimi, offrendo al visitatore un panorama unico al mondo, fatto di storia e natura selvaggia.

A pochi passi dal confine della riserva, si trovano invece i resti di Castel Manfrino, una fortificazione di origine basso-medievale, localizzati in località Macchia del Sole, nel territorio comunale di Valle Castellana.

Storia delle Gole del Salinello: la grotta di Sant’Angelo

Proprio all’inizio dell’area delle Gole, si trova infatti la Grotta di Sant’Angelo, intitolata a San Michele Arcangelo, che ha restituito agli archeologi reperti risalenti a 6.000 anni fa.

La grotta Sant'Angelo

La grotta Sant’Angelo

Abitata dall’uomo dal Paleolitico Superiore (circa 10.000 anni fa), questa caverna scavata nella roccia rappresenta una delle più importanti testimonianze preistoriche sul suolo italiano.

All’interno della grotta una preziosa parete stratigrafica di 3 metri d’altezza conserva ancora punte di frecce, piccoli cilindri scavati in osso, raschiatoi e lame scolpite dall’uomo preistorico usando l’osso di Sus e le più antiche ceramiche dipinte e impresse della storia d’Italia.

Cuore dei culti pagani antichi, nella grotta venivano compiuti riti propiziatori per la fertilità, come raccontano i numerosi resti ossei umani, appartenenti soprattutto a individui molto giovani.

Con l’avvento del Cristianesimo la spelonca assunse un valore religioso diverso, tanto che nel 1236 fu costruito al suo interno un altare dedicato all’Arcangelo Michele.

Alla stessa epoca risalgono inoltre alcuni eremi posizionati in punti impervi della riserva, come l’eremo di Santa Maria Scalena e il più accessibile eremo di San Francesco alle Scalelle.

L’intera area ha sempre avuto una rilevanza storia molto forte: la riserva è stata per secoli la linea di confine tra lo Stato della Chiesa e il regno Borbonico, facendo da scenario alle vicende storiche legate alle lotte tra le due potenze, ma anche all’attività di briganti, contrabbandieri e fuggitivi.

La vicina roccaforte borbonica di Civitella del Tronto inoltre, è stata l’ultima sul suolo nazionale ad essere conquistata prima dell’Unità d’Italia.

L'interno della grotta - museo

L’interno della grotta – museo

Il Museo della Grotta di Sant’Angelo

All’interno della Grotta di Sant’Angelo è stato allestito un piccolo museo dedicato alla straordinaria storia della cueva e delle Gole del Salinello.

Il museo in grotta è collegato direttamente con il Centro Visite di Ripe di Civitella, che dista poche centinaia di metri, all’interno del quale si trova una suggestiva ricostruzione di una capanna preistorica, ricreata con la massima fedeltà all’originale per scopi didattici.

Itinerari nella riserva Gole del Salinello

Gli itinerari escursionistici per attraversare le Gole del Salinello sono principalmente due, che consentono di vedere la riserva da punti di vista diversi.

Il punto d’accesso per entrambe è localizzato a Ripe di Civitella, una frazione del comune di Civitella del Tronto, situata a 611 metri d’altitudine.

Qui bisogna imboccare la strada bianca che porta alla chiesa del paese, oltre la quale si trova l’ingresso alle gole.

Al termine di questa via si trovano un’area pic nic attrezzata e la sbarra che segna l’inizio del percorso escursionistico, ed è qui che bisognerà parcheggiare le automobili per poi proseguire a piedi.

Dal parcheggio, sito a 590 metri d’altitudine, si scende su una strada sterrata che in pochi minuti giunge alla Grotta di Sant’Angelo.

Scorcio sulle gole del Salinello

Scorcio sulle gole del Salinello

Proseguendo sullo stesso sentiero si giunge a un bivio, in cui bisognerà svoltare a sinistra e proseguire sino a raggiungere il fondo del torrente, nel punto in cui si trova la cascata “Lu Caccheme”.

Continuando a camminare sulla destra dopo pochi metri si raggiunge la prima strettoia delle gole, percorribile attraverso degli attraversamenti artificiali.

Continuando a camminare si raggiunge in pochi minuti una vasca più ampia, che può essere costeggiata a destra attraverso un piccolo tratto roccioso, oltre il quale si trova il bivio che porta all’eremo di Santa Maria Scalena, raggiungibile con altri 15 minuti di camminata.

Continuando a seguire il fondo del fiume Salinello si raggiunge un’altra suggestiva strettoia, al di là della quale si trova un tratto più aperto.

A questo punto si incontrerà il bivio che porta all’eremo di San Marco, che dista circa un’ora a piedi.

Subito dopo questo bivio se ne incontrerà un altro (siamo a un’altitudine di 614 metri), da cui partono due itinerari distinti: il “percorso delle gole” oppure l’”anello di Castel Manfrino”.

Per attraversare le gole bisognerà continuare a seguire il corso del fiume e, quando le sponde cominciano a restringersi, bisognerà prestare maggior attenzione per individuare e continuare a seguire il corso d’acqua.

In questo modo si raggiungerà una grossa vasca, costeggiabile attraverso un piccolo sentiero sulla destra.

Scesi di nuovo parallelamente al letto del fiume s’ incontrerà poco dopo una nuova piscina naturale che sbarra la strada. Per superarla sarà necessario procedere sulla sinistra (questo punto è un po’ difficoltoso ma tranquillamente superabile).

Proseguendo ancora un po’ su un cammino nuovamente comodo, si raggiunge la cascata più alta delle gole, punto d’arrivo dell’itinerario.

Per attraversare l’anello di Castel Manfrino invece, bisogna girare a destra al bivio e percorrere un sentiero che, attraversato un ghiaione, porta all’interno di una fitta boscaglia, che si apre su un punto panoramico della valle.

Visuale su Castel Manfrino

Visuale su Castel Manfrino

Qui si trova il bivio per l’eremo di San Francesco, raggiungibile in un’ora e un quarto di cammino a piedi.

Proseguendo sul sentiero, dopo un ultimo tratto di salita, si raggiunge un’ampia mulattiera che costeggia il versante meridionale della Montagna dei Fiori, fino a raggiungere il torrente.

Una volta attraversato il torrente attraverso un piccolo ponticello, comincia la salita sul colle che alloggia il rudere del castello. Raggiunto il crestone bisogna dirigersi verso sinistra e, in pochi minuti, si raggiungeranno le mura del forte, dopo aver percorso in totale 2 ore di camminata.

Come arrivare

Per raggiungere in automobile la frazione Ripe di Civitella è necessario percorrere l’autostrada Adriatica A14 sino al casello di Giulianova – Mosciano Sant’Angelo – Teramo e da lì imboccare la SS 18 in direzione di Ascoli. Dopo circa 15 km si giunge a un bivio segnalato che porta direttamente all’area pic nic sita all’ingresso delle Gole del Salinello.

26 Novembre 2012 |

Fortezza Civitella del Tronto

0
Fortezza Civitella del Tronto

La Fortezza di Civitella del Tronto è una delle antiche costruzioni militari più grandi e maestose d’Italia ma ache d’Europa.

Con i suoi 50 metri di lunghezza e i 25.000 metri quadrati di superficie, è considerata il secondo forte più grande del continente.

La sua posizione strategica, lungo il corso del fiume Tronto, l’ha resa nel corso della storia una roccaforte fondamentale per gli equilibri militari della nazione.

Anticamente infatti segnava il confine tra Stato della Chiesa e Regno di Napoli, e fu l’ultimo avamposto militare borbonico ad essere conquistato prima dell’Unità d’Italia, dopo un lungo assedio che si concluse il 20 marzo del 1861.

Uno dei camminamenti interni alla fortezza

Uno dei camminamenti interni alla fortezza

Al suo interno si trovano inoltre due Piazze d’Armi, sotto le quali si trovavano le cisterne per il filtraggio dell’acqua piovana, la chiesa di San Giacomo e il Palazzo del Governatore, che ospitava gli ufficiali spagnoli addetti al controllo delle attività del forte.

L’ala est della struttura era anticamente adibita ad area difensiva, a causa della sua maggior esposizione agli attacchi per via dell’accessibilità della collina, che in questo punto risulta molto meno aspra.

Per questo motivo qui si trovano imponenti bastioni e lunghi camminamenti coperti che, formando un imbuto tubolare obbligavano gli invasori ad entrarvi, qualora avessero voluto attaccare il forte, trovandosi praticamente in trappola.

L’area abitativa invece è situata a ovest della costruzione e comprende gli alloggi, la mensa e le cucine. Le passerelle che attraversano quest’ala offrono la visuale panoramica più suggestiva dell’intera altura, completando lo straordinario profilo della fortezza, oggi visitabile gratuitamente in tutta la sua maestosità.

Il castello, che ha giovato di imponenti interventi di restauro conclusi nel 1985, oproprio nell’ala ovest ospita il Museo delle Armi e delle Mappe antiche, localizzato nell’area degli ex alloggi militari.

Architettura della fortezza, il percorso interno

Il forte di Civitella del Tronto ha una forma ellittica, che abbraccia il centro abitato situato nella zona sottostante.

La prima piazza che si incontra nella roccaforte, chiamata piazza del Cavaliere, nei periodi di pace veniva utilizzata per addestrare i soldati.

Superato il terzo camminamento dell’ala difensiva si giunge nella piazza d’Armi, riservala alle cerimonie solenni e all’alzabandiera quotidiano.

Scorcio sulla chiesa San Giacomo

Scorcio sulla chiesa San Giacomo

Durante il periodo Spagnolo la piazza è stata modificata per andare incontro alle esigenze del momento, con l’inserimento di grandi cisterne per l’acqua piovana, che veniva raccolta e filtrata attraverso strati di ghiaia e carbone, per poi essere convogliata nel pozzo centrale.

La raccolta idrica era una pratica molto usata nel castello, che può contare sulla presenza di ben quattro cisterne, nonché di vari sistemi di incanalamento dell’acqua che scendeva dai tetti.

Seguendo il muro a nord si giunge alla Grande piazza, l’ultima della fortezza, su cui sporge il bastione ottagonale di San Giacomo.

Questo luogo ospita i due edifici più importanti dell’intera struttura, che sono rispettivamente il palazzo del Governatore, alloggio del governatore e della sua famiglia, e la chiesa di San Giacomo, che fungeva da luogo di sepoltura dei militari caduti in servizio.

L’ultima porzione del viale pavimentato porta infine alle stalle e alle cucine.

Storia della fortezza di Civitella del Tronto

Le prime testimonianze della presenza di una costruzione fortificata sulla sommità del colle di Civitella risalgono all’anno Mille, per quanto le prime informazioni dettagliate giungono dall’epoca sveva e, successivamente, dal periodo angioino, grazie alla rilevanza strategica della sua posizione, sulla linea di confine tra il nascente Stato Pontificio e il costituito Regno di Napoli.

Il castello faceva parte del più ampio sistema difensivo della Val Vibrata e fu espugnato per la prima volta dagli Ascolani nel 1255.

Le mura difensive della fortezza

Le mura difensive della fortezza

Nel corso dei secoli successivi la fortezza fu modificata e ampliata sino a raggiungere l’assetto attuale, di stile spagnolo, risalente al XVI secolo, durante il regno di Filippo di Spagna.

Nel 1798 e nel 1806 la roccaforte subì due violenti assedi, che ne compromisero fortemente l’integrità, tanto che venne restaurata completamente nel 1820, mantenendo però la massima fedeltà all’architettura precedente.

L’assedio più devastante ma anche più rilevante dal punto di vista storico che il castello subì è quello del 1860 -1861, un accerchiamento durato ben 146 giorni che vide il trionfo dei Piemontesi, e che portò all’Unità d’Italia.

Quest’ultima serie di battaglie lasciarono dei profondi segni nella struttura del forte, cui seguirono opere di sciacallaggio e saccheggiamenti senza sosta, che portarono alla sua completa demolizione.

Le massicce opere di ricompattamento e riqualificazione della struttura, compiute tra il 1973 e il 1985, restituirono alla cittadina di Civitella non solo una fortezza fruibile in tutti i suoi ambienti, ma anche quell’aspetto di cittadina fortificata rinascimentale che l’ha resa unica nella storia d’Italia.

Visitare la fortezza di Civitella del Tronto

Il castello attualmente è una delle mete turistiche regionali preferite dai visitatori italiani e stranieri.

Nel periodo che va da Novembre a Febbraio la fortezza è aperta al pubblico tutti i giorni dalle ore 10.30 alle 15.30.

Nei mesi di Marzo e Ottobre è aperta tutti i giorni (dal lunedì al venerdì) dalle 10.00 alle 17.00, mentre il sabato, la domenica e i festivi dalle 10.00 alle 18.00.

Nei mesi di Aprile, Maggio e Settembre l’orario è dalle 10.oo alle 19.00, mentre durante il periodo che va da Giugno ad Agosto la fortezza è aperta dalle 10.00 alle 20.00.

Una volta ogni ora si svolgono delle visite guidate gratuite alla struttura.

Il Museo del castello invece ha un costo di 6 euro, mentre per i gruppi e le persone con più di 65 anni di età il costo scende a 4 euro. I ragazzi dai 6 ai 17 anni invece pagano 1 euro.

Per prenotare le visite ci si può rivolgere al numero telefonico 320-8424540 oppure si può scrivere all’indirizzo email biglietteria@fortezzadicivitella.it .

La "fontana degli amanti"

La “fontana degli amanti”

Come arrivare

Raggiungere la fortezza di Civitella dei Tronto è molto semplice, soprattutto se ci si muove in automobile, ma è possibile recarsi nella zona anche in treno e autobus utilizzando le tratte regionali.

Questi sono i percorsi da seguire a seconda della provenienza:

  • Venendo da Nord: imboccare l’autostrada Adriatica A14 seguendo la direzione Ancona, per poi continuare verso San Benedetto del Tronto – Ascoli Piceno. A questo bisognerà imboccare la superstrada Ascoli – Mare RA11 sino aalla segnalazione di Ascoli, per poi proseguire sulla SS 81 seguendo la segnaletica per Civitella del Tronto.
  • Venendo da Sud: percorrere il tratto autostradale A14 fino al casello di Teramo – Giulianova – Mosciano Sant’ Angelo, per poi proseguire sulla SS 80 in direzione Teramo, continuando infine sulla SS 81 verso Civitella del Tronto.

Curiosità, eventi e prodotti tipici

Sulla strada panoramica di Civitella del Tronto, ai piedi della pineta, si trova la Fontana degli Amanti, chiamata così perché anticamente era un luogo d’incontro prediletto dagli innamorati. L’acqua purissima che sgorga da questa fontana, già potabile, arriva direttamente dal cuore sotterraneo della Fortezza.

I tipici "maccheroni al ceppo"

I tipici “maccheroni al ceppo”

Dopo aver visitato la fortezza e bevuto un po’ dell’ottima acqua della fonte, si consiglia di completare la visita con un assaggio dei tanti piatti tipici di Civitella, su cui spiccano i “maccheroni al ceppo”, una pasta fatta in casa che viene modellata attorcigliando la sfoglia intorno a un bastoncino, a cui viene dedicata un’intera sagra ogni estate, durante il mese di luglio.

Altre pietanze tipiche e di origini antiche sono il “filetto alla Borbonica”, composto da una fetta spessa di ottima carne adagiata su una fetta di carne e ricoperta da mozzarella e acciughe profumate al marsala, e ancora il celebre “spezzatino alla Franceschiello”, composto da vari tipi di carne insaporiti al vino bianco, salsa e sottaceti.

26 Novembre 2012 |

Grotte di Stiffe

0
Grotte di Stiffe

Le Grotte di Stiffe sono il risultato di uno dei fenomeni carsici più rari e affascinanti d’Italia, e sono Situate in corrispondenza dell’apice della forra di Stiffe, frazione del comune di San Demetrio de’Vestini, in provincia de L’Aquila.

L’area appartiene al Parco Regionale Sirente Velino ed è dunque sottoposta a regime di tutela ambientale.

Tecnicamente parlando le Grotte di Stiffe possono essere definite una risorgenza, ossia il punto in cui un fiume sotterraneo torna in superficie, creando forme erosive spettacolari.

L’azione dell’acqua sulle rocce carsiche della zona ha scavato queste grotte circa 600.000 anni fa, modellando nel tempo stalattiti e stalagmiti millenarie.

Il percorso del fiume in grotta crea inoltre piscine naturali, cascate alte decine di metri e rapide, realizzando un vero e proprio spettacolo naturale denso di effetti speciali.

Due delle numerose cascate delle grotte

Due delle numerose cascate delle grotte

La stagione di piena del fiume è l’inverno, mentre in estate le acque scorrono meno abbondanti.

La maestosità di queste grotte ciclopiche fa si che gran parte della loro superficie sia ancora inesplorata: sino ad ora infatti si è riusciti a comporre un itinerario escursionistico di 700 metri, che sono sufficienti al visitatore per immergersi completamente nell’atmosfera magica e irreale, quasi fiabesca, che caratterizza l’ambiente delle Grotte di Stiffe.

Le prime esplorazioni dell’area iniziarono di fatto durante il secolo scorso, se non si considerano le sporadiche escursioni documentate nelle epoche precedenti, con il fine di costruire sul posto una centrale idroelettrica.

Realizzata nel 1930, questa centrale restò attiva fino alla seconda guerra mondiale, durante la quale venne distrutta.

Ogni anno, durante il periodo natalizio, una delle grotte diviene teatro di una suggestiva rappresentazione della natività.

Itinerario nelle Grotte di Stiffe

La bellezza del luogo si rivela sin da subito agli occhi del turista, che ancor prima di entrare nelle grotte potrà ammirare il panorama mozzafiato visibile dalla forra, che da un lato abbraccia l’intera conca aquilana con la cima del Gran Sasso in primo piano, mentre dall’altra si inerpica lungo la parete rocciosa delle grotte, alta circa 100 metri e circondata da una rigogliosa vegetazione.

L''ingresso delle Grotte di Stiffe

L”ingresso delle Grotte di Stiffe

L’ingresso colpisce per l’improvvisa immersione in un ambiente senza tempo, fatto di aria fresca (la temperatura all’interno delle grotte è costante durante tutto l’anno e si atesta sui 10 gradi centigradi), luci che rimbalzano sulle rocce e acqua che scorre copiosa al di sotto delle passerelle, per poi scomparire di nuovo sotto la roccia.

La “sala del Silenzio” e la “sala della Cascata”

Dopo un primo camminamento si giunge alla “sala del Silenzio”, chiamata così perché in questo punto l’acqua scorre sotterraneamente e nella grotta si crea un silenzio totale durante alcuni periodi dell’anno.

In netto contrasto è la sala successiva, che si raggiunge dopo un altro breve percorso a piedi attraverso una galleria artificiale.

Nella “sala della Cascata” il fiume riesplode fragorosamente in un’abbondante salto, che scorre più copiosamente in inverno che in estate. Questa sala, alta 30 metri, funge da perfetta cassa di risonanza per l’acqua, che scende in verticale per circa 20 metri.

A livello geologico la sala si è formata a causa dello scorrimento delle rocce, che hanno subito dei movimenti in perpendicolare. Questo tipo di movimento ha generato la parete da cui sgorga la cascata.

Prima che venissero costruite le infrastrutture per attraversare la sala, era necessario arrampicarsi sulla parete verticale per poterla percorrere, rendendola di fatto accessibile solo agli arrampicatori più esperti.

La sala delle Concrezioni

A questo punto dell’itinerario si sale su una scalinata che giunge a un belvedere, che consente di ammirare la grande cascata dall’alto.

Un esempio di "vele" semitrasparenti

Un esempio di “vele” semitrasparenti

Il percorso prosegue su un camminamento costeggiato da un’altra cascata di 5 metri d’altezza, e circondato da lame di roccia affilate, per poi giungere alla sala più suggestiva dell’intera area delle grotte, la “sala delle Concrezioni“.

Qui l’azione modellante dell’acqua di Stiffe ha prodotto i suoi risultati più sorprendenti, con le stalattiti e le stalagmiti più grandi e complesse che ci siano nella zona.

I drappeggi naturali creati dalle affusolate formazioni calcaree creano un equilibrio sensoriale perfetto con il mormorio quasi ovattato dell’acqua, che in questo tratto si fa più dolce.

Lo stillicidio ridotto in alcuni punti della sala ha formato delle stalattiti eccentriche, che si snodano in diramazioni antigravitazionali.

Il percolamento dell’acqua ha invece creato le ondeggianti linee delle vele semi-trasparenti (soprannominate anche “fette di prosciutto” a causa della loro forma).

Il lago nero

Superata la sala ci si avvicina alla zona più antica della grotta, anch’essa adornata da vele, stalattiti e stalagmiti che incorniciano il paesaggio quasi come un tendone teatrale.

Scorcio all'interno delle grotte

Scorcio all’interno delle grotte

Si raggiunge così il “Lago nero”, placido specchio d’acqua parzialmente irraggiungibile dai visitatori, per evitare di compromettere il delicatissimo equilibrio che caratterizza quest’ambiente.

Un fenomeno molto particolare cui si assiste in quest’area delle grotte è creato dal “cimitero di Pipistrelli”, una vera e propria esposizione naturale di piccoli corpi di pipistrelli defunti, fossilizzati all’interno delle concrezioni e perfettamente conservati.

Dopo aver imboccato un altro breve tunnel l’ambiente circostante cambia di nuovo, divenendo improvvisamente aspro e quasi caotico, segno della giovane attività di quest’area.

L’ultima cascata

Il suono dell’ultima cascata guida in lontananza i visitatori, che seguendo il fragore dell’acqua giungeranno all’ultima sala del percorso, molto stretta e interamente occupata da un lago, alimentato da una cascata alta ben 25 metri. Il fragore dell’acqua è molto forte, domina l’intero ambiente e rende quasi impossibile ascoltarsi mentre si parla.

Quest’ultima area prima era riservata agli speleologi e solo nel 2007 è stata aperta al pubblico.

Visitare le grotte di Stiffe

Le grotte di Stiffe sono aperte durante tutto l’anno con i seguenti orari:

  • Dal 16 Marzo al 14 Ottobre dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00, con l’ultimo ingresso previsto alle ore 18.00. Le visite guidate partiranno ogni ora e saranno organizzate in base all’affluenza.
  • Dal 15 ottobre al 15 marzo le grotte osserveranno lo stesso orario di apertura ma l’ultimo ingresso ci sarà alle ore 17.00.

Le grotte di Stiffe saranno chiuse al pubblico solo il 25 dicembre e il 1 gennaio durante la mattinata.

Spettacolari concrezioni nelle grotte di Stiffe

Spettacolari concrezioni nelle grotte di Stiffe

Ogni visita ha la durata di un’ora e il costo del biglietto è di 10 euro (i gruppi numerosi e i bambini tra i 6 e i 12 anni pagheranno un prezzo ridotto a 7,50 euro).

Prima di recarsi alle grotte si consiglia sempre di telefonare al Centro prenotazioni, che risponde al numero 086286142 .

Come arrivare

Venendo in automobile da Pescara bisogna percorrere l’autostrada A 25 Pescara – Roma sino al casello di Bussi sul Tirino, per poi seguire le indicazioni riportate in marrone per le Grotte di Stiffe, in direzione L’Aquila e poi ancora in direzione Navelli.
Giunti a San Pio delle Camere bisogna imboccare la strada in direzione di Prata D’Ansedonia, che prosegue sino a Stiffe.

Venendo da Roma invece, bisognerà attraversare l’autostrada A 24 fino all’uscita di L’Aquila Est, per poi seguire le indicazioni sulla SS 17 sino a San Gregorio. Qui bisognerà voltare a destra sulla SS261 verso San Demetrio De’Vestini, seguendo nuovamente le indicazioni per le grotte.

21 Novembre 2012 |
Vantage Theme, business directory software, powered by WordPress.
Vai alla barra degli strumenti